73. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica - The Bad Batch

Andrea Romagnoli - 07.09.2016 testo grande testo normale

Tags: Venezia73, Ana Lily Amirpour, Keanu Reeves

La regista del sorprendente A girl walks home alone at night presenta la sua fiaba distopica a Venezia.

A guardar bene A girl walks home alone at night, esordio della regista di origini iraniane Ana Lily Amirpour, si poteva rintracciare una certa furberia tra le pieghe di una narrazione affidata soprattutto alle suggestioni visive e ai ribaltamenti di senso: nel mare magnum di citazioni, riferimenti interni o esterni al genere e invenzioni visive notevolissime, lo spettro del cinema indie e un po' arty era dietro l'angolo, e in alcuni momenti prendeva il sopravvento sulle caratteristiche migliori dell'opera, trasformando un lavoro sicuramente molto personale in un prodotto un po' ruffiano e compiaciuto.

The Bad Batch, presentato in Concorso alla 73. edizione della Mostra di Venezia, è la deriva peggiore a cui queste premesse potessero portare: storia di una lei rinchiusa in un "lotto difettoso" (il bad batch del titolo, appunto) in cui cannibalismo e prepotenza sono le uniche leggi alle quali sottostare, il film appare sin dai primi minuti come contraltare all'ultimo lavoro di George Miller, quel Mad Max: Fury Road visto un paio di anni fa a Cannes.

A una sostanziale assenza di sceneggiatura, costruita su pochissimi e inconsistenti dialoghi, la Amirpour contrappone un frullato di immagini molto elaborate, cercando insistentemente di riempire i vuoti narrativi con scarti di senso appoggiati su un'estetica d'impatto e improvvise virate di genere.
Il risultato è tutt'altro che positivo e si presenta agli occhi dello spettatore come un pasticcio estetizzante, in cui l'interesse scema col passare dei minuti, proprio perché frutto di uno sguardo decisamente più interessato all'autocelebrazione che non alla storia messa in scena sullo schermo. Ad affondare definitivamente una nave già stracolma di acqua, ci pensa poi la coppia di attori protagonisti, insulsi e fuori parte, alla quale non basta pronunciare poche linee di dialogo per evitare di mostrare un repertorio di espressioni spaesate e una sostanziale inabilità alla professione.

Nella noia generale, la presunzione della Amirpour sublima poi in un finale dagli echi carpenteriani, nei quali però la metafora con la contemporaneità appare elementare, scontata e decisamente fuori tempo massimo, buona forse per chi ritiene il cinema un frullato posticcio di musica pop e inquadrature very cool prive di una specificità altra.
Solo il tempo potrà dire se quello di The Bad Batch è semplicemente un passo falso o se la regista si andrà ad aggiungere alla già foltissima schiera di autori più convinti (dei propri mezzi) che convincenti; comunque vada, in bocca al lupo.

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