Fretello caro, il mio ultimo pensierò sarà per te - L'amico di famiglia

Giorgia Passavanti - 15.11.2006 testo grande testo normale

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Tags: amico di famiglia, paolo sorrentino

Con L'amico di famiglia Paolo Sorrentino si conferma come uno dei registi più interessanti nel panorama nazionale, poiché capace nell'arco di tre lungometraggi di imporre un suo stile personale fatto di modi e temi ricorrenti: come la predilezione per storie in cui le sfumature tra bene e male si affievoliscono sempre più sino a renderne quasi invisibile il limite nell'animo di protagonisti vinti da un senso di solitudine implacabile.

Con L'amico di famiglia P aolo Sorrentino si conferma come uno dei registi più interessanti nel panorama nazionale, poiché capace nell'arco di tre lungometraggi di imporre un suo stile personale fatto di modi e temi ricorrenti: come la predilezione per storie in cui le sfumature tra bene e male si affievoliscono sempre più sino a renderne quasi invisibile il limite nell'animo di protagonisti vinti da un senso di solitudine implacabile. Dopo i due Antonio Pisapia e il Titta Di Girolamo esiliato in Svizzera, questa è la volta dell'usuraio Geremia cuore d'oro, essere bruttissimo, infimo, estremamente ricco ma che vive da miserabile assieme alla madre con cui ha un rapporto morboso, sino a quando innamorandosi perderà ogni suo punto di riferimento.
Accanto al protagonista emerge un sottosuolo di figure solo in apparenza distanti dalla sua amoralità, ma in realtà quasi più corrotte di lui: nonne che si indebitano per giocare al bingo, donne di mezza età che vogliono ricorrere alla chirurgia plastica, figli non riconosciuti che desiderano comperare il titolo nobiliare del padre. Purtroppo, a fronte di un soggetto estremamente interessante dove il tratteggio dei personaggi è esemplare, grazie anche a dei dialoghi perfetti, la storia dell'usuraio di provincia stenta ad andare avanti confondendosi in un impianto drammaturgico che perde di vista se stesso, incapace di raggiungere un equilibrio tra la strada della risoluzione dell'intreccio e la volontà di creare una struttura vaga ed ambigua, in accordo con un accentuato tono surreale dello stile visivo.
In effetti, Sorrentino in questo film abbandona la compattezza della sceneggiatura che aveva contraddistinto i suoi due film precedenti, ritardando e diradando dei nodi centrali della trama che però nel finale sente di dover necessariamente saturare, complicando le cose notevolmente.
Anche il linguaggio visivo del regista si esaspera e perde la consueta asciuttezza liberandosi in un pathos visionario reso ancora più magniloquente dalla splendida fotografia di Luca Bigazzi, che rende oro tutto ciò che tocca. Latina, Sabaudia, le città costruite ex novo dal regime fascista nella luce accecante delle facciate squadrate e bianche si caricano ancora più di senso se contrapposte al buio umido e squallido degli interni, dove vive e opera Geremia, una sorta di incrocio goloso tra lo Scrooge di Dickens, l'imbalsamatore di Garrone e un Quasimodo molto più realista e cosciente, almeno sino alla prova dell'innamoramento.
Così come la fotografia, anche la musica curata da Theo Teardo contribuisce a creare quell'atmosfera sospesa e straniante che pervade lo stile del regista e che, con i suoi mille artifici dai toni grotteschi ed ironici seduce lo spettatore invitandolo ad entrare nel suo mondo; un mondo dal quale però viene contemporaneamente respinto a causa di una storia che se da un lato sembra promettere di accompagnarlo in questo viaggio finzionale, dall'altro lo abbandona sui sentieri inespressi di un soggettivismo troppo esasperato.
L'amico di famiglia ha dalla sua molti pregi e proprio per questo dispiace non riuscirvi ad intravvedere quella completezza (presente invece ne L'uomo in più) che lo avrebbe consacrato come un'ottima pellicola, ma possiede il merito inequivocabile di aver fatto vivere un personaggio così controverso da non poter essere dimenticato facilmente.


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