Raccontare o mostrare: dove va il cinema del futuro?

Giulio Ragni - 23.06.2016 testo grande testo normale

Tags: cinema, futuro, refn

Alcuni autori mostrano la strada di un possibile futuro del cinema: sempre più esperienza sensoriale, sempre meno storia da narrare. Sarà davvero così?

Guardando l'ultimo, notevole film di Nicholas Winding Refn, The Neon Demon, appare sempre più evidente come il cinema del futuro si trovi davanti a un bivio: raccontare o mostrare? Il linguaggio filmico va ancora inteso come uno strumento al servizio di una macchina narrativa, oppure assomiglierà sempre più alla video-arte, alle realtà virtuali dei nuovi media, in cui il senso si sprigiona non più da una trama o dalla presenza dei personaggi, ma dall'offrire un'esperienza sensoriale, fisiologica allo spettatore?

Quello che la gran parte dei critici italiani non ha capito dell'ultimo film di Refn – d'altronde cosa pretendere ancora da una categoria (non facciamo i nomi per carità di patria, ma tutta la generazione dei recensori quarantenni sono l'esempio più lampante della crisi di questa professione) che esalta l'inutile graziosità dell'ultimo Linklater trasformandolo addirittura nel "film del mese" – è che il regista danese si pone la domanda fondamentale, al pari di altri suoi colleghi, su quale direzione dare alla fu settima arte: un cinema che pensa digitale, in un'epoca in cui il tempo della visione, per tutti coloro che sono divenuti consumatori compulsivi di immagini prodotte da altri o da loro stessi, si è esteso infinitamente a scapito del tempo della riflessione, al momento in cui si ragiona su cosa si è visto, sul significato profondo che le immagini comunicano. Un film perfetto dunque per la generazione smartphone, che culla un'ossessione feticistica delle immagini da smontare e rimontare a piacimento, in cui la trama è solamente una traccia dentro cui far vivere sequenze in grado di sprigionare una propria autonomia semantica, con personaggi volutamente bidimensionali e metafore messe letteralmente in scena.

Sarà davvero questo il cinema di domani? Refn giustamente si pone il problema, come altri registi dai percorsi anche molto diversi dal suo, ma tutti accomunati dalla medesima idea di fare del cinema un'esperienza percettiva, quasi fisica, piuttosto che drammaturgicamente empatica: che si tratti degli spettacolari e tecnologicamente innovativi Gravity di Cuaron o del futuro film di Ang Lee Billy Linn's Long Halftime Walk - che mette insieme addirittura 3D, 4K e telecamere che filmano a 120 fotogrammi al secondo, per cui pare che non esistano ancora sale attrezzate per proiettarlo – di film sperimentali, avanguardistici come Inland Empire di Lynch, Enter the Void di Gaspar Noè, Spring Breakers di Harmory Korine o i film del duo belga Cattet-Forzani Amer e The strange colour of your body's tears, o anche l'opera di un autore totalmente estraneo alle mode come il taiwanese Tsai Ming-Liang, che dopo aver certificato la morte del (suo) cinema in Stray dogs è finito letteralmente nei musei d'arte contemporanea con Journey to the West, ognuno di essi si caratterizza per un'ansia espressiva, un bisogno di battere nuovi sentieri, di esplorare i limiti di un cinema da rifondare, ora che la transizione dalla pellicola al digitale è divenuta prassi consolidata. E abbiamo citato solo alcune opere ed autori, ma il discorso si sarebbe potuto allargare citando l'ossessione contemporanea per certi stilemi quali la soggettiva e il piano sequenza, o ragionando sulla filmografia di autori costantemente in bilico tra classicità e sperimentazione come Michael Mann, ma non vi è il tempo né lo spazio.

Non che manchino oggi esempi di straordinario cinema narrativo – pensiamo ad un autore come Ashgar Farhadi, forse il miglior "scrittore di cinema" di quest'epoca, ma anche tutto il cinema del reale che sta conoscendo una stagione florida di talenti – ma tutti o quasi gli spazi drammaturgici sembrano essere stati accalappiati dalla nuova serialità televisiva, che vive il suo momento di massimo splendore dopo aver scoperto le infinite potenzialità della narrazione orizzontale, permettendosi il lusso di descrivere trame molto articolate e personaggi straordinariamente complessi, in virtù del fattore tempo che gioca a proprio favore. E al cinema cosa resta? Inseguire la serialità su questo terreno ha solo generato film troppo lunghi e sfilacciati (oramai è raro trovare un'opera nei canonici 90 minuti) o un'infinita serializzazione appartenente ai soli blockbuster, tra sequel, trilogie, reboot, spin-off e altro ancora.
Se dall'alba del cinema sonoro – tralasciamo il periodo del muto poiché il cinema aveva una sua specificità linguistica che lo rendeva altro da quello che oggi consideriamo film – fino agli Cinquanta i film raccontavano essenzialmente storie, concentrandosi principalmente sul cosa narrare, con le nouvelle vagues del decennio successivo fino a tutta l'era analogica è divenuto essenziale come narrare quelle storie, lasciando un ruolo predominante al regista e alla messa in scena.

Ora ci troviamo indiscutibilmente all'inizio di una nuova era, in cui sempre più autori si interrogano su quale direzione prendere: magari Refn e gli altri si sbagliano, ma di certo anche il pubblico si è abituato a concepire il film in sala come un evento, come dimostrano anche certe politiche distributive che vedono uscite di film in pochi giorni per poi finire direttamente in streaming, salutate con favore dagli spettatori. E se trasferiamo l'idea di evento dalla distribuzione alla creazione del film, forse possiamo avere davvero un'ipotesi concreta di quello che ci aspetta. Il che non vuol dire che sarà la morte assoluta del cinema narrativo, che anzi diventerà anch'esso un evento, uno strenuo atto di resistenza (come adesso il cinema orgogliosamente vintage e in pellicola di Tarantino); oppure la sala diventerà sempre più il tempio dove rivedere i classici, come dimostra la bellissima iniziativa di riportare in queste settimane un autore come Jacques Tati con i suoi capolavori restaurati e offerti alla visione di vecchi e nuovi spettatori, a perfetta chiusura del cerchio. Comunque vada il cinema sarà sempre più evento, esperienza, un momento isolato da ritagliarsi dal flusso ipnotico e ininterrotto delle immagini quotidiane: dal post-moderno al post-cinema, il percorso sembra segnato.

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