GRILLO PARLANTE DI ARMANDO GINESI – Dal naturalismo decorato al sentimento del sacro

Armando Ginesi - 22.08.2012 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, giovanni gentiletti, naturalismo

A Palazzo Gradari di Pesaro il 1 settembre 2012, alle ore 18, si inaugurerà la prima mostra antologica postuma di sculture di Giovanni Gentiletti.

L'artista era molto apprezzato da Armando Ginesi che ha redatto un testo critico dedicato al suo lavoro. Tale testo era destinato ad essere inserito in apertura del catalogo, ma l'autore è stato costretto, suo malgrado, a ritirarlo per alcuni comportamenti da lui giudicati non corretti da parte dell'organizzazione della mostra.
Ovviamente immutati rimangono il giudizio e la stima nei confronti dello scultore scomparso quanta viva resta la memoria del suo essere un galantuomo.


Era un uomo buono, Giovanni Gentiletti, affabile, gentile (nomen omen) ed abilissimo nel manipolare i metalli in senso creativo. Sotto le sue mani sapienti (ah, quanta importanza ha la tecnica nel tradurre alchenicamente il materiale inerte in espressività artistica. Lui lo insegnava costantemente ai suoi allievi, anche se i giovani oggi sembrano refrattari verso queste basilari verità, forse perché la tecnica obbliga all'impegno, alla fatica anche fisica, ad un investimento nel tempo: tutte cose che non si accordano con la superficialità e la velocizzazione di un'epoca costruita prevalentemente sul principio dell' hic et nunc), sotto le sue mani sapienti, dicevamo, i metalli ed ogni altro materiale – che non avevano segreti per lui – diventavano docili e si lasciavano trasformare in linguaggio.
La presente rassegna dimostra la versatilità del nostro indimenticabile artista, la sua volontà continua di sperimentare i trattamenti dei materiali ma anche gli approfondimenti dei linguaggi che altri (i grandi che hanno fatto la storia dell'arte sia antica sia moderna) avevano inventato prima di lui. Le due opere con il medesimo titolo ("Rondini in volo), due sbalzi in rame, mostrano chiare le stimmate futuriste di un senso del movimento tradotto in eleganza formale: l'essenzialità boccioniana e la morfologia balliana convivono in una sintesi non facile e si depurano di ogni accidentalità ortografica in un risultato di notevole finezza dinamica.
Ma il merito principale della mostra consiste, a mio modesto parere, nell'aver finalmente portato alla luce e sottoposto all'attenzione del pubblico una produzione di Gentiletti che lui stesso aveva quasi occultato dopo l'immersione inebriante nell'universo segnico conseguente ad una specie di folgorazione scaturita dall'incontro di lavoro con Arnaldo Pomodoro e con la sua straordinaria forza linguistica. Una produzione che lascia vedere e capire quali e quante fossero la sua perizia operativa e la conoscenza dello sviluppo della storia dell'arte soprattutto in epoca moderna, nonché l'attenzione verso il dettaglio decorativo non fine a se stesso ma colto quale elemento segnico da trasformare in struttura lessicale originale e affascinante. Intendo riferirmi al ciclo zoomorfico degli ibis, degli aironi, di altre forme zoomorfe e di altri volatili, alcuni dei quali non veri epperò verosimili. (E peccato che la mostra non abbia potuto ospitare, per ragione di spazio, soprattutto, qualche esemplare, dei pochissimi rimasti, della serie degli "insetti giganti" del periodo "realista", di impressionante significanza espressiva). Un ciclo di sbalzi su rame a tutto tondo la cui perfezione realizzativa vede ogni millimetro quadrato della superficie martellata al punto da dar vita ad una miriade di segni che assolvono alla funzione decorativa ma al tempo stesso rispettano alla perfezione la verità di natura dei piumaggi; inoltre fanno assumere ad ogni segno il valore di cifra distintiva di un preciso, rigoroso linguaggio originale e di alto significato. Alcune di queste figure (per meglio dire, molte di esse) sono da Gentiletti sottoposte inoltre alle regole grammaticali e sintattiche di un'altra grande avanguardia storica del Novecento, quella cubista, nella sua declinazione sintetica, facendone contrarre il volume su di sé, quasi collassandole sotto il proprio peso, come avviene per i "buchi neri" nello spazio siderale. Infine i suoi elementi decorativi, in diverse opere del ciclo dei volatili, le superfici e i dettagli segnici diventano pretesto per un'accentuazione decorativa le cui matrici storiche sono rintracciabili nell'internazionalismo dell'Art Nouveau, prevalentemente vista attraverso le soluzioni dello Jugendstil tedesco e mitteleuropeo.

Ad un certo momento della sua esistenza – come ho avuto modo di ricordare anche in un altro mio testo a corredo del catalogo della personale di Pietrarubbia nel 2008 – Gentiletti approda al TAM, collabora con l'eccezionale figura di Arnaldo Pomodoro,uno dei più grandi scultori di tutti i tempi, e viene colto sempre più dall'interesse del segno autosignificante che rimanda ad altro da sé e diventa una vera e propria ierofania. Egli abbandona ogni legame – diretto e indiretto – con la raffigurazione naturalistica e finanche con la verosimiglianza, per immergersi del tutto nelle infinite possibilità combinatorie dei segni dando vita ad una scultura – analoga a quella del suo Pigmalione - a caratura quasi esclusivamente semiologica. Nelle sue nuove opere il segno si fa epifania dell'essere che sale in superficie dal profondo e si fenomenizza il bisogno dell'artista di narrare agli uomini la loro stessa storia (muovendo però da lontano, dall'archè, con risultati a volte di sapore barbarico, sempre prossimi alle radici del mito) per sollecitarli a soffermarsi, in questo momento storico nel quale tutto sembra correre irrazionalmente verso traguardi sempre più effimeri e nebulosi, tali da trasformarsi in possibili baratri, a meditare sul senso delle proprie origini.
Opere come "Cono", "La porta del tempo", "la porta dei sogni", "Lettere dal Mediterraneo", "Il sogno di Teseo", "Ruota grande", "Disco della memoria", "I segni del tempo", "Porta del castello", "Luoghi degli altaroli, ex voto), appaiono riferimenti sempre più espliciti alla sacralizzazione del segno ierofanico e degli spazi di natura speciale, consacrati, a volte altari esplicitamente dichiarati, altre volte più criptici, sempre comunque manifestazioni visive di un sentimento che riconduce al mistero e al mana (una cratofania), come lo concepisce Mircea Eliade, ovverosia una potenza manifestativa del sacro. Si guardi, in modo particolare, l'opera "Calendario" per rendersene pienamente conto.



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