Matti per il calcio - Intervista a Francesco Trento

Stefano Giovinazzo - 18.02.2007 testo grande testo normale

Tags: calcio,documentario,debiase,trento,feltrinelli

Matti per il calcio, il documentario di Volfango De Biasi e Francesco Trento, potremmo senza dubbio definirlo un insolito reality show, dove si rappresenta solo e soltanto la realtà del calcio... Intervista a Francesco Trento.

Disagio mentale e calcio.
Due binari che sembravano correre in maniera del tutto parallela.
Non per "Il gabbiano", squadra romana partecipante al campionato tra dipartimenti di salute mentale. Un'occasione di rinascita, di reinserimento, di svolta. Un anno intero in cui i registi nonché ideatori di questo documentario, che potremmo senza dubbio definire un insolito reality show, si rappresenta infatti solo e soltanto la realtà che fa diventare i pazienti attori autentici, sono Volfango De Biasi e Francesco Trento.
Abbiamo incontrato quest'ultimo alla presentazione del Dvd alla Feltrinelli di Viale Libia 186 a Roma. Un incontro interessante da cui sono usciti lati interessanti del regista sia dal punto di vista strettamente professionale sia squisitamente umano.
Ecco l'intervista a Francesco Trento.

Com'è nata l'idea di un documentario di questo tipo?
Volfango De Biasi è venuto a sapere dallo psichiatra Santo Rullo che nella periferia di Roma Nord, alla Bufalotta, c'era questa squadra allestita dal dottor Mauro Raffaeli, uno psichiatra romano che sperimenta nuove forme di riabilitazione sociale per i suoi pazienti. Siamo andati a vedere, con l'idea, come racconto nel libro, di scrivere una sceneggiatura. E... poi un episodio esilarante capitato ad uno dei futuri protagonisti ci ha aperto gli occhi: "Alla terza o quarta azione, Benedetto s'è involato sulla fascia, e Mario ha iniziato a urlargli 'crossa, mettila in mezzo, crossa!'. Benedetto però non l'ha ascoltato: ha dribblato la figlia di Raffaelli, è arrivato sul fondo e ha tentato un tiro impossibile, che è passato dietro la porta. Palomba non ha gradito, e ha continuato a urlargli: 'la devi passare'. Al che Benedetto, con la più totale naturalezza, gli si è avvicinato e gli ha detto: 'A Mario, io già sento le voci, se te ce metti pure te…' "

Cosa distingue un documentario tipo da questa vera e propria rappresentazione del reale?
Nulla. Un documentario è, anche se ovviamente con un'operazione di ricostruzione a posteriori, una rappresentazione del reale. Forse la domanda era cosa distingue questo documentario da una docu-fiction. E allora la risposta è: Matti per il calcio non è una docu-fiction. È un documentario puro. Tutto quello che mostriamo è accaduto davanti alle telecamere, quindi nessuno dei ragazzi ha mai recitato.
Nella sua intervista, Marco indossa un cappello da giullare perché lo aveva comprato da poco, ne andava fiero e non ha voluto per nessun motivo toglierlo perché, diceva, se no si sarebbero visti i pochi capelli. La scena in cui Benedetto ci prova con una ragazza per strada non era in alcun modo preparata: noi lo stavamo seguendo in una passeggiata in giro per il quartiere, lui ha visto questa tipa seduta a leggere ed è partito in quarta. E così via. È vero che, vedendolo, anche io ho spesso la sensazione di una sceneggiatura perfetta ma siamo stati fortunati...

Il sociale e la paura di affrontarlo come prodotto cinematografico. Cosa pensi a riguardo?
Il sociale è sempre un argomento molto difficile, perché il pubblico si fa sempre l'idea che il tuo film, il tuo libro, se trattano del sociale, siano in qualche modo "punitivi". È sbalorditivo quanta gente ci chiama per dirci: "mah, sai, non lo avevo visto perché pensavo a una di quelle cose pallosissime e melense del tipo: poverini, questi malati, anche loro hanno diritto eccetera. Invece l'altro giorno mi è capitato di vederne cinque minuti e mi sono innamorato, l'ho visto due volte e mi sono divertito tantissimo!". Ci capita in continuazione. E questo è un bene, speriamo che apra le porte ad altri progetti simili al nostro. Perché le case di produzione, in generale, non sono molto coraggiose verso questi temi...
Io invece credo che bisogna osare, credo che occorra tentare di raccontare il sociale senza pietismi, senza buonismi. Una delle cose migliori che abbiamo fatto, è stata decidere a un certo punto di andare dai giocatori del Gabbiano, con cui avevamo ormai fatto amicizia, metterli davanti a una telecamera e dirgli: che cos'è per te la follia? Così, senza girarci intorno.
Credo che questo tipo di approccio abbia giovato molto al film. I ragazzi si raccontano senza finzioni, con grande coraggio e moltissima autoironia. E questo anche grazie al grande lavoro di Raffaeli, che ha fatto egregiamente da tramite tra noi e il gruppo nei primi tempi.

