GRILLO PARLANTE DI ARMANDO GINESI - Tre secoli di storia dell'arte – PARTE I

Armando Ginesi - 07.08.2012 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE; armando ginesi, storia dell'arte

Nella circostanza della mostra “Tre secoli di satira e caricatura tra Le Marche e Roma” (svoltasi a Roma nel 2006 a cura di Fabio Santilli e Melanton), Armando Ginesi ha pubblicato, nel volume “La tentazione comica”, (editore “i libri del camaleonte”) il saggio “Dal Settecento al Novecento: tre secoli di storia dell’arte” che riproponiamo in quattro parti.

Sulla base di quello che caratterizza questa iniziativa e cioè la presentazione dell'evoluzione della satira e della caricatura, scandita attraverso tre figure (Pier Leone Ghezzi, Gabriele Galantara e Cesare Marcorelli) le quali, lungo l'asse geo-economico e geo-culturale Le Marche-Roma, hanno toccato tre secoli (XVIII,XIX e XX), sembra opportuno tracciare il profilo storico dei periodi artistici che fanno da sfondo al loro percorso.
Incominciamo dal Settecento, vale a dire del secolo che vede attenuarsi il ruolo di assoluto primariato svolto dall'Italia sin dal Trecento, con Giotto e la scuola fiorentina da una parte e con Simone Martini e quella sense dall'altra, anticipati, sul finire del Duecento, rispettivamente da Cimabue e Duccio da Buoninsegna. Nell'ambito europeo, infatti, è adesso la Francia (precisamente Parigi) che incomincia a diventare comprimaria ed a svolgere una funzione sempre più importante destinata ad essere poi, nel XIX secolo, di assoluta preminenza. Scrive Giulio Carlo Argan che "il Settecento europeo si apre col trionfo della monarchia assoluta di Luigi XIV e si chiude con la rivoluzione francese e le prime conquiste di Napoleone". E' in questo contesto storico che vengono elaborati i principi di libertà delle dottrine illuministiche (con i filosofi enciclopedisti come D'Alambert e Diderot, quindi Voltaire) ai quali si aggiungono in seguito le istanze di giustizia sociale conseguenti agli insegnamenti di J. Jacques Rousseau, l'autore de Il Contratto sociale.
Gli Illuministi si muovono all'interno della logica di un sistema che intendono modificare. Sono rappresentanti di un aristocrazia aperta che legge Voltaire e di una borghesia media. Entrambe queste componenti sociali, ma soprattutto la seconda, tendono alla realizzazione di una democrazia politica. Verso la fine del secolo, in coincidenza con la Rivoluzione del 1789 e degli avvenimento che ne scaturiscono, un'ampia parte della piccola borghesia, alla quale si aggrega il popolo emarginato, finisce per far prevalere i principi roussoniani di giustizia su quelli illuministici di libertà.
L'Illuminismo pone, alla base del suo pensiero, la ragione dalla quale derivano i valori della scienza e della chiarezza. Alla scienza si connette necessariamente la tecnica, che ne è il supporto pratico, e quest'ultima, a sua volta, risulta intimamente legata al lavoro, cioè alla produzione. Da questa catena di relazioni scaturisce il fatto che nel Settecento, soprattutto in Inghilterra, si va velocemente verso la razionalizzazione delle tecniche di produzione determinando quella che verrà chiamata la rivoluzione industriale la quale modifica sostanzialmente tutti i sistemi produttivi e le modalità del lavoro razionalizzandoli ed organizzandoli. Siamo alla crisi del metodo di produzione artigianale che era fondato sul lavoro individuale e sulla componente creativo-fantastica del singolo operatore.
Alla necessità di chiarezza –come esigenza derivata dalla razionalità –nell'ambito dell'espressione, provvede l'arte, con forme semplici, riconoscibili, riferibili alla ragione e dunque riscontrabili nei modelli offerti dalla classicità in particolar modo greca.
Nella prima metà del secolo XVIII, tuttavia, prima che il razionalismo illuminista maturi ed incida profondamente nella realtà culturale in genere, il potere assolutistico si serve ancora del linguaggio artistico basato sul monumentale, sull'appariscente, sul persuasivo, sul sensuale. Ma ben presto la corte, pur mantenendo un quoziente rilevante di potere nelle proprie mani, è costretta a condividerlo in parte con l'aristocrazia e con l'alta borghesia. Ne consegue che il modello barocco, con il suo portato celebrativo ed aulico, adatto ad un potere concentrato, non risulta più rispondente all'incipiente ripartizione della potestà tra più soggetti. Da tale modello, pertanto, prende il via una trasformazione