GRILLO PARLANTE DI ARMANDO GINESI – Astrattismo Russo del Primo Novecento V PARTE – Vladimir Majakovskij e il fronte di sinistra delle arti (LEF)

Armando Ginesi - 23.09.2012 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, astrattismo russo, fronte russo

Un viaggio nell'astrattismo russo del primo Novecento in sei parti. V parte

I problemi posti dalla Rivoluzione d'Ottobre alle coscienze degli intellettuali e degli artisti erano molti, nuovi e complessi. Su tutti dominava l'esigenza di dar vita ad un'arte che si caricasse delle istanze della nuova realtà preconizzata dall'iniziale società sovietica e ne esprimesse palesemente gli obbiettivi. Ciò creò problemi interiori a molti artisti che, pur avendo aderito con convinzione ed entusiasmo alla rivoluzione, non erano però del tutto riusciti a farne proprie fino in fonde le caratteristiche essenziali. Essi si sentivano a disagio nel dover accettare totalmente e indiscriminatamente le "regole" del processo rivoluzionario.
Il problema più pressante e lacerante era quello scaturito dal dissidio tra il loro io individuale (senza il quale, peraltro, non esisterebbero figura e ruolo dell'artista) e il senso sociale, oggettivante, della rivoluzione. Si sentirono angosciati da questa lotta ideale e morale poeti e scrittori come Sergej Esemin, Boris Pasternàk, Yuri Olescia, i quali tentarono di comporre il dissidio senza però riuscirvi. Uno degli spiriti più dilaniati tra la convinzione circa la giustezza delle istanze rivoluzionarie e la difesa dei diritti dell'io creativo, fu il georgiano Vladimir Majakovskij. Egli aveva messo in piedi un gruppo di intellettuali aggregandoli attorno alla rivista LEF (Fronte di Sinistra delle Arti) che annoverava artisti futuristi e costruttivisti, cineasti come Sergej M. Eisenstein, registi teatrali come Vsevolod Emilevitch Meyerhold, scrittori come Isaac Émmanuilovič Babel e così via.
Majakovskij assunse la direzione del periodico nel 1923 e cercò di infondervi (come del resto fece con il gruppo degli artisti aderenti) tutto l'impegno rivoluzionario. Il poeta ed i suoi amici avevano perfettamente capito che l'arte del nuovo sistema politico-sociale non poteva più essere considerata puro esperimento dello spirito, attività gratuita, espressione ludica, ma doveva trasformarsi in manifestazione palese della verità rivoluzionaria e in strumento di trasmissione degli ideali della rivoluzione nonché dei sentimenti che da ne scaturivano. Essi ritenevano però che tali obbiettivi andavano raggiunti restando sul terreno dell'arte moderna con le sue invenzioni avanguardistiche, con i suoi linguaggi originali e del tutto nuovi rispetto al passato, anche a quello più illustre. È anche questo il senso di quel che scrisse Eisenstein, allorché volle ricordare i tempi del LEF, in Lettres françaises, nel 1958 : "Il LEF si batteva per eliminare tutto ciò che è sorpassato dalla vita, servendosi dei giornali, delle conferenze, dei discorsi. C'era da fare fin sopra i capelli. I ricordi che ho di Majakovskij si confondono in una interminabile serie di conferenze al Museo Politecnico, alla Sala del Conservatorio […]. Questo è sino ad oggi incancellabile dalla memoria: una voce forte, un volto virile, una dizione precisa, pensieri precisi. E la luce della Rivoluzione d'Ottobre su tutte le cose".
Nonostante questa prima fase trovasse sostanzialmente concordi Vladimir Tatlin e i Costruttivisti e contrari Kasimir Malevič e i Suprematisti, presto la posizione teorica del LEF fu considerata dal partito comunista e dal governo sovietico troppo ambigua e, soprattutto, troppo affine ad un'idea dell'arte di fatto slegata dagli obbiettivi socializzanti ed oggettivizzanti della Rivoluzione. In particolare l'Associazione degli Scrittori Russi Proletari (RAPP) attaccò violentemente il Gruppo e nel 1928 la rivista fu costretta a cessare le pubblicazioni. Sempre il RAPP si scagliò contro Majakovskij "revisionista" e praticamente controrivoluzionario e ne stroncò la nuova commedia Il Bagno, andata in scena agli inizi del 1930. Il poeta rimase fortemente colpito e deluso, si sentì abbandonato. Fino al punto di arrivare a suicidarsi nel mese di aprile del medesimo anno.
Con la scomparsa del LEF si esaurivano anche le speranze degli artisti nelle innovazioni proposte dalla Rivoluzione e la vita dell'arte sovietica si avviava nella direzione dell'agiografia e dell' esaltazione del cosiddetto mito dell'eroe positivo, conclusosi con una pletora di opere pittoriche e plastiche inneggianti agli stereotipi dell'operaio, del contadino, del milite rivoluzionario, raffigurati – spesso stucchevolmente – con rigore veristico e didascalico, ritenuto unica modalità espressiva in grado di "educare" il popolo alla così definita " verità rivoluzionaria".



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