GRILLO PARLANTE DI ARMANDO GINESI - Nelle braccia dell'assoluto

Armando Ginesi - 26.04.2012 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, ascoli piceno, benedetto caselli

Verrà inaugurata il 5 maggio alle 17 allo Spazio Archeofutur ad Ascoli Piceno la personale dell’artista Benedetto Caselli "Archeofutur- la visione remota del futuro”.

Posso confessarlo? Non ho mai visto di buon occhio gli artisti del visivo che, oltre al dipingere, allo scolpire o all'incidere, scrivono pure. Mi sono infatti quasi sempre trovato d'accordo con Annibale Carracci (lo dico anche in un mio recente libro) laddove ha scritto: "Noi altri dipintori habbiamo da parlare con le mani". Perché sono convinto che sia difficile gestire (anche se non proprio impossibile, sia chiaro) più linguaggi insieme: quello visivo, per esempio, e quello verbale, orale o scritto che sia. Questa mia convinzione si è rafforzata dopo la frequentazione di tanti artisti dalla cui voce diretta ho sentito le "spiegazioni" delle proprie opere o dalla cui propria penna ho letto a volte le presunte motivazioni ed ermeneutiche.
Certo, so perfettamente che non è sempre così. Per questo ho detto che col Carracci mi son trovato d'accordo "quasi sempre". Ci sono esempi illustri di autori che sanno esserlo egregiamente in più discipline espressive; scrittori e pittori al tempo stesso; o poeti o musicisti od altro ancora. Il caso di Benedetto Caselli è fra questi: ciò ch'egli scrive – aforismi e pensieri – sono di alta qualità, al pari di quello che dipinge o disegna. Mi sono dunque ricreduto ? No di certo. Considero Caselli, come altri (Wassily Kandinsky, Osvaldo Licini, Emilio Tadini, Gillo Dorfles, tanto per citare), un'eccezione. Che conferma la regola. Anche se non tutto ciò ch'egli ha scritto mi trova d'accordo, come quel suo pensiero del 2009 sull'immondizia spacciata per arte nelle gallerie e nei musei che a me, contemporaneista, suona quanto meno sbrigativa e non proprio corretta. Ma non è questo un problema. Anzi è la prova della forza del suo pensare (Argan ha chiamato l'arte anche "pensiero visivo"), il segno della sua partigianeria. Che ci deve essere in un artista, perché quand'egli è autenticamente tale si trova collocato interamente dentro la sua visione del mondo e quindi è necessariamente di parte. Del resto a noi poco importa quale sia il contenuto di cui artisticamente discetta: è al modo con cui lo fa che dobbiamo soprattutto guardare e di cui dobbiamo occuparci, come ci ha insegnato, già nel XVIII secolo, Jonathan Richardson . E il modo col quale Benedetto Caselli affabula è decisamente affascinante.
Ho letto un po' della sua letteratura critica ed ho constatato come quasi tutti i suoi esegeti hanno accolto il termine, da lui coniato circa il modo di vedere il mondo e di rappresentarlo, di "archeofuturibile" con cui vuol indicare la realtà che scaturisce dal momento terminale dell'evoluzione (?) quando l'umanità, che sfreccia via "come un treno impazzito che aumenta sempre più la velocità", nel momento in cui raggiungerà "il capolinea, si ricongiungerà con i primordi". Quanto assomiglia, questa previsione, a quel che vado scrivendo da tempo e cioè che l'umanità, intrisa di edonismo sempre crescente e folle, segue festosa quel piffero magico che la trascina verso il baratro, come accade, nella celebre favola dei fratelli Grimm, ai topi attirati inesorabilmente verso il mare in cui finiranno annegati.
Ma l'archeofuturibile, o più brevemente archeofutur, non è, oltre che una specie di ossimoro, anche una forma di equilibrio del tempo passato con quello a venire? Non assomiglia all' arrestarsi dello stesso tempo? Non può essere allora inteso come sinonimo di eternità, prefigurazione di un tempo immobile in cui sia finalmente cessato il suo affannoso divenire eracliteo nel raggiungimento di una beata stasi parmenidea? Perché se così fosse, l'immaginazione visiva di Caselli (magistralmente tradotta in dipinti, acquarelli, tempere e lavori in digitale) metterebbe in luce quella che in lui – ma non soltanto in lui – appare come una struggente nostalgia dell'Eden, del giardino meraviglioso che Dio creò per quella creatura voluta a sua immagine e somiglianza, rivelatasi però fragile e sensibile ad ogni sorta di seduzione ammaliatrice, come un marinaio omerico sviato dal canto delle sirene.
"Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden, ad oriente, e quivi pose l'uomo che aveva formato; e il Signore Iddio fece germogliare dal suolo ogni specie di alberi piacevoli d'aspetto e buoni a mangiare….In Eden nasceva un fiume che irrigava tutto il giardino…..Il Signore Iddio prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse….." (Genesi, 2 – 8,15). Come sia andata a finire lo sappiamo. L'uomo tradì il suo creatore rivelando tutta intera la sua fragilità e se ne dovette andare, pellegrino sulla terra, tra guerre, malattie, catastrofi naturali, insidie d'ogni genere, artefice e vittima dell'orgoglio e della bramosia di potere. Ma nel suo cuore, più o meno nascosta, più o meno in profondità, è rimasta forte la nostalgia di quel giardino delle sue origini.
Del resto l'antropologia culturale è ricca di simbologie del giardino che, in tutte le culture, le tradizioni e le religioni, ha sempre posseduto un significato di positività. Se nell'iconografia cristiana esso simboleggia la purezza verginale in senso generale, in quella pagana il "giardino delle Esperidi" indica l'al di là dei beati dove maturano le mele d'oro, mentre nella cultura giapponese l'armonizzazione degli elementi e in quella cinese la complessità e la globalità dei popoli dello Stato. Nella religione islamica, infine, è pure il giardino dei salvati nel giorno del Giudizio dove risiedono le hurì e gli ghulām.
"Esso è il luogo in cui la natura appare dominata, ordinata, selezionata, ricercata. Per questo costituisce un simbolo della coscienza, rispetto alla selva (inconscio) come l'isola rispetto all'oceano" ha scritto Juan Eduardo Cirlot.
E Caselli ce la fa rivivere, questa nostalgia, attraverso la sua poetica trasfigurazione del reale, mediante la ricreazione di una realtà nuova, inventata, che supera ogni hic et nunc, collocandosi in un tempo inusitato, quello che lui chiama "archeofutur", nel quale non hanno più senso i pensieri e le parole del tipo "passato", "presente", "futuro", perché vi è sospesa ogni prospettiva storica nel riproporsi di quella eternità dalla quale deriviamo e alla quale l'artista, prendendoci garbatamente per mano, ci riconduce, con la visione delle sue immagini. In esse, anche dal punto di vista iconografico, elementi del passato – archi, statue, erme – convivono con quelli del presente. Perché – lo ripetiamo – il tempo non ha più tempo, non trascorre, si è arrestato in una dimensione eterna.
Io trovo anche tanti suggerimenti letterari, dietro queste raffigurazioni di atmosfere oniriche sospese tra il vero e il sognato, che vanno da Ludovico Ariosto, attraversa la favolistica dei fratelli Grimm, di Jean de La Fontaine, di Charles Perrault, per giungere a Dino Buzzati, Gianni Rodari, Italo Calvino. Una storia visiva, insomma, nutrita di cultura anche verbale, che riesce a trasformarsi in fremiti di poesia. Con l'accattivante funzione di rendere anche noi fruitori sensibili al portato nostalgico di un'origine lontanissima alla quale tendere come il ritorno di un giorno che non sappiamo quando sarà ma di cui siamo certi che sarà. Il giorno nel quale le parti si ricomporranno nell'Uno e nel quale il relativo ritornerà nelle braccia dell'Assoluto.

