GRILLO PARLANTE – Presenza e valori umani nelle espressioni artistiche dal pre-Umanesimo al Novecento - Parte II

Armando Ginesi - 16.01.2014 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, storia dell'arte, dispensa università

Continua la pubblicazione della serie di articoli di Armando Ginesi dal titolo: “Umanesimo in arte dal Romanico al Barocco”, trascrizione delle lezioni da lui tenute agli allievi della Cattedra di Storia dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, nel quadro di un programma intitolato “Presenza e valori umani nell’espressioni artistiche dal pre-Umanesimo ai tempi nostri”.

Anticipazione umanistica nel Romanico e nel Gotico - Parte seconda

Scrive l'Argan che "il monumento romanico per eccellenza è la chiesa cattedrale, immagine vivente del sistema. E' vivente perché, oltre che luogo del culto, è anche basilica nel senso romano, luogo dove la comunità si aduna a consiglio, dove talvolta si trattano gli affari. Vi sono cattedrali fortificate dove la cittadinanza si raccoglie sotto la protezione del vescovo, quando v'è minaccia di invasione e saccheggio. E' monumento civico per eccellenza perché vi si raccolgono le memorie storiche delle imprese gloriose, le spoglie degli uomini illustri. Ed è, finalmente, la grande ricchezza comune, perché nelle sue navate e nei suoi altari, nei suoi "tesori", conserva quello che di più prezioso produce l'artigianato cittadino ed i mercanti portano da paesi lontani. Nella cattedrale la comunità manifesta tutte le sue capacità, tutto ciò che essa sa fare […] Tutto si stampa sugli stipiti, sui capitelli, sui fregi. E tutto, stampandosi, si nobilita; se ogni atto o pensiero umano è voluto o permesso da Dio, non v'è più una cronaca bassa e volgare distinta da una storia elevata e solenne".
Sempre l'Argan sostiene che "un edificio romanico è l'opera di una maestranza organizzata in cui ciascuno, dal maestro che dirige al più modesto operaio, ha compiti adeguati alla propria specialità tecnica; anche gli scultori fanno parte del cantiere e talvolta lo dirigono. La scultura aderisce per lo più alle strutture precisandone, con i suoi intagli sottili, la qualità luminista; […] il pittore considera la sua materia, il colore, come lo scultore la pietra: il primo la impiega a massa, con tinte decise, e le linee fortemente segnate la incidono come i solchi dello scalpello incide la pietra. Si presta a riempire le grandi superfici delle pareti, a svolgere un racconto animato; sulle pareti la pittura narra i fatti a cui il sacerdote allude celebrando e predicando. Ha una funzione didascalica, ma non soltanto questo. La chiesa è lo spazio della vita, le pareti sono i suoi orizzonti, il limite fra il di qua e il di là; su quel limite, come fosse uno schermo, i fatti rappresentati hanno un doppio valore, contingente ed eterno. Contingente è il fatto in sé, eterno il suo significato morale o dottrinale […] Raramente una cattedrale romanica, con il suo apparato plastico e pittorico, è l'opera di una sola generazione; mai è l'espressione di una singola personalità creativa. È un'espressione collettiva e corale di una società che non vuole definirsi soltanto nel presente ma nel passato che la precede e nel futuro che prepara". L'opera architettonica romanica, dunque, si pone come realizzazione del rapporto fra passato, presente e futuro, vale a dire del rapporto storico e perciò umano.
Nel campo plastico il Romanico si esprime attraverso una rielaborazione del modello bizantino con un'accentuazione della forza descrittiva della linea e dell'intensità del racconto che mirano a sottolineare, si potrebbe dire corposamente, la presenza umana. I rilievi presentano forme fortemente sbalzate sul fondo liscio, le quali tendono sempre a manifestare la forza di idee rese vere e reali.
L'ideologia che sta al fondo della scultura romanica non è più il congiungersi metafisico del terreno e del sacro nella persona dell'imperatore (come era stato per il rilievo bizantino) ma il sommarsi di due grandi forze concrete, la Chiesa e l'Impero. Lo scultore romanico inventa le storie nell'atto stesso in cui colloca nei riquadri le figure quasi sempre deformate, nell'ansia di uscire dai modelli iconici, freddi e cristallizzati. Ogni ornato prezioso scompare, così come scompaiono i ritmi prestabiliti: la tecnica romanica non è fatta per celebrare e adornare, ma per narrare, anche in maniera rozza, cose concrete e vive. Con queste caratteristiche si esprimono il Maestro delle metope, Wiligelmo, Niccolò, Bonanno Pisano, Benedetto Antelami.
