L’assenza è un assedio

Giulio Ragni - 30.05.2016 testo grande testo normale

Tags: almodovar,cinema, melo

Il peso dell'assenza è una delle chiavi fondamentali del cinema melò di Pedro Almodovar

Cosa ci commuove quando guardiamo un film di Pedro Almodovar? Quale meccanismo è in grado di scattare universalmente, a dispetto di un cinema popolato di gay, travestiti, transessuali, personaggi appartenenti a un'umanità borderline che in teoria potrebbe risultare respingente per determinate categorie di spettatori? Guardando il suo ultimo film Julieta, ci rendiamo conto che una delle coordinate principali del cinema del regista spagnolo è il peso dell'assenza, che ritorna ciclicamente a connotare i suoi melodrammi al femminile, spesso esuberanti e sopra le righe, ma inequivocabilmente costruiti attorno alla solitudine dei suoi personaggi.

Se quando affronta il noir o la commedia Almodovar spinge sul pedale dell'ossessione del desiderio, nel territorio del melò, che ne ha decretato la fortuna a livello internazionale, il regista si insinua tra le pieghe di un dolore universale, in grado di commuovere e avvincere lo spettatore. Per molti versi l'ultimo film di Almodovar sembra riprendere lo stesso elemento fondante di Tutto su mia madre, forse il suo film più famoso e celebrato: una figlia scomparsa da lungo tempo fa il paio infatti con il figlio morto nel citato capodopera, lasciando in entrambi i casi il proscenio ad una donna sola con il proprio dolore. La differenza è che Cecilia Roth andava alla ricerca del padre del ragazzo in nome di una sopravvivenza e condivisione del ricordo, tuffandosi in un caleidoscopico viaggio sottolineato dalla presenza del treno – altro topos ricorrente nei due film – che sbuca a Barcellona sulle note di Tajabone di Ismael Lo, un'immagine che evoca un percorso uterino a simboleggiare la (ri)nascita della protagonista. Al contrario Julieta resta immobile, schiacciata dal proprio passato, dai lutti e dai sensi di colpa, e il suo unico sfogo è scrivere un diario alla figlia assente, che funge anche da veicolo di conoscenza dei fatti allo spettatore, proprio come in Tutto su mia madre: quello che colpisce nell'ultimo film del cineasta manchego è la totale assenza di ironia come di scene madri, allo scopo di raffreddare volutamente la materia, come se Almodovar non cercasse più le lacrime né le emozioni più dirompenti, lasciando al loro posto uno scavo psicologico sul dolore della perdita, le ferite non rimarginate, la gravitas di una sofferenza inespressa ma lacerante.

Il tema persistente dell'assenza ritorna molteplici volte nel cinema di Almodovar: nello straordinario Parla con lei il regista si sofferma principalmente sulle lacrime degli uomini, ma le due donne in coma sono altrettanto protagoniste, presenze mute e dunque assenti, in grado di essere il motore delle vicende, di innescare l'elemento melodrammatico, così come in Volver, dietro l'apparizione falsamente fantasmatica della madre della protagonista, il regista ritorna ancora una volta sulla relazione tra due persone segnate dalla distanza e l'incomprensione. Nei contorcimenti survoltati delle trame, i melò di Almodovar alla fine dei conti battono sugli stessi temi ricorrenti, di volta in volta declinati secondo colori, scenografie, costumi, geometrie e citazioni ispirate dall'estro del momento. In fondo anche Il fiore del mio segreto, il primo vero e proprio melodramma di Almodovar con protagoniste le sue chicas, nell'affrontare la solitudine sempre più marcata della protagonista, il regista partiva da un elemento di crisi tra i tanti come la distanza geografica e affettiva dal marito: seppur dunque a latere, l'elemento dell'assenza già fa capolino, in un'opera tra le più belle e sottovalutate del cinema di Almodovar, meritevole di una doverosa riscoperta.

Quando con Gli abbracci spezzati Almodovar decide di affrontare direttamente il rapporto tra arte e vita, pur nella maggiore cerebralità di un'operazione di alto livello stilistico, il regista trova ancora nella fine traumatica di una relazione d'amore, in questo caso tra quella di un regista e la sua musa, il momento decisivo per incatenare lo spettatore e avvincerlo in una vicenda a rischio disinteresse, giacché il metacinema affronta la perenne incertezza di risultare fatalmente per pochi, per addetti ai lavori e cinephiles incalliti; se aggiungiamo alla nostra analisi anche un'opera come Gli amanti passeggeri, questa sì davvero minore nella sua filmografia, vediamo come essa pare acquisire spessore solo quando abbandona il divertito e pleonastico umorismo camp per aprirsi ai consueti squarci melò, a dimostrazione di come Almodovar abbia trovato la sua reale dimensione nel raccontare la sofferenza piuttosto che la gioia, il peso delle lacrime invece che l'estasi del godimento. Assenza e desiderio dunque sono gli assi cartesiani del cinema almodovariano, perfettamente intrecciati nel passionale Carne tremula come nel nerissimo, disturbante e disperato La pelle che abito, grande film incompreso dalla critica nostrana, che ha deriso un'opera capace di essere al contempo sintesi di una poetica e rinnovamento delle tematiche ricorrenti verso orizzonti stilistici inesplorati e coraggiosamente oscuri.

Anche quando affronta altri generi – che in questa sede non abbiamo affrontato limitandoci ai soli melò – assenza e desiderio restano i luoghi privilegiati del cinema di Almodovar, l'espressione più pura della sua autorialità: il tempo ci ha infine rivelato come l'esuberante simbolo della movida madrilena post-franchista sia stato in realtà uno dei maggiori cantori del pathos sul grande schermo, il regista che più di ogni altro è in grado di dar voce alle emozioni più profonde, al sentimento più autentico dell'animo umano, in voluto contrasto con un linguaggio che trova nell'artificio formale la propria quintessenza. Dietro i codici della trasgressione e l'ansia incendiaria dell'artista ribelle, batte inesausto il cuore in tumulto – come quello di Julieta che apre il film - di un maestro del melodramma più classico, turgido e barocco solo nello stile, un instancabile indagatore della natura umana alle prese con la pena infinita dell'esistenza.

  • L’assenza è un assedio

  • L’assenza è un assedio

  • L’assenza è un assedio

  • L’assenza è un assedio

  • L’assenza è un assedio

  • L’assenza è un assedio

  • L’assenza è un assedio


zoomma video