Alcuni aforismi di Benedetto Caselli

Nella migliore delle ipotesi
Nella migliore delle ipotesi il conflitto di idee genera creatività. La creatività può generare il sogno diurno. Il sogno diurno genera talvolta le utopie. Le utopie sono destinate a generare conflitti. Ne deriva che, anche nella migliore delle ipotesi, il conflitto è l'origine e il destino di ogni vicenda umana.

Il futuro in retromarcia
Se non siamo noi ad andare verso il futuro progettandolo, sarà il futuro a venirci addosso magari in retromarcia senza guardare lo specchietto

La minaccia trascurata
Il pericolo più grave che corriamo nella nostra vita è quello che sottovalutiamo più spesso.

L'arte e il luogo comune
L'arte è quel segno, stile o significato, che non vorremo mai ritrovare in un luogo comune

Il conto della verità
E' bene che l'uomo in qualsiasi condizione anche gravosa o difficile, tenga conto della verità, perché essa prima o dopo verrà a chiedere il conto agli uni e agli altri

L'arte incapace
Un'opera d'arte avrebbe la pretesa di farci riflettere sulla nostra vita. Il problema è che la società che viviamo ci ha reso del tutto incapaci di farlo.

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L'associazione Archeo & futur in collaboarzione con Ascoli da Vivere, nell'ambito della mostra hanno proposto un concorso dal titolo "Archeofutur: la città del futuro". E' stato chiesto ai ragazzi della Provincia di Ascoli Piceno delle scuole elementari e medie, ispirandosi alle opere di Caselli, di realizzare un disegno e un breve scritto, raccontando quale sia la loro vsione del futuro migliore possibile, in cui la tecnologia e la natura riescano a convivere in maniera armonica.
Le opere dei ragazzi rimarranno espsote fino al 5 maggio presso il Centro Commerciale Al Battente, dopodichè avverrà la premiazione.
La mostra di Caselli rimarrà aperta fino all'8 luglio.

"Archeofutur- la visione remota del futuro"
a cura di Armando Ginesi
Spazio Archeofutur
Corso vittorio Emanuele 23 b
Ascoli Piceno

Immagine:
La visione remota del futuro- acrilico su carta -2011

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