La pittura romanica riesce a combinare sapientemente esperienze culturali diverse e tende a popolarizzare i suoi contenuti, a stimolare nei punti più sensibili la fantasia e il sentimento degli spettatori. Nella pittura il modello bizantino permane più presente che nella scultura: tuttavia la forza descrittiva romanica riesce a rafforzare la linea, a darle un vigore concreto, a sottolineare la sua funzione vivificante.
Allo stile romanico segue quello gotico, esperienza nata in Francia, quindi trasmessa alle altre nazioni europee, soprattutto nel nord, ma anche all'Italia. Nel nostro paese le caratteristiche gotiche assumono un aspetto particolare nel senso che, innestandosi nella tradizione romanica, ne subiscono il condizionamento, al punto di far parlare legittimamente di un "Gotico italiano". Esso può essere considerato lo sviluppo del Romanico di cui porta avanti le possibilità espressive. Abbiamo già visto come l'artista romanico avesse acquisito il senso della tecnica. In periodo gotico si tende a sviluppare e ad esibire il progresso di questa tecnica, considerata come elemento fondamentale di cultura. Si giunge dunque ad una sorta di virtuosismo che, tuttavia, rappresenta un fatto positivo in quanto costituisce la presa di coscienza, da parte dell'uomo, di possedere un valore che egli è in grado di far progredire. In altre parole si radica, al livello di coscienza, il senso del progresso.
Tutta la spiritualità gotica tende verso spinte ascensionali: in ciò si è voluto talvolta vedere un abbandono del senso più autenticamente umano, una stasi nella riflessione sulla condizione umana, per rivolgersi verso la divinità. Ciò è in parte vero, ma quello che va precisato è che, a differenza del misticismo incombente dal cielo che imperava prima del Mille, nel XIII secolo, attraverso il Gotico, incomincia ad avvertirsi l'esigenza che, nel rapporto con la trascendenza, sia l'uomo a prendere l'iniziativa. Pertanto è l'uomo che si organizza e che opera per ascendere verso la divinità e non ne subisce solo passivamente la presenza.
L'acquisizione di una maggiore conoscenza della tecnica e la riuscita nella determinazione del suo sviluppo, pongono l'artista nella condizione di tecnico di altissima qualità, assegnandogli una precisa funzione nella società. È in questo periodo che l'artista incomincia ad assumere il ruolo autonomo di creatore dell'opera d'arte valida di per sé, in quanto opera d'arte, pur se realizzata sempre al servizio della Chiesa e del Sovrano.
Per avere più chiaro il legame fra la società del XIII secolo e le opere architettoniche prodotte, leggiamo quanto scrive l'Argan: "L'architettura gotica è inconcepibile al di fuori del quadro della nuova realtà urbana. Col nascere della ricchezza e della capacità di produrla, cresce la popolazione urbana; le officine artigiane si moltiplicano; il congegno del commercio si fa sempre più complesso. Ogni comunità urbana tende a specializzare e a qualificare la propria produzione, a migliorare e a far conoscere le proprie tecniche. Si comincia a curare e a disciplinare l'aspetto delle città, ora più frequentate dai forestieri. Al centro è sempre la cattedrale, altissima tra le basse abitazioni civili: più che "monumento" vuol essere "meraviglia", portento. Dà la misura delle capacità tecniche, della ricchezza, della cultura della comunità: le sue guglie altissime appaiono di lontano al viaggiatore, come il faro ai naviganti".
Ricercando le anticipazione del fenomeno umanistico nei periodi che precedono l'Umanesimo vero e proprio, non va ignorata una personalità eccezionale che il Gotico ha prodotto in arte: Giotto, il pittore fiorentino che sfronda la cultura gotica di quanto ancora conserva di bizantino, per farne una cultura moderna. Egli trasforma l'immobilità in imponenza monumentale e traduce il sentimento in azione. La grande innovazione di Giotto consiste nel non rappresentare i personaggi così come la leggenda e la tradizione li hanno tramandati, ma nel narrare gli avvenimenti in cui si trovano coinvolti. È insomma il senso storico che muove la mente e la mano dell'artista.
