GRILLO PARLANTE – Presenza e valori umani nelle espressioni artistiche dal pre-Umanesimo al Novecento - Parte XIII

Armando Ginesi - 27.09.2014 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, storia dell'arte, dispensa università

Continua la pubblicazione della serie di articoli di Armando Ginesi dal titolo: “Umanesimo in arte dal Romanico al Barocco”, trascrizione delle lezioni da lui tenute agli allievi della Cattedra di Storia dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, nel quadro di un programma intitolato “Presenza e valori umani nell’espressioni artistiche dal pre-Umanesimo ai tempi nostri”.

Teoria artistica di Michelangelo

Se c'è un artista che può, meglio di ogni altro, rappresentare il senso storico del Cinquecento e darci la più fedele immagine di un secolo drammatico, ricco di contraddizioni e di forti tensioni, costui è Michelangelo, dalle cui opere (pittoriche, scultoree e letterarie) possiamo trarre il suo pensiero sulle arti e quindi la teoria estetica seguita da una parte notevole della cultura cinquecentesca.
Prima però di parlare di lui richiamiamo brevemente l'attenzione sulle caratteristiche del XVI secolo che ha visto scontrarsi due momenti altamente drammatici come la Riforma e la Controriforma, destinati a lasciare tracce profonde nella storia dell'umanità; che ha dato vita, all'interno del fenomeno controriformistico, al Concilio di Trento trascinatosi per diciotto anni tra interruzioni e riprese, espressione esso stesso delle laceranti tensioni del secolo; che ha visto l'uomo esaltare le qualità della ricerca e delle'investigazione e mettere in luce il valore della propria coscienza, ma anche il successivo tentativo di compressione, persino violenta, di tutte queste conquiste; che ha assistito alla maturazione di un equilibrio ideale e formale sotto la sollecitazione dei modelli antichi, ma anche al suo dissolversi al nome della soggettività. Un secolo fortemente dinamico dunque di cui Michelangelo, lo ripetiamo, è una delle espressioni più significative. Infatti il pensiero michelangiolesco (intendiamo soprattutto riferirci all'aspetto artistico di esso che è quello che più direttamente ci interessa) ha subito un processo continuo di evoluzione, in linea con i mutamenti ideali, sociali, politici e religiosi del Cinquecento. Come abbiamo detto è attraverso le sue opere che possiamo trarre il significato della sua posizione estetica praticamente rivelatasi mediante tre momenti stilistici fondamentali.
Nato nel 1475 Michelangelo studiò alla scuola di maestri appartenenti alla spiritualità quattrocentesca. Il primo periodo del suo operare artistico corrisponde agli ideali propriamente umanistici ereditati dal Quattrocento e maturati nella fase più alta del Rinascimento. In questo periodo Michelangelo segue le teorie neoplatoniche che lo conducono alla elaborazione del concetto della bellezza ideale ma, al tempo stesso, si unisce alla tradizione scientifica della pittura secondo gli insegnamenti autorevoli di tutta la corrente fiorentina e segnatamente dell'Alberti prima e di Leonardo poi. Seguendo la più pura impostazione dell'Umanesimo egli ricerca la bellezza nella natura, perpetuando la famosa sintesi scienza-natura. L'investigazione dell'universo visibile, alla ricerca della bellezza, conduce Michelangelo ad accentrare il suo interesse sul corpo umano, dove egli tende a scoprire l'ideale della bellezza. Così il corpo dell'uomo assume un valore emblematico e diventa oggetto di studio e di rappresentazione artistica.

