GRILLO PARLANTE – Presenza e valori umani nelle espressioni artistiche dal pre-Umanesimo al Novecento - Parte VII

Armando Ginesi - 09.03.2014 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, storia dell'arte, dispensa università

Continua la pubblicazione della serie di articoli di Armando Ginesi dal titolo: “Umanesimo in arte dal Romanico al Barocco”, trascrizione delle lezioni da lui tenute agli allievi della Cattedra di Storia dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, nel quadro di un programma intitolato “Presenza e valori umani nell’espressioni artistiche dal pre-Umanesimo ai tempi nostri”.

Teoria artistica di Leon Battista Alberti – Parte prima

Nei capitoli precedenti abbiamo parlato del nascere e dell'evolversi nelle espressioni artistiche dal Romanico al Barocco. Tratteremo ora delle teorie estetiche manifestatesi nel Quattrocento e nel Cinquecento, vale a dire nei due secoli che maggiormente interessano lo sviluppo umanistico.
Cominciamo dalla teoria artistica di Leon Battista Alberti. Con la generazione di Brunelleschi, di Masaccio, di Donatello, a Firenze è sorto un nuovo ideale dell'arte in coincidenza con il più alto grado di evoluzione della società. Il Gotico incomincia a scomparire e fiorisce uno stile che rivela una nuova visione del mondo ed una nuova fiducia nell'uomo e nei metodi razionali. La pittura e la scultura si orientano verso il naturalismo basandosi sullo studio scientifico del mondo, di quella natura che è attorno all'uomo, servendosi degli strumenti nuovi offerti dalla prospettiva e dall'anatomia.
L'architettura guarda con estremo interesse ai modelli classici e tende al soddisfacimento delle esigenze della ragione dell'uomo e non più a quelle aspirazioni mistiche che erano state tipiche del cattolicesimo medievale. Il Medioevo aveva infatti considerato le arti da un punto di vista prevalentemente teologico. Esse erano state assoggettate all'autorità della Chiesa che esaltava lo spirito e poneva in secondo piano la materia, per cui l'artista del tempo non doveva interessarsi del mondo ma piuttosto preoccuparsi di elaborare simboli che fossero in grado di esprimere gli insegnamenti morali e religiosi della Chiesa. Ne consegue che nel Medioevo il pittore era relegato al ruolo di artigiano che svolgeva il mestiere sotto la guida della dirigenza religiosa e si trovava organizzato nel gruppo o, più esattamente, nella corporazione. La generazione del Quattrocento considera invece le arti da un punto di vista molto diverso. La pittura viene intesa come rappresentazione del mondo in armonia con i principi della ragione. Per ciò si sviluppa una teoria artistica che si rivolge al naturalismo e allo studio scientifico del mondo materiale. L'organizzatore di tale teoria è Leon Battista Alberti, studioso dai molteplici interessi verso tutti i settori in cui si esplica l'attività umana. Prima di lui già altri avevano anticipato, sia pure in maniera meno sistematica, gli stessi principi di base della sua dottrina: in particolare Cennino Cennini che aveva insistito sull'interesse per il naturalismo e Lorenzo Ghiberti che aveva dimostrato un eccezionale culto nei confronti dell'antico.
Leon Battista Alberti nasce nel 1404 a Genova, figlio illegittimo di un ricco mercante fiorentino esiliato con la famiglia in Liguria per ragioni politiche. Studia Diritto a Bologna e rientra a Firenze nel 1428 allorché viene tolto il bando alla famiglia. La maggior parte della sua vita la trascorre a Firenze oppure a Roma al seguito della Corte Pontificia.
L'Alberti va considerato come il tipico esponente della prima fase dell'Umanesimo per la vastità degli interessi culturali e per il rigore scientifico e razionale che applica agli studi. La sua concezione di vita si identifica, sul piano politico, con il concetto della Città-Stato, quale è praticamente Firenze prima del trionfo definitivo dei Medici.
Per l'Alberti l'uomo, sia individualmente che socialmente, deve aspirare all'interesse pubblico che è considerato il bene supremo al quale debbono concorrere tutti, dai principi ai semplici cittadini. È compito specifico del principe di governare nell'interesse dei cittadini, di tutelarne la libertà e di obbedire egli stesso alle leggi civiche: nel caso in cui non rispettasse questi obblighi morali, che sono insiti nella sua stessa condizione, egli cesserebbe di essere principe per diventare tiranno. Anche ai funzionari pubblici spettano dei compiti precisi che sono sintetizzati nello svolgimento di specifiche funzioni, tutte sempre miranti al bene collettivo. Un esempio può essere offerto dai giudici, i quali hanno il dovere di amministrare la giustizia con fermezza ma con moderazione ed umanità allo scopo di salvaguardare il fine pubblico ed in definitiva anche quello privato.
