Vieni a vedere Napoli… al cinema

Giulio Ragni - 06.04.2017 testo grande testo normale

Tags: cinema, napoli, film

In una stagione avara di buoni titoli per il cinema italiano, Napoli e la Campania si confermano baluardo di originalità e sperimentazione

Nell'annus horribilis del cinema italiano, connotato da disastri al botteghino senza soluzione di continuità ed esiti qualitativi sempre più rabberciati ed approssimativi nel prodotto (si fa per dire) industriale, una delle poche note lievi arriva dai film prodotti e girati a Napoli, città la cui cattiva fama è inversamente proporzionale al grado di conoscenza pubblica della sua profonda stratificazione culturale, delle risorse e degli ingegni che vi abitano, a dispetto dell'aforisma (presunto) di Goethe che la immortala come paradiso abitato da diavoli. Una città, quella partenopea, che rischia di trasformarsi in una trappola dal punto di vista narrativo, vittima degli stereotipi positivi e/o negativi con cui ama da sempre raccontarsi, stretta tra un passato remoto di capitale e centro culturale con pochi eguali e un presente dove il racconto mediatico tende ad enfatizzarne la presunta, irriducibile eccezionalità, in un verso o nell'altro; una città che invece nasconde un'identità profonda assai variegata e frammentata, sospesa tra ferocia e tenerezza, abissi di degrado e vertigini di bellezza, dall'anima nobile e pezzente, che solo uno sguardo artistico complesso, in grado di non arrendersi alla superficie dell'evidenza, è in grado di comprendere trascendendo l'immanenza della cronaca per farsi simbolo di un modo di vivere, pensare ed essere universale.

Un pugno di pellicole viste in questo scorcio di stagione sembrano essere riuscite a catturare brandelli di questa multiforme realtà rielaborandone l'immaginario, e il primo aspetto interessante è che sono quasi tutte opere ambientate nella contemporaneità, con la vistosa eccezione del notevole Napoli'44 di Francesco Patierno, docufiction costruita con spezzoni di vecchi classici e immagini ex novo ispirate al best seller d'oltreoceano firmato Norman Lewis, una sorta di controcampo de La pelle di Curzio Malaparte, che offre una prospettiva differente sulle medesime miserie ed orrori della città martoriata dalle bombe durante l'occupazione americana al termine della Seconda Guerra Mondiale, riconoscendo una dignità al popolo sofferente che invece lo scrittore italiano riteneva prostituita e venduta in nome di un'ardua sopravvivenza. Venendo all'attualità, il dibattito mediatico sulla città si è incentrato sulla diatriba tra i rispettivi fan della serialità televisiva rappresentata da Gomorra, la cui grande qualità di scrittura e messa in scena è appena offuscata dal torto (inconsapevole?) di offrire una visione unilaterale di Napoli come un'immensa Scampia dal centro alla periferia, e gli ameni scorci grandangolari offerti dai Bastardi di Pizzofalcone: in fondo due visioni entrambe parziali e insufficienti a comprendere in toto la tentacolare città partenopea.
Una propaggine televisiva in sala può essere considerata Gomorroide, ennesima incursione della comicità del programma Made in Sud sul grande schermo dopo Vita, Cuore, Battito e Troppo Napoletano nella scorsa stagione, in grado di soddisfare i palati non troppo esigenti di un pubblico sudista collocato anche oltre regione, confermando la bontà dell'operazione dal punto di vista esclusivamente produttivo, tra costi molto contenuti e risultati più che lusinghieri al box office: sorvoliamo per carità di patria sulla qualità estetica del prodotto, ma al netto dell'indiscutibile modestia degli esiti va perlomeno sottolineata l'intuizione di enfatizzare il ruolo della parodia come strumento in grado di smontare i meccanismi del Potere, in questo caso incarnato dalla criminalità organizzata, la cui messa alla berlina spinge la popolazione a ribellarsi al giogo camorristico perché, semplicemente, non fa più paura.

