SYDNEY POLLACK: la sensibilità esistenziale

Matteo Poletti - 03.12.2006 testo grande testo normale

Tags: POLLACK - SKY - REDFORD - HOLLYWOOD

Sky Cinema celebra Sydney Pollack, autore attento all’analisi sociologica e politica della sua nazione, ma anche e soprattutto profondo narratore delle sensazioni e delle introspezioni psicologiche dei suoi protagonisti.

Il titolo di questa breve sintesi sul lavoro del regista Sydney Pollack (celebrato su Sky in questi giorni attraverso film e approfondimenti) proviene da una definizione di Franco La Polla (tratta dal testo "Il nuovo cinema Americano", edito da Lindau) e si adatta perfettamente ad un autore che si solleva da qualsiasi schematizzazione, un autore attento all'analisi sociologica e politica della sua nazione, ma anche e soprattutto profondo narratore delle sensazioni e delle introspezioni psicologiche dei suoi protagonisti.
Pollack elabora opere nelle quali la Storia americana si incrocia con la vita del singolo, con le sue speranze e delusioni: solitudini volute e unioni contrastate entrano in contatto con le ansie e le ossessioni della società contemporanea. In questo modo il suo cinema, che pare sempre rispettare i canoni dei generi classici (e classico Pollack non poteva più esserlo quando esordisce, a metà degli anni Sessanta) diventa altro da sé, si apre alle incognite del privato.
La love story di Redford (attore-feticcio di Pollack, che ha collaborato con lui in sette film) con la Streisand in COME ERAVAMO (1973) è piagata dal Maccartismo; la gara di danza di NON SI UCCIDONO COSI' ANCHE I CAVALLI (1969) è metafora della crisi del '29 e rispecchia la violenza, l'insoddisfazione e la critica al sistema che dominerà gli anni Settanta; il thriller I TRE GIORNI DEL CONDOR (1975) trasuda l'angoscia per il “Watergate” e pone l'accento sulla persecuzione dei servizi segreti, tanto quanto THE INTERPRETER (2004) lascia incrociare la storia personale di Nicole Kidman con i genocidi, l'impotenza delle organizzazioni umanitarie, il pericolo del terrorismo.
In alcuni casi il tono si fa ancor più intimista (LA MIA AFRICA, 1985; UN ATTIMO UNA VITA, 1977) e l'accoppiata dei protagonisti diviene il fulcro su cui Pollack (attore, prima ancora che regista) lascia roteare i protagonisti in una danza fatta di lenti contrasti e di vorticose passioni.
Il silenzio e la rabbia, la riflessione e l'azione si alternano nei suoi film e si attorcigliano su un plot che può apparire perfino banale. E' proprio l'attenzione che Pollack offre agli attori (il suo rapporto con Redford è stato fortissimo, ma egli ha lavorato sempre con grandissime star) che fa lievitare le sue opere, insaporendole di personalità e spessore. Pollack lascia che i suoi eroi sfidino il tempo, ed è sempre il tempo “l'attore non protagonista” che agisce in sottofondo.
Il tempo abbatte le amicizie e le tradizioni (YAKUZA, 1975), plasma caratteri e trasforma le ideologie (ancora COME ERAVAMO, IL CAVALIERE ELETTRICO, CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO). Pollack pone sempre in bilico tra rimpianto e rinnovamento anche la stessa idea di “cinema”: attento alla tradizione ma obbligatoriamente proiettato verso la New Hollywood, è stato un importante trait d'union tra la classicità (il remake di SABRINA, 1994, è indicativo) e la rivoluzione che suoi colleghi contemporanei hanno reso più sbandierata.
Pollack si è mosso a piccoli passi ma con grande determinazione verso lo svecchiamento dei costumi Trasformando il western in meditazioni grottesche o filosofiche, il film di guerra in incursioni nel surreale e nell'onirico (ARDENNE 44 UN INFERNO , 1969) conferendo alla commedia risvolti cupi (TOOTSIE, checchè se ne dica, è ben lontana dagli stereotipi della sophisticated comedy) egli ha unito alle regole del sistema (quello hollywoodiano, un'industria che non ammette anarchici) una spiccata predilezione per l'esplorazione dell'animo e della mente.
Oggi Pollack può essere considerato un dolente e sensibile indagatore della natura umana, del solitario soffrire, della comunicazione perduta.

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