GRILLO PARLANTE – Presenza e valori umani nelle espressioni artistiche dal pre-Umanesimo al Novecento - Parte VIII

Armando Ginesi - 18.03.2014 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, storia dell'arte, dispensa università

Continua la pubblicazione della serie di articoli di Armando Ginesi dal titolo: “Umanesimo in arte dal Romanico al Barocco”, trascrizione delle lezioni da lui tenute agli allievi della Cattedra di Storia dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, nel quadro di un programma intitolato “Presenza e valori umani nell’espressioni artistiche dal pre-Umanesimo ai tempi nostri”.

Teoria artistica di Leon Battista Alberti – Parte seconda

In pittura e in scultura il suo razionalismo scientifico si traduce nel realismo il quale altro non è che la manifestazione stilistica del concetto, tipicamente umanistico, dell'imitazione della natura. Dunque la pittura deve imitare fedelmente la natura. Ma ciò non è sufficiente per il raggiungimento dei fini artistici da lui vagheggiati. Bisogna aggiungere che la pittura deve anche esprimere la bellezza, che però non sempre è riscontrabile nella natura. E allora come deve regolarsi l'artista che ha il compito primario di esprimerla ma che deve rivolgersi – per realizzare tale espressione – alla natura la quale, tuttavia, non sempre gli offre modelli di bellezza? Prima di rispondere a questo interrogativo vediamo qual è il concetto di bellezza secondo l'Alberti. Nel suo "De Re Aedificatioria" egli ce ne dà ben tre definizioni: "conserto di tutte le parti accomodate insieme con proportione e discorso" (si insiste, com'è logico che sia in piena cultura umanistica, sulla proporzione); "la bellezza è un certo consenso e concordantia delle parti, la qual concordantia si sia avuta talmente con certo determinato numero, finimento e collocatione" (di nuovo la bellezza viene intesa come proporzione – "concordantia" – tra la parti); "quel che nelle bellissimi e ornatissime cose arreca satisfattione, quel certo nasce o da fantasia e discorso dello ingegno; o dalla mano dello Artefice; o vero è inserito in esso cose rare della Natura. Allo ingegno si apparterrà la eletione, la distributione e la collocatione e simili altre cose che arrecheranno dignità all'opere. Alla mano lo accozzar'insieme, il mettere, il levare, il tor via, il tagliere atorno, il pulimento, e l'altre cose simili, che rendono l'opere gratiose. Alle cose è inserto dalla Natura la gravezza, la leggerezza, la spessezza, la purità" (a dare la bellezza sono dunque tre elementi: l'ingegno che è frutto della ragione; l'artefice che esprime l'azione manuale; la natura che esprime il modello a cui si deve guardare: tre elementi tipici della concezione umanistica).
Riferendoci soprattutto alla terza definizione possiamo concludere che per l'Alberti la natura offre i modelli, la manualità dà la possibilità operativa e l'ingegno consente di selezionare i modelli e di guidare la manualità. In sostanza la bellezza è intesa come conseguenza del rapporto di proporzione fra le parti o tra le varie condizioni delle cose.
Definita la bellezza torniamo al pittore e al suo compito di rappresentarla. Richiamiamoci sempre al suo scritto: "Per questo sempre ciò che vorremo dipignere piglieremo dalla natura e sempre torremo le cose più belle". Cioè l'artista deve trarre dalla natura le cose belle ed ignorare quelle brutte. Avendo dinanzi agli occhi vari modelli egli ha il dovere di cogliere l'aspetto migliore di ognuno, di sommarli tutti e quindi, attraverso un'operazione di sintesi, diffonderli fino a creare una specie di modello ideale che sia sufficientemente soddisfacente dal punto di vista della bellezza. Inoltre la selezione che l'artista opera in natura non deve interessare soltanto le parti più belle ma anche quelle tipiche, consuete, generali.
Questa aspirazione al modello ideale non è altro che la conseguenza dell'influenza del pensiero di Platone e di Plotino che avevano identificato tali modelli collocandoli in una posizione diversa da quella che è la realtà apparente.
Secondo l'Alberti la natura non è perfetta (ancora una concezione platonica: non può essere perfetta in quanto è solo copia del mondo ideale) ma tende alla perfezione ed anzi è proprio in questa aspirazione che risiede la sua natura. L'artista che seleziona in natura alla ricerca del modello ideale rappresenta ugualmente l'aspirazione a ciò che è perfetto, esprime l'esigenza della perfettibilità e quindi si pone nella stessa condizione della natura.
A proposito dell'idea della bellezza sarà bene introdurre anche il concetto del gusto. Per l'Alberti quest'ultimo non ha niente a che vedere con la bellezza. Il gusto è un fenomeno personale e quindi di nessun valore oggettivo. Provare piacere per una cosa (significato del gusto) non vuol dire riconoscerne la bellezza. Si può provar piacere anche per qualche cosa che non risponde al canone del bello ed in questo caso ci si affida al gusto. Per chiarire meglio il concetto lo stesso Alberti cita l'esempio del piacere che certi uomini provano per certi tipi di donne. A qualcuno piace la donna grassa, ma ciò non vuol dire che essa incarni l'ideale della bellezza femminile; e lo discorso vale, ovviamente, per la donna magra, per quella alta, bassa e così via.
Il gusto dunque è determinato dall'attrazione, che è un fenomeno del tutto soggettivo, mentre la bellezza è riconoscibile in base ad una facoltà razionale comune a tutti gli uomini che porta al consenso generale sulle cose da ritenersi belle. È facile capire come da qui prenda avvio l'idea dell'universalità della bellezza e la conseguente concezione dell'universalità dell'opera d'arte.
Da quel che abbiamo detto sopra sulla teoria artistica di Leon Battista Alberti è possibile trarre una conclusione: il teorico fiorentino è un classicista che segue il metodo scientifico e dimostra fede assoluta nella natura. In lui, dunque, non c'è posto per la fantasia. L'artista non è considerato dal punto di vista dell'immaginazione e della libertà creativa, dato che tutto dipende dalla ragione, dal metodo, dalla ripetizione, dalla misurazione. Ciò manifesta una precisa posizione ideologica del Quattrocento che, avendo riscoperto pienamente i valori dell'uomo, si colloca in una fase di realismo che tende all'esplorazione di quell'universo sensibile da poco ripropostosi. Un Quattrocento che avverte il bisogno di assoluta praticità piuttosto che di astratte speculazioni.



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