Ben altra sostanza hanno altre pellicole approdate in sala nel corso della stagione, a partire da Falchi di Toni D'Angelo, che rispolvera senza nostalgie un cinema di genere all'italiana ibridato con le suggestioni della scuola di Hong Kong: se alcune forzature drammaturgiche sono evidenti, gli interpreti Fortunato Cerlino e Michele Riondino sono convincenti, e vedere in un film nostrano una heroic bloodshed non può che commuovere chi ha amato il cinema di John Woo, Ringo Lam e Johnnie To. I rapporti con gli immigrati che fanno da sfondo alla vicenda del film di D'Angelo sono invece al centro di Vieni a vivere a Napoli, una commedia in tre episodi firmati da Guido Lombardi, Francesco Prisco ed Edoardo De Angelis (suo quest'anno anche il noir Indivisibili ambientato nell'entroterra campano, a nostro modesto avviso miglior film italiano della stagione), in cui fortunatamente dietro gli incontri occasionali, le piccole odissee notturne e le malinconie esistenziali dei protagonisti, non si cede al ricatto buonista né agli schemi ideologici consolidati che solitamente inficiano opere e riflessioni mediatiche sul tema, lasciando che vizi, pregiudizi e reciproche incomprensioni vengano fuori tanto dalla popolazione autoctona quanto dalle nuove etnie incarnate nel film da cinesi, ucraini e cingalesi. E poi c'è La parrucchiera di Stefano Incerti, una "almodovarata" ricca di colori e musica, che parte da una visione oleografica della città e dei suoi abitanti per far scaturire dentro i suoi toni da briosa commedia sopra le righe tutte le contraddizioni della proverbiale e controversa arte di arrangiarsi partenopea, un vivace inno alla solidarietà femminile che non arretra alla possibilità di lanciare uno j'accuse al bieco sfruttamento mediatico degli stereotipi sulla napoletanità, proponendosi di fatto come un anti-Gomorra all'interno di quelle stesse realtà sociali e antropologiche narrate da Saviano.

In attesa di vedere nei prossimi mesi La tenerezza di Gianni Amelio, il musicarello gangster dei Manetti, la versione animata e molto dark della Gatta Cenerentola firmata da Alessandro Rak (L'arte della felicità), e la Napoli Velata di Ferzan Ozpetek, possiamo affermare senza timori di smentita che mentre il cinema romano costruito a tavolino sulle terrazze dei Parioli appare sempre più moribondo, distaccato dalla realtà e dai gusti del pubblico, la voce artistica che giunge dal golfo partenopeo, al netto di una Film Commission che non è neanche lontanamente vicina ai fondi di altre realtà regionali come Puglia, Piemonte o Trentino, forte solo dei propri talenti si dimostra assai più audace e coraggiosa, cercando nella maggior parte dei casi di affrancarsi dal semplice regionalismo per elevarsi a visione universale. Una vocazione, quella del provincialismo che si fa archetipo oltre qualsiasi frontiera e confine, che è proverbialmente un punto di forza del cinema italiano in tutta la sua storia, da Fellini alle grandi correnti del Neorealismo e della Commedia, e che da sempre caratterizza anche il cinema napoletano e campano – figlio tanto di registi locali quanto di autori di altra nascita, purché nutriti dall'immaginario culturale di questa terra – anche nei decenni più bui della filmografia nazionale: pensiamo alla produzione dagli anni Ottanta di un talento irregolare come Salvatore Piscicelli, che meriterebbe ampia riscoperta, e nel decennio successivo quella dei cosiddetti Vesuviani (Martone, De Lillo, Capuano, Corsicato e il già citato Incerti), fino ad arrivare a Sorrentino e Garrone (che è romano ma molto ha attinto da Napoli e dintorni) oggi, due dei talenti maggiormente considerati anche all'estero. Da Napoli, come da altre realtà localistiche (dalla Sardegna al Nord-Est), arrivano segnali di speranza di una cinematografia nazionale che nella migliore delle ipotesi vive una difficile transizione verso nuovi modelli produttivi, tecnologici ed estetici, e nella peggiore sta implodendo nelle sue contraddizioni e nei vizi radicati dagli anni del boom della televisione commerciale decenni addietro.

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