Biografilm Festival 2017 - Nothingwood la recensione

Francesca Druidi - 22.06.2017 testo grande testo normale

Tags: Biografilm Festival 2017, bologna, nothingwood, Sonia Kronlund

Dalla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes al Biografilm Festival di Bologna, Nothingwood di Sonia Kronlund fa conoscere al pubblico Salim Shaheen, icona del cinema afghano. E raccoglie meritatamente consensi dalle giurie, portandosi a casa una menzione per la migliore opera prima e il premio Life Tales Award a Qurban Ali Afzali, tra i protagonisti del film

In una terra martoriata da decenni di guerra, l'Afghanistan, c'è una star incontrastata - Salim Shaheen - che da anni fa cinema di intrattenimento per il suo popolo, incarnandone in oltre 100 film l'eroe buono che ce la fa, più simile a Bud Spencer che non a Sylvester Stallone. La giornalista e reporter francese Sonia Kronlund ne racconta la storia in Nothingwood, documentario che assume presto un carattere metacinematografico diventando il dietro le quinte del 111esimo titolo di Shaheen, peraltro ispirato alla sua autobiografia.
Appassionato di cinema fin da piccolo, quando riceveva bastonate dai fratelli per aver frequentato le sale del paese, Salim ha realizzato da adulto la sua aspirazione: girare film, di cui è regista, produttore e attore. Certo, si tratta di titoli amatoriali, di serie Z, come vediamo dagli inserti dei suoi lavori, senza un'industria alle spalle che garantisca risorse, incentivi o strutture. Da qui deriva il titolo Nothingwood, in contrapposizione alle altre mecche della settima arte a livello mondiale. Estimatore dei lavori hindi di Bollywood, densi di canzoni e coreografie, dei film di kung fu e del cinema di genere americano di Stallone e Seagal, Salim è una figura bigger than life: non tanto per la sua pinguetudine, quanto soprattutto per la sua esuberanza.
Egocentrico e carismatico, benevolmente manipolatorio, Salim Shaheen rischia di cannibalizzare in ogni istante il documentario con la sua parlantina. Sonia Kronlund lo capisce perfettamente e accetta la giocosa dialettica del suo interlocutore, condividendo più volte la scena con il suo protagonista.
Decide perciò di coglierne la personalità strabordante soprattutto sul set, mentre dirige, trova soluzioni ai mille problemi e dà ordini con piglio autoritario (tira pietre al cameraman - spesso il figlio - che sbaglia inquadratura), circondato dai fedelissimi collaboratori che formano la sua troupe, tutti personaggi vitali ed eccentrici come il loro leader.
Uno di questi è proprio Qurban Ali Afzali (premiato dalla giuria del Biografilm Festival), attore fisso del cinema di Salim che ama travestirsi da donna con il burqa ed è l'assoluto protagonista di una delle scene più forti del documentario, in cui incarna la madre di Salim Shaheen.
Nonostante siano sempre a rischio a causa dell'instabilità del paese, Salim e i suoi non cessano di fare film con storie e personaggi in cui gli afghani - e persino alcuni talebani - si riconoscono. Sonia Kronlund con questo documentario celebra il potere salvifico del cinema per Salim Shaheen e la sua battaglia quotidiana per realizzarlo in condizioni realmente proibitive. Lo sguardo della regista europea consente al tempo stesso di scattare una fotografia dell'Afghanistan attuale, con le sue ferite, paure, contraddizioni ma anche voglia di lasciarsi contagiare dalla magia del grande schermo.

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