Per capire meglio il suo pensiero di questo periodo ricordiamo gli affreschi della volta della Cappella Sistina nei quali rinveniamo ancora un altro elemento tipico dell'Umanesimo, cioè la sintesi neoplatonica tra Cristianesimo e religioni classiche: infatti il rigore di Michelangelo traduce le concezioni teologiche più ortodosse nonostante appaiano, sul piano formale, più simili a deità pagane che non aderenti all'iconografia ufficiale del Cristianesimo tradizionale. A questo proposito dobbiamo però fermare l'attenzione su un particolare che anticipa gli sviluppi futuri della teoria estetica e dell'arte michelangiolesche: le sembianze del corpo umano – nelle quali è ricercato il modello della bellezza – sono sì conseguenza dell'imitazione delle forme di natura, ma non solo; lo studio approfondito di tali forme induce l'artista ad idealizzarle e quindi a superare la stessa natura. Nasce cioè una prima esigenza di soggettivizzazione rispetto ai criteri di oggettività assoluta dell'Umanesimo dell'Alberti: si dà spazio alla fantasia creatrice riallacciandosi a quanto aveva già teorizzato e realizzato Leonardo; si configurano, in embrione, quelle che saranno le scelte dell'ultimo periodo michelangiolesco, in aderenza alle teorie estetiche soggettivanti del Manierismo.
Perché Michelangelo, pur studiano a fondo la natura, in termini scientifici e soprattutto l'anatomia che lo interessa particolarmente come conseguenza dell'attrattiva che su di lui esercita il corpo umano, non crede tuttavia che l'arte debba consistere nella sua sola imitazione fedele. Quindi raccoglie l'invito di Leon Battista Alberti a selezionare, fra le cose offerte dal creato, le parti più belle. Solo che, pur coincidendo nel metodo, le opinioni dei due maestri differiscono circa i risultati: infatti l'Alberti operava selettivamente per realizzare il tipico, mentre Michelangelo per produrre il bello.
Sul metodo selettivo di Michelangelo abbiamo una testimonianza del suo discepolo Ascanio Condivi che nel 1553 così scrive: "Egli non solamente ha amata la bellezza umana, ma universalmente ogni cosa bella […] il bello dalla natura scegliendo, come l'api raccolgono il mel da' fiori, servendosene poi nelle loro opere: il che sempre han fatto tutti quelli che dalla pittura hanno avuto qualche grido. Quell'antico maestro, per fare una Venere, non si contentò di vedere una sola vergine; anziché ne volle contemplare molte: e prendendo da ciascuna la più bella e più compita parte, servirsene nella sua Venere".
Dunque Michelangelo seleziona dalla natura per costruire un modello di bellezza, ma esso, una volta realizzato, non è soltanto il frutto puro e semplice della somma delle varie parti migliori tratte dalla natura, nasce invece dalla sintesi che si effettua a livello mentale, nella quale si determina un'idea della bellezza superiore a quella naturale. In quanto, sostiene Michelangelo, la mente ha la facoltà di perfezionare le immagini che riceve dai sensi e le avvicina alle idee che le derivano dall'ispirazione divina.
Ecco che la posizione di Michelangelo si distacca di nuovo da quella dell'Alberti, le considerazioni neoplatoniche si fanno più ardite (vengono evidenziate le idee riflesse nella mente da Dio: una interpretazione – in chiave teologica – del mondo iperuranico di Platone) e sempre più si accentua la funzione creativa dell'artista per il quale la natura è stimolo all'invenzione e non più solo modello da replicare.
In questo periodo Michelangelo sostiene che la bellezza è il riflesso del mondo divino in quello terreno (è evidente l'influenza delle idee del Savonarola di cui l'artista ha fortemente subito il fascino) e che la figura umana è la forma attraverso la quale maggiormente si esprime la bellezza divina. Quest'ultima convinzione spiega la predilezione che Michelangelo – spirito certamente religioso, pur nell'inquietudine e nei dubbi che lo hanno sempre tormentato – nutre per il corpo dell'uomo.
Verso il 1530 – anno in cui possiamo considerare concluso il primo periodo del pensiero e dell'opera di Michelangelo – la società è scossa da turbamenti profondi sui quali lasciamo la parola ad Anthony Blunt: "La Riforma aveva colpito la Chiesa e indebolito enormemente la posizione del Pontefice. Disordini economici di ogni genere aumentavano la confusione e il colpo più violento si era avuto con il Sacco di Roma del 1527 che tolse quasi completamente il potere a Clemente VII. Tutta la struttura sociale su cui era basata l'arte umanistica di Roma del primo quarto del Cinquecento fu spazzata via. Al precedente senso di sicurezza era subentrato un generale turbamento per gli eventi che sembravano minacciare l'esistenza della Chiesa Cattolica e, con essa, dell'intera società."
In questo clima gli umanisti dell'età di Michelangelo (che ha superato i cinquant'anni di età) avvertono la necessità di operare per contribuire ad una riforma interna della Chiesa: il loro razionalismo individuale ha molti punti di contatto con le tesi del soggettivismo di coscienza di Lutero e della sua Riforma, ciò nonostante la fedeltà al cattolicesimo romano è fuori discussione e quindi non si pone l'ipotesi di seguire il teologo tedesco nello scisma. Nasce però, in questi umanisti, l'ideale di una sintesi conciliatrice fra il Cristianesimo della Chiesa e le esigenze manifestate dal Protestantesimo: sintesi che dovrebbe esprimersi appunto mediante una riforma interna e un compromesso con i luterani.

