GRILLO PARLANTE – Presenza e valori umani nelle espressioni artistiche dal pre-Umanesimo al Novecento - Parte XI

Armando Ginesi - 22.04.2014 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, leonardo da vinci, pre umanesino

Continua la pubblicazione della serie di articoli di Armando Ginesi dal titolo: “Umanesimo in arte dal Romanico al Barocco”, trascrizione delle lezioni da lui tenute agli allievi della Cattedra di Storia dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, nel quadro di un programma intitolato “Presenza e valori umani nell’espressioni artistiche dal pre-Umanesimo ai tempi nostri”.

Teoria artistica di Leonardo da Vinci – Parte 3

Il contrasto esistente tra la concezione dell'Alberti e quella di Leonardo trova una sua spiegazione ben precisa: nel primo Quattrocento gli artisti ritornavano al realismo in opposizione alla fase non realistica del Medioevo e quindi si poneva per loro il bisogno di stabilire le proporzioni dell'uomo, soggetto non molto considerato dagli artisti precedenti. Per questo andavano precisati i canoni proporzionali e quindi le teorie albertiane costituivano uno strumento valido per la realizzazione di una prima fase del realismo. Al tempo di Leonardo, invece, il realismo si è ormai già pienamente affermato e gli artisti conoscono alla perfezioni quelle che sono le proporzioni del corpo umano e anzi rischiano (proprio perché le conoscono troppo bene) di servirsene meccanicamente, scadendo nella monotonia dell'accademia. È proprio contro questo rischio che si oppone Leonardo quando sostiene l'importanza della varietà nelle proporzioni della sembianza umana.
Leonardo disapprova il pittore che imita un altro pittore. Ciò viene consentito soltanto ai giovani i quali possono copiare i maestri allo scopo di apprendere il segreto del mestiere dell'arte, ma una volta che essi sono giunti a maturità debbono scegliere il proprio stile individuale e non più preoccuparsi di imitare gli altri. L'artista che ne imita un altro non può infatti dirsi figlio ma nipote della natura in quanto copiandola ne diventa un discendente diretto ma pretendendo di imitare l'imitatore non fa altro che porsi in un rapporto scorretto con la natura stessa.
Un altro elemento tecnico importante nella teoria artistica leonardesca è il rilievo: i dipinti debbono sempre dare la sensazione del rilievo, perché in caso contrario viene meno la somiglianza con la cosa rappresentata e quindi viene a mancare la stessa condizione di opera d'arte. Infatti in natura le cose posseggono tre dimensioni mentre la pittura può esprimersi solo bidimensionalmente. Questo significa che, per offrire una corretta rappresentazione delle cose naturali, l'artista pittore deve riuscire a dare l'idea del rilievo e ciò è possibile attraverso l'uso delle luci e delle ombre.
La visione del mondo di Leonardo è antropocentrica non meno di quanto lo era stata quella dell'Alberti, dal momento che si vive ancora in una fase culturale umanistica nella quale tutto ruota attorno alla figura dell'uomo. Però la differenza esistente, anche in questo caso, tra i due artisti e teorici dell'arte, è dovuta al fatto che la natura per Leonardo non è solo rappresentata dall'uomo, ma anche dalle piante e dagli animali i quali non vanno studiati e considerati in funzione dell'uomo (com'era avvenuto nel primo Quattrocento) ma in ragione pure dei loro valori autonomi e specifici. Lo stesso discorso vale per il paesaggio e per tutti i suoi aspetti generali: esso è perciò visto nelle varie condizioni di tempo: luminoso, crepuscolare, notturno, tempestoso.
Al pari dell'Alberti Leonardo considera la pittura di storie come il genere più alto e più nobile dell'arte. Egli dice che per realizzarla occorre il possesso di un sapere universale che consenta di rappresentare degnamente e nel pieno rispetto della verità tutti i particolari che fanno corona ai personaggi umani.
Una profonda innovazione nella rappresentazione umana Leonardo l'apporta in contrapposizione agli intendimenti della prima fase umanistica quando l'uomo era visto e dipinto nelle sue caratteristiche più specificatamente fisiche. Mentre per lui rappresentare l'uomo vuol dire evidenziarne anche le emozioni ed i pensieri che vanno messi in luce attraverso i gesti e l'espressione del viso. Per ottenere questo difficile quanto importante risultato, gli artisti debbono, secondo il suggerimento leonardesco, studiare il comportamento degli uomini mentre discutono, mentre si adirano o quando sono tristi o gioiosi: in altri termini quando sono in preda alle emozioni. Lo studio deve rivolgersi principalmente ai gesti per cercare di scoprire quali tra loro siano più efficaci per manifestare pittoricamente gli stessi sentimenti e le stesse emozioni. Molto utile, a questo proposito, si rivela l'indagine attenta del comportamento dei muti i quali, non avendo la possibilità di esprimersi a parole, si servono della mimica per esprimere i propri stati d'animo. Il consiglio che Leonardo dà ai pittori è di osservarli attentamente quando si trovano in determinate condizioni emotive per scoprire come riescano ad esprimerle attraverso i gesti che potranno essere colti e riproposti nell'opera (la quale è sostanzialmente una definizione della figura muta) per dare possibilità di parola ai personaggi rappresentati.
