73. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica - Piuma

Andrea Romagnoli - 06.09.2016 testo grande testo normale

Tags: Venezia73, Roan Johnson

Il terzo lungometraggio di Roan Johnson sbarca in Concorso a Venezia: una commedia fresca e divertente, che a tratti riesce a emozionare pur senza convincere appieno.

Piuma racconta la storia di Ferro (Luigi Fedele) e Cate (Blu Yoshimi), due ragazzi come tanti, ai giorni nostri. Una gravidanza inattesa e il mondo che inizia ad andare contromano: la famiglia - quella accogliente e "normale" del ribelle Ferro, quella sgangherata e fuori dagli schemi della più assennata Cate - , la scuola con i fatidici esami di maturità, gli amici (che sì, li capiscono, ma devono partire per il viaggio organizzato dopo gli esami), il lavoro che non c'è. Tra tentennamenti e salti nel buio, prese di responsabilità e bagni di incoscienza, i due protagonisti attraverseranno i nove mesi più emozionanti e complicati della loro vita.

L'idea di Roan Johnson, alla sua terza prova registica dopo I primi della lista e Fino a qui tutto bene, è quella di mostrare quanto la purezza e la sguaiata incoscienza dei due protagonisti, seppur smaliziati e fortemente contaminati dalle sovrastrutture sociali che li circondano, siano delle prerogative basiche per poter intraprendere un percorso sempre più spesso associato alle difficoltà, alla cupezza, in cui i diretti interessati rinunciano ai compromessi delle responsabilità preferendo fuggire di fronte ai propri istinti, sino a trasformare il processo più naturale di tutti – quello di mettere al mondo un figlio – in una rincorsa senza fine alla stabilità economica, sociale e lavorativa, non realizzando (o fingendo di non realizzare) che più di tutti non sanno (ri)trovarne una emotiva.
E' dunque la rappresentazione del microcosmo genitoriale a essere il vero centro dell'opera di Johnson, così inadatto e impreparato dinanzi a traiettorie di certo complicate e tortuose, ma che non per questo può smettere di guardare con fiducia alla vita e alle possibilità che riesce ancora a offrire.

Nei momenti in cui la scrittura si fa più fitta e caotica Piuma funziona di più, e meglio, offrendo allo spettatore una serie di scambi al fulmicotone che trasformano lo spazio scenico in un vero e proprio proscenio teatrale. E teatrale è anche l'approccio di Johnson, che sceglie di costruire lunghi piani sequenza nei quali far muovere (o, più spesso, dialogare) il suo cast, mettendo in disparte i tagli di montaggio tipici della commedia e affidando agli attori di maggiore esperienza il compito di reggere buona parte del peso filmico; a questo proposito, impossibile non citare uno strepitoso Sergio Pierattini, che in più di un'occasione eclissa gli acerbi protagonisti e che da solo vale il prezzo del biglietto.

Un‘impostazione non propriamente comune nel panorama italiano, che si rifà abbastanza apertamente ai modelli di un certo cinema indie americano ma che nel corso dei minuti finisce per divenire un po' asfittica, penalizzando il crescendo emotivo di una pellicola incapace di trasformare pienamente la vis comica in energia emozionale, specialmente in quella parte finale che profuma tanto di catarsi mancata.
Ecco dunque che quella leggerezza, che per lunghi tratti impreziosisce e valorizza al meglio la freschezza del film, rischia di trasformarsi in un'arma a doppio taglio e finisce per metterne in evidenza i limiti maggiori, in special modo nei momenti in cui Johnson si lancia in peripezie visive decisamente poco riuscite, che oltre a non aggiungere nulla al discorso filmico nuocciono sotto il profilo della spontaneità e dell'immediatezza.

Un film discretamente godibile dunque, che con una buona dose di soavità ricorda a molti registi (italiani e non) le possibilità concrete della commedia, che può (e deve?) parlare alla pancia senza timore di non essere presa sul serio. Certo, anche gli occhi vogliono la sua parte, e su questo versante c'è da lavorare ancora tanto.

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