GRILLO PARLANTE – Presenza e valori umani nelle espressioni artistiche dal pre-Umanesimo al Novecento - Parte I

Armando Ginesi - 07.01.2014 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, storia dell'arte, dispensa università

Iniziamo la pubblicazione di una serie di articoli di Armando Ginesi dal titolo: “Umanesimo in arte dal Romanico al Barocco” che costituiscono la trascrizione di lezioni da lui tenute agli allievi della Cattedra di Storia dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, nel quadro di un programma intitolato “Presenza e valori umani nell’espressioni artistiche dal pre-Umanesimo ai tempi nostri”. Il piano di studio si proponeva di evidenziare, attraverso l’arte, la presa di coscienza, da parte dell’uomo, della sua funzione storica affiorata nel periodo medioevale, sviluppata in piena fase umanistica, maturata nel Cinquecento e proseguita nei secoli successivi nell’alternarsi delle componenti emozionali con quelle razionali.

Un'altra serie di articoli, intitolata "Avanguardie scientiste del Novecento artistico", effettuerà l'analisi dei movimenti avanguardistici storici, ovverosia della prima metà del centennio, nel loro riproporre le istanze umanistiche nel XX secolo (nel duplice aspetto individualistico e sociale, a seguito dell'influenza rispettivamente del pensiero freudiano e di quello marxista).
Trattandosi di lezioni, lo stile è necessariamente discorsivo e presenta ripetizioni e puntualizzazioni che possono apparire eccessive ma che sono indispensabili nel linguaggio parlato ai fini didattici.
Tali lezioni sono state pubblicate in due volumi (avrebbero dovuto costituire una trilogia, ma il terzo libro – quello che avrebbe dovuto essere dedicato alle "Avanguardie emozionali del Novecento artistico" – non è stato mai realizzato) presso la collana "Ibis" de "Les éditions royales de Bruxelles" nel 1976.