Il realismo è diventato più maturo rispetto alla prima fase dell'Umanesimo ed ora lo si intende in maniera più moderna e più vicina a quella che è la nostra sensibilità. In quanto – come abbiamo detto – non è più soltanto l'aspetto del soggetto che conta ma diventano importanti la ricerca e la rappresentazione della sua componente psicologica che l'artista ha il compito (il dovere) di trasmettere agli spettatori mediante l'opera.
Un altro aspetto molto interessante del pensiero leonardesco è costituito dalla cosiddetta "teoria del decoro", la quale consiste nel rapporto di coerenza tra i personaggi rappresentati, i gesti a loro attribuiti e gli ambienti in cui vengono collocati. In altre parole se l'artista vuol rappresentare un re non può situarlo in un contesto ambientale popolare né fargli indossare vesti plebee, né imporgli gesti da contadino. Questa concordanza tra tutti gli elementi della rappresentazione, volta a raggiungere un equilibrio fra i personaggi, i gesti, le vesti e gli ambienti, altro non è che un'applicazione del rapporto di proporzioni nato e sviluppatosi in seno all'Umanesimo.
Fin qui si è parlato della pittura intesa come scienza, quindi l'artista ha assunto la fisionomia dello scienziato e ciò in perfetta concordanza con il pensiero albertiano. Ma Leonardo aggiunge qualche cosa di nuovo sostenendo che l'artista non è solo uno scienziato. Egli osserva che anche la matematica è scienza e per apprenderla sono sufficienti l'applicazione e lo studio, mentre per imparare a dipingere è indispensabile anche il talento naturale. Ecco che nasce la concezione dell'artista creatore e inventore in grado di superare la stessa realtà naturale. Dice infatti Leonardo che l'artista può rappresentare opere non esistenti in natura ("una infinità e più che quelle che fa natura", "nelle fintioni di infinite forme d'animali et herbe, piante e simili") purché trovino sempre in essa riscontro e giustificazione, dal momento che la fantasia non deve mai prendere un sopravvento tale da ignorare la natura. Facciamo un esempio: se l'artista deve dipingere un mostro del tutto fantastico, frutto della sua inventiva, può farlo ma a condizione di costruirlo con elementi desunti da animali reali, altrimenti non riuscirà ad essere convincente, nel qual caso perderà ogni diritto di rappresentazione.
Il riconoscimento dell'esistenza del talento naturale, con la conseguente messa in luce della funzione creativa, offre alla fantasia e all'immaginazione quello spazio che l'Alberti aveva risolutamente negato relegando l'artista al ruolo di imitatore metodico e razionale della natura.
Per stimolare ed alimentare la fantasia Leonardo suggerisce la conoscenza profonda, continua ed aggiornata degli elementi naturali. In quanto afferma che è impossibile inventare e porre in essere la fantasia se non si conosce a fondo la natura e se questa conoscenza non viene arricchita giorno dopo giorno. Come si vede ragione e natura continuano a costituire gli elementi di quella sintesi umanistica che abbiamo già incontrato nella prima fase del Quattrocento e che ora perviene a livelli molto più alti e maturi. Scrive a tal proposito Leonardo: "Conoscendo tu pittore no poter esser bono se no sei universale maestro di contraffare co la tua arte tutte le qualità delle forme che produce la natura, le quali non saprai fare se no le vedi e ritraile nella mente, onde andando tu per campagna fa che il tuo giuditio si volti a vari obbietti e di mano in mano riguardare hor questa cosa hor quella, facendo un fascio di varie cose ellette e scielte".
La figura e l'opera leonardesche interessano i due secoli del Rinascimento dal momento che egli visse a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento. Tuttavia Leonardo è da ritenersi tipico uomo del XVI secolo, di un periodo cioè in cui tutte le verità acquisite sono poste in discussione e tutto tende a realizzare una scienza intesa non come verità statica e cristallizzata ma come un problema sempre aperto, come un campo di indagine in continua espansione e movimento. Egli è uno degli esempi più rappresentativi di questa epoca che accentua sempre più i suoi interessi sull'uomo visto in un rapporto estremamente dinamico con la natura, un uomo cioè che dispone di enormi potenzialità gnoseologiche da sfruttare al massimo per la sua più completa realizzazione.



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