GRILLO PARLANTE – Presenza e valori umani nelle espressioni artistiche dal pre-Umanesimo al Novecento - Parte XV

Armando Ginesi - 26.10.2014 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, storia dell'arte, dispensa università

Continua la pubblicazione della serie di articoli di Armando Ginesi dal titolo: “Umanesimo in arte dal Romanico al Barocco”, trascrizione delle lezioni da lui tenute agli allievi della Cattedra di Storia dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, nel quadro di un programma intitolato “Presenza e valori umani nell’espressioni artistiche dal pre-Umanesimo ai tempi nostri”.

Posizione sociale dell'artista nel Rinascimento

Abbiamo già visto come sin dal Romanico l'artista tendesse a raggiungere una sua libertà dai condizionamenti del committente. Vediamo ora come, nel Quattrocento e nel Cinquecento, egli cerchi di rendere autonoma la sua professione sforzandosi di condurla fuori dall'isolamento nel quale si trovava confinata rispetto a quella degli altri operatori culturali. La battaglia degli artisti è orientata verso la conquista di una più soddisfacente posizione sociale che li annoveri fra gli artefici delle arti liberali. Vedremo come ci riusciranno e quali saranno i problemi che immediatamente nascono dopo il raggiungimento di questo obbiettivo.
Nel Quattrocento l'artista conquista la consapevolezza del proprio ruolo nella società e mira al riconoscimento della sua funzione e all'inserimento concreto nell'ordine sociale che si è creato. La sua posizione è migliorata di molto rispetto al passato, gode di prestigio e di considerazione e ricopre in alcuni casi anche cariche pubbliche. Non è più considerato un semplice artigiano, però non riesce ancora a fare della sua professione un'arte liberale e quindi a collocarsi accanto al poeta, al retore, al trageda.
Pittori, scultori, architetti sono ritenuti ancora operatori di attività meccaniche e pertanto non annoverati tra i produttori di cultura. Gli artisti tentano in ogni modo di dimostrare il valore intellettuale del loro operare e si richiamano all'epoche antiche, cercando di evidenziare quelle in cui la loro categoria godeva di considerazione da parte di re, di principi, di papi. E cercano degli esempi tendenti a dimostrare come anche uomini grandi, uomini di rango, si fossero dedicati all'arte. In questo modo vogliono dimostrare e sostenere come quest'ultima debba essere annoverata fra le professioni liberali che sono appannaggio degli uomini liberi, mentre le attività meccaniche vengono esercitate dai servi.
Un argomento importante a favore della tesi degli artisti è quello che la pittura presuppone, nella nuova era, la conoscenza della matematica: anzi con la prospettiva essa viene a porsi quale strumento scientifico importante per lo studio della natura. Leon Battista Alberti e Lorenzo Ghiberti spiegano dettagliatamente di quali nozioni matematiche devono essere padroni il pittore e l'architetto e, poiché la matematica appartiene alle arti liberali, di conseguenza anche le arti visive vanno considerate tali. Tenace assertore di questa tesi, come sappiamo, è Leonardo quando sostiene che il pittore deve essere versato in ogni ramo del sapere. La stessa cosa avevano già detto l'Alberti e il Ghiberti per quanto riguarda gli architetti e gli scultori, richiamandosi del resto alla formulazione dello stesso Vitruvio il quale, già nel I secolo a.C., aveva scritto nel capitolo I del suo "De Architectura" che "L'architetto deve essere versato in molti rami del sapere". Inoltre aveva precisato quali fossero questi rami del sapere: la scrittura, il disegno, la geometria, l'aritmetica, l'ottica, la filosofia, la musica, la medicina, la giurisprudenza, l'astrologia.
Cerchiamo di spiegare la ragione per la quale, in era umanistica, e cioè in un'era nuova che tanti cambiamenti ha apportato alle idee passate, ancora permanga la posizione di diffidenza culturale nei confronti della pittura, della scultura e dell'architettura, mentre le altre arti sono ben accette ed elevate a rango e alla dignità di arti nobili.
La ragione prima va ricercata nella filosofia e in particolare in Platone (cioè paradossalmente in quel pensiero che è riproposto proprio in fase umanistica attraverso le dottrine neoplatoniche) il quale, a proposito dell'arte, può essere così sintetizzato: l'artista non crea ma imita la natura, contempla la realtà e la riproduce con quanto maggior esattezza è possibile ad opera della tecnica propria di ciascuna arte. Ma poiché la natura, per Platone, altro che non è la pallida copia del mondo delle idee (il famoso mondo iperuranico) ne deriva che l'arte è copia della copia e quindi l'artista è solo "imitatore della terza generazione a partire dalla natura" e quindi produttore di "cose scadenti rispetto alla verità, le quali portano con sé il rapporto di quella parte scadente dell'animo che non corrisponde alla razionalità". Platone conclude che l'artista deve essere bandito da una città saggiamente amministrata (la sua Repubblica ideale) come corruttore di costumi. La condanna però non è generalizzabile a tutte le arti e a tutti i modi di intenderle, ma si riferisce soltanto a quelle mimetiche, vale a dire a quelle che imitano e rappresentano la realtà.
Infatti il filosofo greco ammette – tanto nello "Ione" quanto nel "Fedro" – che l'artista può operare anche con un procedimento diverso da quello mimetico, essendo quasi trasportato, ad opera del suo "furor poeticus", in un mondo extra razionale, anzi soprarazionale, costituito da un'armonia di ritmi divini dai quali riceve il potere misterioso di trascinare con la sua arte gli uomini. Ecco spiegato il motivo dell'assoluzione da ogni condanna delle arti non mimetiche come ad esempio la musica, la poesia, la retorica e così via.