Michelangelo aderisce a questa tendenza ed il risultato è un cambiamento della sua religiosità che mantiene le sollecitazioni umanistiche stemperate però da una specie di spiritualismo savonaroliano e che mira alla creazione di un cattolicesimo più vicino agli ideali del Cristianesimo primitivo: in altre parole vagheggia un recupero di quest'ultimo senza però subire l'involuzione pittorica di un ritorno ai modelli religiosi e sociali del Medioevo.
Ovviamente questo cambiamento d'ordine spirituale ha conseguenze concrete nella sua arte la quale si manifesta come espressione di insicurezza nella verità che deriva dal mondo sensibile. L'ideale della bellezza (soprattutto quella del corpo umano) permane in Michelangelo ma ne cambia il senso: essa non è più il riflesso di quella del mondo visibile, quindi della natura. Infatti il rapporto con la natura gli interessa sempre meno. La bellezza ora serve esclusivamente ad esprimere un'idea e una condizione spirituale. Ne consegue il mutamento anche del suo criterio secondo il quale non deve necessariamente rispondere al modello dell'equilibrio classico, ma può esprimersi attraverso elementi di pesantezza, di goffaggine, di mancanza di grazia, purché manifestino chiaramente lo stato spirituale o ideologico che vive dietro la rappresentazione. Prendiamo, come esempio, il "Giudizio Universale" dove i corpi, sempre nudi, non hanno più nulla a che vedere con quelli equilibrati degli affreschi della volta della Cappella Sistina. "La bellezza visibile" scrive Blunt "ha ancora per lui un significato grandissimo perché è il simbolo più efficace della vera bellezza spirituale e la bellezza umana conduce più facilmente di qualsiasi altro mezzo alla contemplazione di quella divina". Dunque c'è sempre un ideale umanistico alla base, persiste sempre il valore dell'uomo, però non più fine a se stesso bensì come mezzo per giungere a Dio. L'Umanesimo procede, quantunque trasformato nella sua finalità.
Le influenze dell'insegnamento savonaroliano si fanno più evidenti e coinvolgono la stessa funzione dell'arte, come emerge dal seguente brano tratto da una conversazione dell'artista: "Non basta ad un pittore per imitare in parte la venerabile immagine del Signor Nostro, essere un grande maestro, ma deve tener buona vita e, se possibile essere santo, acciocché il suo intelletto sia ispirato dalla Spirito Santo […] Perché molte volte le immagini male dipinte distraggono e fanno perdere la devozione, almeno a quelli che ne hanno poca; provocano e traggono le lacrime, ed ispirano col grave aspetto riverenza e timore". In questo brano si ritrovano le raccomandazioni del Savonarola perché gli artisti siano, contemporaneamente, "morali et buoni maestri".
In questo periodo della sua esistenza Michelangelo accentua l'interesse verso la funzione della mente nell'operazione artistica e per lui essa acquista sempre più importanza nella costruzione dell'immagine. Posizione che anticipa quella manieristica.
Introduciamo ora il pensiero di Michelangelo sul genere espressivo che gli è stato più congeniale: la scultura. Intanto va precisato che allorché parla di scultura egli intende riferirsi a quella realizzata in marmo o in pietra, non a quella modellata con creta. In una lettera del 1549 indirizzato al Varchi scrive: "Io intendo scultura quella che si fa per forza di levare: quella che si fa per via di porre è simile alla pittura". Michelangelo concepisce lo sculture come colui che da un blocco di marmo o di pietra asporta il materiale fino a tirarne fuori l'opera, la quale altro non è che la materializzazione di un'idea che l'artista già possiede a livello mentale. Talvolta ammette l'uso del bozzetto e cioè inserisce nel procedimento la prima traduzione dell'idea in un modello in creta di piccole dimensioni, dopodiché passa a scolpire direttamente il marmo o la pietra.
È questo il momento in cui Michelangelo si distacca dalle regole matematiche dell'Alberti e di Leonardo per affermare che la creazione deve essere affidata principalmente all'occhio, considerato lo strumento più alto dei sensi attraverso il quale si può esprimere il giudizio individuale sui vari aspetti naturali; e l'occhio diventa anche il mezzo mediante il quale si può esternare la fantasia. Come si vede la teoria di Michelangelo si è evoluta in direzione del valore fantastico e critico individuale contro l'adeguamento ad oggettivi canoni di bellezza. È l'essenza del Manierismo (soggettività in luogo dell'oggettività) che sempre più si manifesta nelle sue teorie e nelle sue opere. Il 1545 – anno della convocazione del Concilio di Trento – segna il fallimento dei tentativi di mediazione tra il Cattolicesimo e il Protestantesimo operati dagli Umanisti. All'interno della Chiesa hanno via libera i gruppi più integralisti e la Controriforma mette in moto tutti i suoi strumenti repressivi tra cui il Tribunale della Santa Inquisizione (già istituito nel 1542) e l'Indice. Ogni possibilità di compromesso fra i cattolici e i cristiani riformati cade e si arriva allo scontro frontale: trionfano, nella Chiesa, i principi di fede assoluta nell'autorità, di ortodossia rigorosa e di obbedienza cieca.
Michelangelo che, come sappiamo, apparteneva al gruppo dei moderati, vede crollare la vagheggiata speranza di una riforma interna ma non riesce ad accettare la tesi oltranzista, quindi finisce per chiudersi in se stesso e per dare alla sua religiosità un carattere più riflessivo ed interiore. Sul piano artistico la conseguenza è che le caratteristiche che avevano caratterizzato il secondo periodo si accentuano nel senso che le figure vanno perdendo sempre più la corporeità a tutto vantaggio dell'intensità spirituale e appaiono come la traduzione immateriale di una idea o di una condizione di spirito. Pensiamo all'opera "Pietà Rondanini" e confrontiamola con l'altra "Pietà" di San Pietro. Dice il Blunt: "Se scolpiva una "Pietà" come quella che si trova in San Pietro, la concepiva come una tragedia umana senza sottolineare particolarmente quanto conteneva di soprannaturale. La "Pietà Rondanini" esprime in modo violento, personale e mistico, la fede cristiana che appare con uguale intensità nei disegni contemporanei per la ‘Crocifissione' ".
Il procedere di Michelangelo verso una sempre maggiore spiritualizzazione è chiaro, però altrettanto chiaro è che questo processo non si allontana mai del tutto dalla sensibilità umanistica sulla quale, anzi, resta sempre innestato. Anche in questo ultimo periodo, infatti, quando più intenso si fa il richiamo all'essenza delle "Prediche" del Savonarola, egli non abbandona il misticismo neoplatonico e la sua parola è rivolta ad un Dio che concepisce come astratta divinità, ma come modello superiore al quale si rivolge di persona.