Pensiamo agli affreschi con le storie di San Francesco nella Basilica di Assisi: Giotto non si limita a delineare in senso leggendario o poetico la figura del santo, ma ne traccia un profilo storico, tanto che il personaggio che vien fuori dalle pitture parietali è persona piena di dignità umana e di autorità morale che compie atti storici più che miracoli. Certo l'umanesimo di Giotto trova facile possibilità di applicazione all'umanesimo già esistente in San Francesco: perché il santo di Assisi è sì un mistico, ma ricco di una spiritualità sentita e vissuta in funzione dell'uomo, secondo una interpretazione pregnante dell'insegnamento evangelico.
Tutte le figure di Giotto sono umane, collocate in uno spazio reale, colte in atteggiamenti umani. E talvolta l'ansia di evidenziare il valore dell'uomo rispetto a quello della natura è tale da ricorrere anche a raffigurazioni emblematiche di questa esigenza, come avviene nel "Miracolo della fonte" di Assisi in cui, per porre in risalto gli uomini e le loro azioni, l'artista li raffigura persino più grandi degli alberi.
Intanto il Gotico entra in una fase decadente: diventati padroni della tecnica, sempre più raffinata, gli artisti finiscono per cadere spesso nel limite del compiacimento, della passione della tecnica fine a se stessa. Il risultato è una serie di preziosità, di abbellimenti, di decorazioni auto finalizzate. Ma il processo di rinnovamento che si era messo in moto, come abbiamo visto, sin dall'XI secolo, è inarrestabile. Possono decadere le forme di linguaggio con le quali le ansie hanno scelto di esprimersi, ma queste ultime si fanno sempre più pressanti, alla ricerca di nuove e più idonee espressioni. Siamo alle soglie del Quattrocento, secolo in cui la nuova concezione della natura e della storia è ormai matura, pronta a manifestarsi in tutta la sua completezza e l'arte subisce una trasformazione totale come concetto nonché nei modi di esprimersi e nella sua stessa funzione di essere. L'artista medioevale era stato responsabile soltanto dell'esecuzione delle opere, dato che i contenuti e persino i temi delle rappresentazioni gli venivano forniti. Ora non è più così. Sviluppando e portando a completa maturazione quella necessità di autonomia che già abbiamo visto negli artigiani e artisti romanici e che abbiamo rilevato più consistente in Giotto, l'autore del vero e proprio periodo umanistico deve egli stesso trovare e definire i contenuti e le motivazioni delle opere; in altri termini egli non opera più eseguendo direttive ideologiche imposte da autorità superiori (Dio, Chiesa, Sovrano), da una tradizione consacrata, ma determina in piena autonomia tanto l'orientamento ideologico quanto quello culturale del proprio lavoro.
È una nuova conquista dell'uomo e dell'artista, resa possibile anche dal diffondersi delle teorie neoplatoniche di Marsilio Ficino e di Pico della Mirandola che videro nelle dottrine di Platone la migliore esaltazione delle individualità dell'uomo, legato al mondo sensibile della sua limitata e imperfetta natura fisica, proteso verso il mondo intellegibile con l'eterna anima immortale illuminata dal raggio dell'intelligenza divina. Dirà Marsilio Ficino:" La natura è animata dalla presenza di Dio in ogni sua manifestazione e l'anima è il centro di essa natura, mentre l'uomo (la cui mente ha in sé la forma archetipa della divina intelligenza) viene considerato quale microcosmo coestensivo dell'universo tutto". È questa la base filosofica che porta l'Umanesimo a riscoprire l'uomo, ma soprattutto a riscoprire il mondo che lo circonda, la natura, e a valutarla finalmente per quello che essa è, staccandosi dagli errori fisici e geografici che fino ad allora ne avevano falsato, o comunque limitato, la conoscenza.
Siamo di fronte dunque ad una situazione con la quale inizia, in qualche modo, la modernità occidentale. Ma, al tempo stesso – come sostengono la teologia cristiana orientale e anche alcuni studiosi europei e americani contemporanei, tra cui John Carrol – ha inizio anche il crollo della cultura occidentale, almeno di quella gran parte di sé che si era edificata sopra una forte spiritualità. È ciò che Carrol cerca di dimostrare con il suo libro "Il crollo della cultura occidentale", nel quale esprime una tesi azzardata ma intrigante, di sicuro in controtendenza rispetto a quelle che sino ad oggi avevano sempre sostenuto essere, l'Umanesimo e il successivo Rinascimento, i fondamenti indiscussi della nascita della modernità dell'Occidente.



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