Circa poi il grande valore dato invece alla matematica ed alla geometria, è sufficiente ricordare come queste due scienze furono sempre alla base di tutto lo sviluppo del pensiero antico che le vedeva quali elementi chiave per giungere alla soluzione di ogni problema speculativo, da quello metafisico a quello gnoseologico, da quello etico a quello estetico.
Il pensiero platonico è ripreso da Mario Equicola, contemporaneo di Leonardo, il quale sostiene che la pittura non può oltrepassare la semplice imitazione della natura. Nella polemica si getta a capofitto proprio il genio Da Vinci e la difesa della cultura lo porta addirittura appassionatamente a capovolgere i termini della contesa. Sappiamo infatti che egli considera la pittura superiore alle altre arti, non soltanto alla scultura e all'architettura (anch'esse arti mimetiche) ma addirittura alla poesia. Al filosofo greco Simonide di Ceo era stata attribuita una frase che definiva la pittura una "poesia muta" e la poesia come una "pittura che parla": frase che viene utilizzata dagli avversari delle arti visive a sostegno delle proprie tesi. Leonardo si oppone a questa interpretazione con questa affermazione: "Se tu dimanderai la pittura muta poesia, ancora il pittore potrà dire del poeta orba pittura. Or guarda, quale è più dannoso morbo, o cieco, o muto".
Finalmente agli inizi del Cinquecento la società umanistica finisce per accogliere le tesi degli artisti e le arti visive vengono accettate come arti liberali. La disputa è finita, si sarebbe portati a pensare. Invece no, perché se è concluso il diverbio fra arti visive e arti liberali, nasce ora una lotta interna alle stesse arti visive. Quale, di esse, è la più nobile? Il conflitto interessa pittura e scultura.
L'opinione di Leonardo già la conosciamo; essa è chiara e indiscutibile: la pittura è un'arte superiore e quindi la più nobile di tutte. Sappiamo da tempo che il lavoro intellettuale è considerato superiore a quello manuale e Leonardo osserva che lo scultore è costretto a lavorare di martello e di scalpello, a sporcarsi di polvere tanto da apparire più un fornaio che un artista mentre il "pittore con grande aggio siede dinanzi alla sua opera, ben vestito e muove il lievissimo pennello con li vaghi colori, et ornato di vestimenti come a lui piace, et à l'habitatione sua piena di vaghe pitture e pulita et accompagnato spesso volte di musiche, o lettori di vari e belle opere, le quali senza strepito di martelli o altro rumore misto sono con gran piacere udite".
Questa immagine così quasi idilliaca del pittore che opera accompagnato molto spesso da musiche o assistito da giovani che leggono brani di buone opere, in contrasto con quella dello scultore che lavoro manualmente e quindi è sporco, si inserisce perfettamente in quel comportamento tipicamente mondano che è proprio della seconda fase del Rinascimento e cioè del Sedicesimo secolo.
Gli scultori obbiettano invece che è la pittura a dover essere considerata inferiore alla scultura e a sostegno di questa tesi portano l'argomentazione che mentre essa crea veramente gli oggetti a tre dimensioni, la pittura si limita a dare l'illusione della terza dimensione in quanto incapace di realizzarla. Leonardo è pronto a cogliere l'obbiezione e a rilanciarla verso gli avversari precisando come l'illusione non sia un elemento negativo ma al contrario positivo dal momento che è la prova di come si possa realizzare la tridimensionalità con mezzi mentali, quindi ricorrendo all'intelletto, mentre la scultura si limita ad ottenerla ricorrendo alla materia. inoltre, dice sempre Leonardo, la pittura riesce a rendere palpabile l'impalpabile, aggettanti le cose piane e lontane quelle vicine. E ciò riesce a fare ricorrendo sempre all'intelletto, non già ai mezzi e agli strumenti materiali.
In conclusione – la tesi di Leonardo è ripresa anche da Benedetto Varchi – le difficoltà che gli scultori affrontano sono indubbiamente maggiori rispetto a quelle dei pittori in quanto i primi sono costretti a lavorare con un materiale che oppone delle difficoltà come la pietra, dura, pesante e di difficile lavorazione; ma queste difficoltà sono manuali e tecniche, perciò non nobili. Mentre le difficoltà affrontate dai pittori sono tutte di natura intellettuale.
Lasciamo da parte le dispute intestine e vediamo che finalmente gli artisti, come già detto, sono riconosciuti quali uomini colti e li troviamo a lavorare accanto agli altri produttori di cultura. L'artista ora non si limita ad operare solo su commissione, ma realizza opere da presentare al pubblico da cui avere un giudizio: ricordiamo quanto abbiamo già scritto su Leonardo, cioè il riconosciuto diritto al profano di esprimere un'opinione utile in materia artistica.
Entrando nelle arti liberali l'artista è stato costretto ad uscire dalle corporazioni di mestiere entro le quali si trovava inserito durante il suo vecchio status di artigiano e ora ha bisogno di una nuova istituzione che difenda i suoi interessi e che prepari i futuri operatori. La corporazione esiste ancora ma l'artista non vi fa più parte e quindi guarda a qualche cosa di nuovo da cui potersi far rappresentare. Nascono così le Accademie. La prima delle quali fu la "Accademia del Disegno" fondata dal Vasari a Firenze nel 1562, seguita dalla "Accademia di San Luca" costituita a Roma nel 1577.
Le Accademie saranno delle vere e proprie scuole, veri vivai di creazione di nuovi artisti i quali studieranno le arti su basi scientifiche. La nuova posizione sociale, alla quale l'artista aveva cominciato a tendere sin dal periodo romanico, è oramai un obbiettivo raggiunto e una nuova professione di cultura riceve il riconoscimento ufficiale.



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