Anticipazione umanistica nel Romanico e nel Gotico - Parte prima

Oggetto della nostra ricerca è lo sviluppo delle espressioni artistiche più propriamente attinenti alla Storia dell'Arte (Architettura, Pittura e Scultura) nei momenti in cui esse hanno maggiormente espresso il loro fondamentale interesse per l'uomo e per i suoi valori. Normalmente questo movimento di rinnovamento si fa iniziare nel XV secolo: in effetti è in tale periodo che si attua il grande rivolgimento spirituale con il tramonto degli ideali medioevali, con l'affermarsi delle Signorie a seguito del placarsi delle lotte condotte dai Comuni per la salvaguardia delle proprie libertà, con la crisi dell'Impero che aveva perduto non solo l'autorità ma persino il fascino della dimensione simbolica, con l'esaurimento del prestigio del Papato il quale, rientrato a Roma, lottava e brigava per la realizzazione di misere ambizioni terrene.
All'uomo, che vede tramontare tutti questi ideali, si impongono nuovi bisogni spirituali tra cui, rilevante, quello del conoscere. Ne consegue che viene mano a mano acquistando importanza sempre crescente proprio quella ragione umana che i mistici medioevali avevano proclamato inferiore ed insufficiente per giungere alla conoscenza di Dio, ma che già Dante, poco più di un secolo prima, aveva affermato essere indispensabile per conseguire "virtute e canoscenza". A questo periodo è stato dato il nome di "Umanesimo", parola che risale alla definizione già elaborata da Cicerone per il genere di studi tendenti al perfetto sviluppo dello spirito umano: "Studia Humana". Parola che trae origine dal fatto che, in tale periodo, i valori "umani" acquistano, come già detto, una nuova importanza, tanto è vero che lo spirito dell'uomo giudica che non soltanto i beni ultraterreni sono preziosi, ma anche – e per alcuni soprattutto – quelli della vita.
Quella che nasce, dunque, è una civiltà nuova che guarda fiduciosa alla potenza creatrice dell'uomo, signore del mondo e centro della natura; che non accetta più la verità come un dato immanente, imposto, ma come una conquista preziosa; che vede e sente la storia come opera totalmente umana, rifacendosi alla concezione latina dell'"homo faber fortunae suae"; che supera la tormentata introspezione dell'uomo medioevale, il terrore del peccato e l'ansia della conquista della vera patria celeste per proclamare patria dell'uomo la terra, vista e desiderata nella sua bellezza e nei suoi molteplici aspetti lieti, in riferimento anche alla filosofia oraziana del mondo latino e quella epicurea della civiltà greca.
Sorge una civiltà nuova che dichiara di non rinnegare la religione dei padri e perciò afferma spesso la sua ortodossia, ma che, in sostanza, per reazione all'eccessiva religiosità medioevale, cercando la coesistenza della fede cristiana con la sapienza antica, giunge ad una soluzione di vita più secolarizzata e perciò più laica.
Si è detto, dunque, che l'inizio di questa rinnovata civiltà vien fatto coincidere con il 1400, vale a dire dopo la fine dell'era medioevale. Ma è certo che già nel Medioevo essa si era lentamente preparata con il passaggio dal feudo al Comune, con la Cavalleria che aveva affinato e ingentilito i costumi, con la suadente dolcezza della parola francescana (così diversa – più umana – da quella dura e tenebrosa della spiritualità precedente); con il rinnovarsi degli studi filosofici, retorici, grammaticali e giuridici; col trionfo dello stile romanico in arte. In campo letterario già in Dante si erano realizzati intenti artistici ed atteggiamenti di coscienza assolutamente nuovi; già con Petrarca si era avuto il primo poeta che aveva staccato l'occhio dal cielo per volgerlo alla terra; già Boccaccio aveva esaltato la vita in tutti i suoi piaceri.
Entriamo ora maggiormente nel vivo del nostro discorso per ricercare i prodromi del rinnovamento nelle espressioni artistiche che più ci interessano, sviluppatesi nei periodi storici precedenti alla nascita ufficiale dell'Umanesimo. Rifacciamoci al periodo romanico che storicamente corrisponde all'età feudale e comunale, quindi ai secoli XI e XII. Il primo, importante fenomeno della storia sociale dopo il Mille è la rinascita delle città. Una delle cause che danno origine al raggrupparsi delle genti in forti comunità, moralmente protette dal clero e capaci di difendersi con le armi, è la prepotenza esercitata dai feudatari sulle popolazioni delle campagne dominate dall'alto dei castelli protetti da mura e da armati. La nuova città riprende spesso il tracciato di una città romana senza però ricalcarne pedissequamente l'antico schema che, invece, viene interpretato liberamente secondo le necessità della nuova società.
Il fatto nuovo è dato dal nascere di una esigenza profondamente legata al senso del valore umano, vale a dire la produzione della ricchezza intesa come strumento per accrescere la propria forza e la sicurezza della propria libertà. Ma questa ricchezza (ecco in che consiste la novità) non è più prodotto della conquista militare, bensì il frutto del lavoro. Viene alla luce il senso dell'operosità come fattore indispensabile di sviluppo dell'organizzazione sociale. L'uomo lavora e produce, realizzando ricchezza: in questo modo accresce la sua potenza e rende più solida e certa la sua libertà.
Anche la Chiesa si adegua a questa nuova esigenza sociale riconoscendo il lavoro come strumento pratico di disciplina morale per giungere alla salvezza spirituale. Non è più considerato peccato ed attaccamento eccessivo alle cose terrene il cercare la ricchezza la quale, prodotta dal lavoro, produce altro lavoro e quest'ultimo salva. Secondo la Chiesa è anzi doveroso produrre ricchezza purché essa non sia cercata in sé ma come compenso terreno concesso da Dio in attesa del premio eterno. Continuando nell'interpretazione teologica del problema, la ricchezza prodotta dal lavoro è frutto dell'ingegno umano applicato alla materia naturale: entrambi gli elementi (ingegno e materia) sono creati da Dio e l'uomo che lavora, applicando l'ingegno sui beni materiali, continua in un certo senso l'opera creatrice dell'Onnipotente.
Inoltre la materia è stata creata perfettibile attraverso l'opera umana: ciò significa che la materia contiene in sé un principio spirituale che il fare umano non deve cancellare o svilire ma interpretare e sviluppare. È evidente come questa concezione teologica legittimatrice del lavoro – in una società ancora fortemente sensibile e attenta alle suggestioni della religiosità – costituisca stimolo a lavorare e produrre.
La città, come organismo produttivo, è lo strumento operativo della comunità, quello grazie al quale il lavoro individuale si trasforma in un'opera concordata e collettiva. Dal punto di vista sociale si registra la nascita di un ceto cittadino, composto da artigiani e mercanti (ceto borghese, da "borgo"): i primi che producono ed i secondi che, diffondendo la produzione, la valorizzano e la incoraggiano traducendola in ricchezza.
Per evidenziare maggiormente l'importanza dell'elemento "uomo" e di tutto ciò che con lui è intimamente connesso, ci soffermeremo sulla funzione, in periodo romanico, della materia e della tecnica, i cui valori non sono mai considerati autonomi, ma sempre subordinati all'uomo, al suo ideale, al suo agire. La materia, per l'arte e l'artigianato romanici, deve svolgere una funzione subordinata, essere al servizio del procedimento e quindi non possedere valori intrinseci. Il che conduce al rifiuto dei materiali preziosi e all'uso di quelli più poveri. In architettura si ritorna alla muratura anziché all'incrostazione marmorea; nella scultura si usa la rozza pietra al posto dei marmi preziosi e rari; nella pittura l'affresco tende a sostituire il più raffinato mosaico.
La scelta di materiali meno nobili, oltre che essere conseguenza di motivazioni ideologiche, è anche frutto di ragione economica. L'artigianato è attività autonoma che deve autofinanziarsi e che non fa più conto sui tesori della corte. Questa ragione economica si traduce in un fatto estremamente positivo: la diminuzione dei costi ha come conseguenza l'aumento quantitativo della produzione e quest'ultima consente all'arte di uscire dal chiuso ristretto delle corti per diffondersi e per esercitare la sua influenza in ambiti sociali sempre più ampi.

Un altro elemento importante per la caratterizzazione, in chiave pre-umanistica, del lavoro artigianale e artistico, è che l'operatore non segue più, come era avvenuto per l'arte bizantina, un canone ufficiale approvato dal sistema politico, religioso, committente dell'opera. In epoca romanica, l'artigiano e l'artista sono responsabili della propria produzione e questo li spinge ad inventare sempre, a migliorare, anche per vincere la concorrenza e per richiamare l'interesse della committenza. La tecnica romanica non aspira dunque ad essere una tecnica perfetta (la perfezione esprime un risultato raggiunto e quindi produce staticità, fine della ricerca) ma una tecnica perfettibile, quindi in divenire, alla ricerca sempre del meglio e del più.
A partire da questo momento storico, anzi, proprio i concetti di progresso e di rinnovamento si legano intimamente a quello di tecnica. La tecnica romanica, lo abbiamo visto, si basa sull'invenzione e l'idea dell'invenzione è connessa con quella di progresso, come osserva Giulio Carlo Argan: infatti si progredisce inventando. L'invenzione inoltre presuppone l'esperienza della tradizione che si intende superare e perciò segue uno sviluppo storico. Ecco che, in epoca romanica, l'uomo incomincia a prendere coscienza del suo farsi in senso storico.



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