Così il rapporto con Dio sottolinea sempre la sua condizione umana. Egli desidera concentrarsi tutto in Dio ma sente di non riuscirci a pieno perché gli affetti terreni – da cui pure vorrebbe liberarsi – glielo impediscono. Da una parte giunge persino a rifiutare la bellezza umana, che non concepisce più come riflesso di quella divina bensì come distrazione dallo spirito, ma al tempo stesso sente ancora prepotente l'attrazione di ciò che è terreno. Resta insomma in lui questo perenne contrasto tra lo spirito, verso il quale tende sempre di più mano a mano che si avvia alla conclusione dell'esistenza, e l'umano di cui avverte incessantemente il richiamo.
Ciò che, invece, resta costante nella sua evoluzione ideologica ed estetica, è il progressivo allontanarsi dall'oggettività umanistica derivata dal Quattrocento in direzione della soggettività sostenuta dagli ideali manieristici.
E per concludere il discorso su Michelangelo lasciamo ancora una volta la parola al Blunt: "I mutamenti di Michelangelo non sono soltanto quelli di un unico individuo, perché in lui si può ravvisare il prototipo di quegli uomini che, pur appartenendo al Rinascimento, vissero fino al primo periodo della Controriforma. L'evoluzione del suo pensiero, quindi, riflette il passaggio da un'epoca all'altra e prepara il terreno all'arte e alle dottrine manieristiche".


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