interna alle sue forme a scapito della monumentalità, con la sensualità che cessa di identificarsi con il misticismo e di puntare verso le trascendenze celesti (come era accaduto, per esempio, con il linguaggio di Gian Lorenzo Bernini). Lo stile barocco si laicizza, diventa fatto umano, riduce le dimensioni e si trasforma in leggiadria, in erotismo galante, in gusto per la festa. Scrive Arnold Hauser che "l'arte diventa più umana, più accessibile, meno pretenziosa; non è più destinata a semidei o a superuomini, ma a comuni mortali, a creature deboli, sensuali, avide di piaceri. Essa non esprime più grandezza e potenza, ma la bellezza e il fascino della vita; non vuol più imporsi e soggiogare, ma attrarre e dilettare".
Nasce lo stile Rococo che altro non è che un Barocco a cui sono stati sottratti i caratteri di fastosa grandiosità trasformata in preziosità e grazia. Il nuovo stile tende alla realizzazione di una sorta di "art pour l'art", alla quale è estranea ogni istanza di natura spirituale, che inclina a modelli di frivolezza e di disimpegno ritenendo che gli stessi possano rintracciarsi nel "bello". Il Rococo diventa un'arte aristocratica e alto-borghese (di quell'alta borghesia che, aspirando ad una ulteriore promozione sociale, guarda alla classe aristocratica come ad un esempio del quale copiare i comportamenti formali). Verso la metà del secolo, però, si verifica una spaccatura tra le classi produttive (costituenti la media borghesia) e l'aristocrazia parassitaria, con la conseguenza che anche il modello di arte aristocratica entra fortemente in crisi.
L'aristocrazia –anche dietro la spinta di alcune forze endogene –è costretta a piegarsi al gusto borghese, più semplice e sobrio, dal momento che il ceto che lo esprime attinge, come abbiamo già visto, alle dottrine illuministiche. Perciò l'arte si orienta verso un ideale nuovo di severità che sia "anzitutto una protesta contro la finzione e l'artificio, il vacuo virtuosismo e gli orpelli del Rococo" (Hauser).
Lo stile artistico che corrisponde ai nuovi atteggiamenti culturale è il Neoclassicismo, il quale impone precisione, obbiettività, riduzione al puro necessario, razionalità, chiarezza e funzionalità (quest'ultimo requisito fatto proprio, in modo particolare, dall'architettura).
L'arte, ora, deve basarsi sulle proprie leggi e rendersi autonoma (ricordiamo che l'estetica, intesa come "scienza del bello", è in questo periodo che si sviluppa ad opera di Alexander Gottfried Baumgarten) da ogni influenza e da ogni autorità, staccata (almeno intenzionalmente) dai fini del potere.
Vien fatto di chiedersi: perché mai la nuova cultura identifica il bello con l'arte classica, che prende a modello, nonostante sostenga l'autonomia e la conseguente volontà di rompere con ogni principio di autorità? Ma perché l'arte della classicità non è vista come un modello di autorità, piuttosto quale modo di comportamento (tale l'arte era intesa come valore nella società) che, soprattutto nella civiltà greca, si era rivelato il più giusto e che conseguentemente andava recuperato.
Dal momento che la ragione è regolatrice della vita degli uomini, all'arte si attribuisce una funzione coordinata: il che vuol dire che l'architetto si deve occupare della progettazione relazionandosi sempre alla situazione urbanistica la quale, a sua volta, deve tener conto delle nuove realtà sostenute dagli ideali illuministi che sono: il nuovo ordine sociale, il nuovo ordine della città, la nuova impostazione urbanistica. Accanto ai monumenti vanno costruiti gli edifici che costituiscono il normale tessuto sociale, dalle scuole ai mercati, dagli ospedali ai magazzini, dai ponti alle strade, alle piazze. Anche gli scultori e i pittori lavorano per la città che rappresenta la forma organizzata degli individui i quali razionalmente (e politicamente) decidono di farsi comunità.
All'interno di un siffatto modo di pensare e di essere, che tutto fonda sulla ragione, sulla scienza e sulla tecnica, l'artista si esprime attraverso l'ideazione la quale, ci ricorda l'Argan, è ancora una forma di immaginazione "ma che uniforma i propri procedimenti a quelli della ragione". Dunque la tecnica di cui l'artista si serve è la progettazione, che rappresenta il suo momento individuale, mentre l'esecuzione ne è la traduzione in atto mediante l'utilizzo di strumenti operativi che appartengono all'intera società.

Continua...

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