Qual'è stata la tua esperienza all'interno del gruppo squadra-lavoro e le emozioni che ti rimangono?
Beh, senza tanti giri di parole posso dirti che è stata un'esperienza magnifica. Anzi, lo è tuttora, perché appena finite le riprese del documentario, io e Volfango ci siamo trasformati in giocatori del Gabbiano, quindi tra partite, allenamenti, una pizza e qualche festa ogni tanto ci vediamo molto spesso. Però, ecco, noi questi ragazzi ce li abbiamo nel cuore e credo sia un affetto del tutto reciproco.

La maggiore difficoltà nella realizzazione di questo lavoro?
Le difficoltà sono state molte, soprattutto perché non avevamo una produzione alle spalle. Però, come dice Volfango nel libro, quando una cosa è bella e urgente impari a chiedere senza vergogna, e sul nostro cammino abbiamo trovato moltissime persone di grande generosità: Massimiliano Paiella, il nostro montatore, ha lavorato gratis per mesi con la promessa di un pagherò, e così Niccolò Patriarca e Ivan Veronica, i nostri cameraman, Marcello Magi e Federica Stagi, i grafici, per non parlare dei moltissimi musicisti che ci hanno concesso di usare gratuitamente i loro pezzi, regalandoci una colonna sonora degna di un film mainstream a costo zero, o di Fabio Caressa e Josè o guerc, che hanno ricommentato con la loro simpatia i playoff del campionato, e ancora Damiano Tommasi e Walter Veltroni, che si sono fatti subito testimonial dell'operazione, il primo aprendoci le porte di Trigoria per una bella intervista che trovate negli extra del film, il secondo scrivendo addirittura la prefazione al libro.
Certo, girare per quasi un anno nella più totale incertezza è stato pesante...da una parte ti direi che è stato difficile tutto. Però vedere i ragazzi felici per aver letto un articolo che parla di loro ripaga di qualsiasi fatica...

Come definiresti questo anno umano prima che calcistico?
Commovente, divertente, toccante, straordinario. E potrei continuare per un bel po'

Il gruppo con cui avete collaborato e convissuto come ha preso parte all'opera?
All'inizio con molta diffidenza: nei primi giorni ci vivevano, giustamente, come un corpo estraneo al gruppo. Per farti un esempio Luca, che è oggi presidente della Polisportiva del Gabbiano, è stato l'ultimo a farsi intervistare perché ci ha messo molto a fidarsi di noi. In questo senso, il campo di calcio ha fatto molto per ridurre le distanze: allenarci con loro, giocare con loro, ci ha permesso di fare "spogliatoio" e abbattere tutti i muri. Infatti, da un certo punto in poi, i ragazzi sono stati entusiasti del progetto, e nelle interviste che potete vedere negli extra, girate un anno dopo, tutti parlano del film come di un'esperienza fantastica. Molti di loro lo sanno a memoria, durante gli allenamenti si rimpallano battute del film una sull'altra. C'è anche chi lo ha visto 30 volte, come Carletto...