Ogni motivo di squilibrio, atto a turbare la pace sociale, deve essere represso. Quello che conta è il mantenimento della pace interna della città e quindi vanno condannate tutte le fazioni che conducono inevitabilmente alla discordia, alla guerra civile, per ciò alla compromissione del bene comune.
Per quanto riguarda la sua impostazione politico-sociale Leon Battista Alberti dimostra un'eccezionale modernità di idee. Basti pensare, tanto per fare un esempio, alla condanna delle carceri malsane del suo tempo. Partendo dal presupposto che il carcere non deve essere concepito soltanto come luogo di espiazione ma anche come mezzo di recupero sociale del reo, l'Alberti si oppone ad ogni concezione puramente repressiva pretendendo l'istituzione di condizioni idonee a non annullare le connotazioni umane dei condannati e pertanto formula ipotesi di edilizia carceraria che noi, ancora oggi, a quasi seicento anni di distanza, non siamo stati in grado di realizzare.
Poiché, come abbiamo già detto, lo scopo finale degli individui e della società è il raggiungimento dell'interesse pubblico, ne consegue che ogni singolo uomo deve mirare ad essere un buon cittadino. E questa condizione si ottiene attraverso l'esercizio della virtù. Ma come si conquista la virtù? Mediante la volontà, esercitando la ragione ed assecondando la natura. Pertanto volontà, ragione e natura costituiscono i tre elementi base della concezione umanistica e assecondare la natura significa conoscere il fine per cui essa è stata creata e conseguentemente cercare di raggiungerlo.
Nella realizzazione di questa sintesi ternaria, che lo conduce alla speranza di perfezione, l'uomo deve evitare di cadere schiavo delle passioni e dei sensi: egli deve sì provare dell'emozioni, ma sempre con moderazione ed equilibrio.
Ogni soluzione suggerita dall'Alberti, come si vede, è subordinata all'equilibrio, a questo indispensabile fattore di stabilità della vita individuale e collettiva, conditio sine qua non per un corretto sviluppo dell'organizzazione sociale volta al raggiungimento, lo diciamo ancora una volta, dell'interesse pubblico.
L'Alberti non può essere definito religioso, nel senso che non pratica correttamente alcuna religione; ciò nonostante egli possiede una sua visione religiosa del mondo che risponde ad un cristianesimo tipicamente umanistico, misto di filosofie classiche e pagane unite ai dogmi del cattolicesimo, rispondente a quelle soluzioni neoplatoniche che avevano tentato, con Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, una sintesi tra classicità e cristianesimo.
Leon Battista Alberti opera nel settore delle arti figurative. Purtroppo di lui non ci restano né pitture né sculture mentre esistono sue opere nel campo dell'architettura. Come operatore artistico egli elimina gli ultimi residui dello stile gotico e si mostra rigoroso nell'applicazione degli ordini architettonici: si pensi al Palazzo Ruccellai nel quale esegue una facciata a più piani, usando per ognuno di essi un ordine, secondo un metro che, successivamente, verrà adottato da tutti. È evidente come, nel caso citato, egli abbia tenuto presente, quale modello classico, il Colosseo anch'esso composto da tre piani con un ordine classico per ogni piano.
L'Alberti può essere decisamente definito un classicista, ma nel senso più propriamente umanistico, vale a dire nel senso che si serve di soluzioni suggerite dalla classicità per ricrearle con uno spirito del tutto nuovo, aderente alle esigenze del periodo storico in cui vive ed opera.
Le teorie artistiche dell'Alberti sono esposte in tre opere fondamentali: "Della Pittura", un'opera in tre libri scritta nel 1436; "De Re Aedificatoria" che scrive nel 1450 ma a cui apporta aggiunte e modifiche fino alla morte che avviene nel 1472; ed infine "De Statua" del 1464.
L'architettura rappresenta per lui l'arte più strettamente connessa alle necessità pratiche dell'uomo ed è perciò in essa che si riflettono in modo più evidente le sue idee sociali e politiche. Essa viene intesa come attività civica che dà lustro alla città sia dal punto di vista pratico che da quello estetico-ornamentale. Giova al commercio, pone la città in grado di difendersi dai nemici, consente l'estensione dei confini attraverso l'invenzione delle macchine da guerra, serve per tramandare il ricordo dei figli più illustri mediante gli edifici pubblici e privati nonché i monumenti.
Dall'architettura all'urbanistica per una corretta utilizzazione dello spazio vitale della collettività. Nascono i progetti della città ideale che va concepita come un tutto organico al quale ogni particolare risulti subordinato. Perciò i singoli particolari hanno sì importanza autonoma, ma acquistano ragione di essere, in senso pieno, soltanto se inseriti in una visione globale, unitaria.
