73. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica - Paradise

Andrea Romagnoli - 09.09.2016 testo grande testo normale

Tags: Venezia73, Andrei Konchalovsky

Presentato in Concorso alla 73a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia l’ultimo lavoro del celebre regista russo Andrei Konchalovsky, questa volta alle prese con il dramma dell'Olocausto.

Come dinanzi a un banco degli imputati scarno e senza segni distintivi, se non un tavolo di legno nudo e completamente vuoto, i tre protagonisti di Paradise ci parlano, ognuno nella propria lingua natia (rispettivamente il francese, il russo e il tedesco) raccontandoci alcuni episodi legati alla propria vita. Jules è un poliziotto francese che collabora attivamente con i nazisti che, alle prese con l'interrogatorio di una nobildonna russa di religione ebraica, le offre uno sconto della pena in cambio di un incontro sessuale. Le cose non procedono come il previsto e ritroviamo la donna in un campo di sterminio, vessata e allo stremo delle forze. Nello stesso luogo viene inviato un giovane ufficiale SS col compito di eseguire un'ispezione del luogo, che da tempo non frutta alle casse del Reich i risultati attesi.
L'uomo riconosce nella donna quella giovane di cui si innamorò follemente qualche anno prima durante una vacanza in Italia e dunque si offre di salvarla conducendola dapprima a fare da serva nella sua dimora, poi cercando di metterla in salvo.

L'autore dell'ottimo The Postman's White Nights, premiato a Venezia due anni fa con il Leone d'Argento per la migliore regia, torna in Laguna con l'intenzione di accaparrarsi il riconoscimento più prestigioso.
Gli ingredienti, almeno sulla carta, ci sarebbero tutti: un intreccio a tema Olocausto, un bianco e nero pulitissimo ed estremamente affascinante, tre storie che si intrecciano tra melò, tradimenti e complessi di colpa. Eppure.

Eppure Paradise è un'opera modesta, tanto raffinata nella patina quanto impalpabile nella sostanza, che non rischia quasi nulla e che non riesce a raccogliere i risultati sperati. L'unica invenzione del regista russo, peraltro non originalissima, è quella di affidare ai volti dei tre protagonisti il raccordo tra i tre episodi, con l'evidente intenzione di spezzare le maglie oppressive del racconto per farlo aprire a un discorso universale, che col passare dei minuti si fa sempre più morale e costringe lo spettatore a guardare oltre i confini dello schermo 4:3 che fa da sfondo alla proiezione.
Un tentativo che rimane tale e che produce un'opera fondamentalmente incompiuta, sospesa tra istanze emotive non efficacemente sviluppate e una rigorosità mai davvero piena; l'inserimento di molti cliché narrativi e di alcune soluzioni di comodo (emblematica a tal proposito la comparsa due bambini nel campo di sterminio in cui è rinchiusa la protagonista) livellano verso il basso le ambizioni di Andrei Konchalovsky e racchiudono l'opera in un aurea di mediocrità e di sostanziale indifferenza.

In un Festival sino a questo momento incapace di proporre picchi che mettano d'accordo tutti, ecco allora che Paradise potrebbe dire la propria nel palmares veneziano, acciuffando un premio poco meritato e che non guarda affatto al coraggio di proporre linguaggi nuovi o di percorrere sentieri cinematografici poco solcati.

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