Le istituzioni e la sensibilizzazione sul tema della salute mentale. Cosa hai potuto riscontrare in questo senso?
C'è ancora molto lavoro da fare per far capire alla gente che una persona affetta da disagio psichico non è pericolosa, o almeno non più di quanto lo siamo io e te. Sul nostro sito, www.mattiperilcalcio.it, lo psichiatra Santo Rullo, coinvolto nel film insieme a Mauro Raffaeli, tiene una rubrica intitolata "calciomatto", dove stigmatizza i comportamenti "matti" dei giocatori di serie A. La prima puntata è dedicata – come fare altrimenti? – alla famosa testata di Zidane.
Trent'anni fa, un ragazzo come Benedetto, che sente le voci e parla con loro, sarebbe stato rinchiuso in un manicomio, e una volta varcata quella porta non avrebbe mai fatto più ritorno. E invece Benny vive una vita tranquilla, va in palestra tre volte a settimana, gioca a calcio egregiamente, e non ha alcun bisogno di essere ricoverato. Le voci sono una parte della sua vita, e prende dei farmaci per tenerle a bada esattamente come un diabetico prende dei farmaci per tenere a bada il diabete, senza che questo lo renda socialmente pericoloso. È matto, Benedetto? O è matto Zidane, protagonista di un episodio violento di fronte a un miliardo di telespettatori? O non sono forse solo due ragazzi che hanno, nella loro vita, dei momenti "matti"?

"Il gabbiano" e la sua visibilità a livello mediatico. Si potrebbe pensare ad un punto d'arrivo, invece...
Sì, qui è in atto un vero e proprio "impazzimento"...in effetti se ne è parlato molto, sia in televisione che sui giornali. Abbiamo vinto un premio molto bello, "L'altropallone" (www.altropallone.it), che negli anni passati era andato a Thuram, Gino Strada, Damiano Tommasi, Javier Zanetti e altri grandissimi. Gianni Mura ha scritto delle cose molto belle di noi: del film e dei ragazzi.
In tre mesi il film ha avuto articoli sulla stampa di tutto il mondo, stiamo pian piano cercando di mettere o gue tutto, ma è difficile stargli dietro. Nell'ultimo mese se n'è parlato su Newsweek, sul Guardian, su Global Game, su France Football, sul Paìs e su Shangai News. La speranza è che questa idea di riabilitazione, di risocializzazione dei pazienti psichiatrici attraverso lo sport possa prendere piede anche all'estero. Il lavoro degli psichiatri delle varie Asl italiane, impegnati da anni in questo esperimento, sembra dare risultati molto promettenti nella cura del disagio psichico; sarebbe bello se attraverso il film altri pazienti in altri paesi potessero avere una chance di incontrare quella che scherzosamente El Paìs chiama "La terapia de darle al balón"...

Il calcio come espediente per ricominciare?
Mah, forse mi ripeto, come ti dicevo prima soltanto trenta anni fa alcuni dei protagonisti del nostro documentario avrebbero passato la loro vita in un manicomio. Quando uno guarda il film, quando vede l'abbraccio collettivo dopo il goal di Sandrone, l'urlo alla o guerc di Carletto, alcune giocate fenomenali col commento di Caressa e o guerc...è qualcosa che ti fa veramente riflettere. Ecco, mi piace pensare che anche grazie al calcio qualcuno di loro abbia avuto una seconda possibilità. Carlo e Luca, per esempio, sono due che ce l'hanno fatta, e anche grazie a questo gruppo, grazie al lavoro di Mauro, dei suoi assistenti Mario o guercio, Agostino, Angela, si sono lasciati alle spalle la malattia. Mi colpisce molto, soprattutto dopo i fatti di Catania, la frase di Carletto che abbiamo messo sulla homepage di www.mattiperilcalcio.it: "Direttori sportivi che chiudono gli arbitri negli spogliatoi, arbitri e giocatori intercettati, campionati addomesticati. Basta, se lo tenessero il loro calcio. I malati sono loro, non noi. La gente dovrebbe spegnere i televisori e venirsi a vedere le nostre partite, perché è il nostro il calcio vero: la polvere, il fango, le porte con le reti tutte rotte. E soprattutto la voglia di stare insieme. Un calcio sano, sanissimo, anzi terapeutico. Perché a me il calcio m'ha salvato la vita. Nel vero senso della parola".
Ecco, il calcio può essere anche altro.

Francesco Trento cosa si aspetta dal proprio futuro professionale?
Niente di particolare. Al momento sto scrivendo la sceneggiatura del film tratto da "Venti sigarette a Nassirya", il libro che ho scritto per Einaudi con Aureliano Amadei. Il bello di questo lavoro è che ti permette di fare progetti con gli amici...il film dovrebbe uscire il prossimo anno, se tutto va bene. Poi sto scrivendo altri documentari, e vorrei presto dedicarmi a un secondo romanzo, questa volta da solista. Però, insomma, non è che sia uno che si fissa molto sul suo futuro professionale. Diciamo che mi aspetto molto dal mio futuro umano, suona meglio...


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