Per la nascita della città ideale l'Alberti fissa precise condizioni che mirano sempre al raggiungimento di quel fine ultimo di ogni azione che è, come abbiamo più volte ripetuto, il bene pubblico. Esse sono: salubrità del luogo; clima temperato; facilità del rifornimento idrico; facilità di difesa; pianta ben definita a priori (quindi importanza fondamentale della progettazione); collegamento delle strade principali attraverso ponti e porte d'accesso; ampiezza delle vie per il corretto fluire del traffico, ma non eccessiva per non comprometterne il riscaldamento. Gli edifici debbono essere disposti simmetricamente ai lati delle strade e rispondenti ad un unico modello in maniera da ottenere uniformità stilistica, contrariamente a quanto era avvenuto nella realizzazione urbanistica medievale, quando ogni famiglia aveva costruito il proprio edificio senza preoccuparsi minimamente di quelli circostanti.
L'Alberti distingue le costruzioni in tre tipi: pubbliche (piazze, ponti, tribunali, chiese, teatri) le quali vanno edificate con il massimo decoro come si conviene alla dignità della città; abitazioni dei cittadini più autorevoli che debbono possedere un aspetto degno del rango ma privo di ostentazione: la dignità deve basarsi sulla bellezza delle linee architettoniche e sull'armonia dei loro rapporti, piuttosto che sull'ampiezza e sugli ornamenti, perché altrimenti ciò sarebbe motivo di invidia che, essendo sempre cagione di discordia, conduce all'alterazione della vita sociale e della stessa pianta della città; abitazioni del popolo le quali, pur essendo più modeste di quelle dei cittadini autorevoli, ne debbono però seguire lo stesso schema e il carattere più moderato rispetto alle altre va tuttavia contenuto per non evidenziare eccessivamente le diversità di condizioni le quali condurrebbero, come già detto, all'invidia e quindi al turbamento dell'equilibrio sociale.
L'architetto (così come, del resto, anche il pittore e lo scultore) deve conoscere tutte le discipline attinenti alla sua arte e soprattutto la storia, le scienze matematiche e la poesia. Di esso l'Alberti ci da la seguente definizione: "Architettore chiamerò io colui il quale saprà con certa e meravigliosa ragione e regole sì con la mente e con lo animo divisare, sì con le opere recare a fine tutte quelle cose le quali mediante movimenti di pesi, congiungnimenti e ammassamenti di corpi si possono con gran dignità accomodare benissimo allo uso degli uomini e al potere far questo bisogna che egli abbia cognitione di cose e eccellentissime e che egli le possegga".
Per quanto riguarda la pittura l'Alberti sostiene che bisogna attenersi allo stesso criterio e quindi anche il pittore deve studiare tutte le scienze inerenti alle sue modalità espressive fino ad impadronirsene. Inoltre egli deve esercitare fortemente la ragione e dedicarsi allo studio delle opere migliori che hanno preceduto il suo periodo storico, in modo da essere in grado di formulare criteri sull'esercizio delle arti. Tali criteri – che costituiscono il bagaglio teorico dell'esperienza del singolo artista – debbono poi essere innestati sull'esperienza pratica. In altri termini nella figura e nell'opera dell'artista – in questo caso dell'artista pittore – è necessario che si identifichino e convivano teoria e pratica.
L'orientamento dell'Alberti è di ordine scientifico, relativo ad una scienza concepita come il frutto pregiato della ragione umana applicata allo studio della natura. Ancora una volta una posizione tipicamente umanistica di sintesi fra ragione e natura. E per sottolineare di nuovo l'aspetto fortemente umanistico del nostro autore osserviamo come in lui non esistano preoccupazioni di tipo teologico, soprattutto in ordine all'espressione artistica, e quindi tutte le definizioni di arte sono sempre redatte in termini umani, dal momento che le arti sono fatte dagli uomini e per gli uomini. Riferendosi in particolare all'architettura egli chiarisce il concetto con la frase "Gli edifici sono stati fatti per cagione degli uomini".
Tornando alla pittura l'Alberti afferma la necessità di realizzare una pittura di storie che egli considera il genere più nobile in quanto narra le attività umane e quindi è in grado di trasferire nello spettatore le emozioni che sono rappresentate nei personaggi e negli episodi dipinti.
Anche come teorico, oltre che come artista, Leon Battista Alberti dimostra interesse verso i modelli antichi che considera i migliori. Ma l'invito che rivolge agli architetti, ai pittori, agli scultori, è sempre quello di inventare, pur sotto lo stimolo e la sollecitazione del modello antico, e non di limitarsi ad una sua semplice riproposta.


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