GRILLO PARLANTE DI ARMANDO GINESI - Cristiano Berti e la vertigine del reale

Armando Ginesi - 26.03.2012 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, cristiano berti, mole vanvitelliana

È una delle più belle mostre che mi è capitato di visitare negli ultimi tempi. Vertigine del reale di Cristiano Berti, artista torinese di origine marchigiana, alla Mole Vanvitelliana di Ancona. Catalogo Allemandi.

L'ho visitata a lungo, in compagnia dell'autore, guardando opera per opera, vivendo uno spazio dopo l'altro, percependo, discettando. Berti ad un certo punto mi fa: "Mi chiedo se io sia un barocco". Illuminazione. Sì, lo è, decisamente: un barocco del nostro tempo il quale del Barocco antico ha colto l'essenza più profonda per riproporla alla modernità: realismo e fantasia immaginifica; realismo e sovrabbondanza; realismo e il suo contrario, insomma.
Non dimentichiamoci che il Seicento barocco si apre con il realismo dei Carracci (soprattutto di Annibale) e si chiude con quello di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, passando per le forme immaginifiche, persuasive, iperboliche, dell'invenzione, anche astrusa e azzardata, variamente declinate da Alessandro Algardi o da giganti come Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini o magari dai caravaggeschi a cominciare da Orazio ed Artemisia Gentileschi.

La sintesi del Barocco è già nel titolo della mostra, Vertigine del reale, quasi un ossimoro, una contraddizione concettuale e linguistica (non ha detto Martin Heiddeger che il linguaggio è rivelativo dell'essere?). La realtà, quando si presenta fortemente come tale, dà le vertigini, respinge ed attrae al tempo stesso. Può essere fascinans ac tremendum, com'è il sacro per Rudolf Otto.

La mostra si apre con "Memorial", una serie di fotografie eseguite da Piero Ottaviano che con Cristiano Berti ha un rapporto sintonico – osmotico lo definirei, o sovrapposto, se preferite – totale , quasi identitario, sicché le due intelligenze e le due sensibilità si uniscono e si fondono. Berti progetta e Ottaviano scatta.
Le foto sono state eseguite tra il 1993 e il 2001 in luoghi dove sono state uccise diciannove donne che si prostituivano sulle strade della provincia di Torino. Esse documentano i diciotto luoghi dove sono stati ritrovati i loro cadaveri. Sono foto di vegetazioni intricate, fitte di segni icastici, più veri del vero, tanto da apparire irreali; foto che ti tirano dentro gli spazi-memoria dove si sono consumati i crimini. Non ci sono corpi né altre presenze fisiche tra la vegetazione, soltanto tracce mnemoniche che inquietano. È arte concettuale, questa? Certamente sì, ma di un concettuale caldo. Perché sotto l'apparenza, a volte anche glaciale, basta un niente di ermeneutica sensibile per far affiorare emozioni e sentimenti. Come in "Rogo Api", dove due locandine di altrettanti quotidiani rispettivamente recitano: "Rogo Api. Assolti i vertici. Condannato un operaio"; "Rogo Api: Vertici assolti. Condannato un operaio". Attenzione: per rendere più fredda l'atmosfera interpretativa, Berti non ha usato le vere locandine di carta (ché è un materiale caldo, ricco di presenze materiche e di segni come piegature eccetera), ma le ha plastificate per renderle più mentali, più astratte. Però, un minuto dopo averle lette, esse fanno scattare le emozioni, come l'ironia, la rabbia, la voglia di ribellione.
La mostra è tutta così: idee trasformate in foto, spazi, oggetti ,come "Prestige", dove ammucchiati a terra ci sono veri bagagli che l'artista ha acquistato nelle aste delle cose dimenticate sui mezzi di trasporto o nei depositi ferroviari e aeroportuali. Chiusi com'erano al momento in cui sono stati rinvenuti. Bagagli veri, verissimi, ma pieni di fascino arcano, perché in essi permane il mistero dei contenuti che nessuno conosce e che lascia spazio all'immaginazione; oppure come "Corpi di reato", una installazione formata da arnesi di scasso e altro materiale utilizzato dai ladri colti in flagranza di reato, sequestrati dalle forze di polizia e acquistati da Berti nelle aste giudiziarie: oggetti misteriosi, affascinanti nei significati che palesano, autentici, fino all'evidenza del dettaglio dei timbri dei sequestri, epperò per lo più sconosciuti ai comuni mortali che non delinquono o che per dovere non combattono i delinquenti. Un'eco dei ready-made di duchampiana memoria? Può darsi, se è vero, come è vero, che è Marcel Duchamp e il suo Dadaismo di inizio XX secolo a doversi considerare i padri nobili della più tarda Arte concettuale.
Non posso – e non voglio – raccontarla tutta la mostra. Ci sono, in essa, altri momenti di grande rilevanza emotiva e mentale, come lo spazio vuoto dell'edificio vanvitelliano calcificato in cui l'unica presenza è una voce, quella di Happy, una ragazza africana che vive in Italia. Nella sua lingua Edo (incomprensibile al 100% dei visitatori, della quale si coglie dunque non la dimensione semantica, ma solo quella semiologico-auditiva) ella racconta di sé e delle sue piccole e grandi storie quotidiane vissute o sofferte nella sua terra d'origine (il testo è tradotto appeso alla parete). Noi ne percepiamo i ritmi narrativi attraverso un senso – l'udito – che si sostituisce, in una mostra d'arte, ad un altro senso più proprio, la vista. E riusciamo anche a sentire i brividi di certi suoi momenti raccontati, attraverso i ritmi linguistici. Pura sensualità, come accadeva nella fruizione del Barocco storico.

Ma forse il capolavoro nel capolavoro è intitolato "Lety": quattro fotografie, alcuni testi e canzoni che documentano un'azione compiuta nel maggio 2009 insieme a due cantanti rom cecoslovacchi ciechi e portatori di altri gravi handicap fisici che parlano, cantano, raccontano, gesticolano, mediante ritmi che diventano eu-ritmi, quasi armonia da far invidia agli dei. Mentre la vertigine si spalanca sempre di più nei sentimenti degli ascoltatori-spettatori.
L'immaginazione forte, viva ed acuta, sempre attenta, coniugata all'asciuttezza, finanche alla freddezza, costituisce l'equilibrio su cui è bilicata l'azione creativa di Cristiano Berti, di questo barocco del XX e del XXI secolo che mette insieme, con rigore e perfezione, le modalità dinamiche che deriva dagli esempi del Barocco vero e proprio, quello storico, che va dagli equilibri di forme dinamiche e accentuate ma anche classiche del Bernini di "Apollo e Dafne" per intenderci, ai turbamenti laceranti dell'anima del Borromini e delle sue architetture complesse e articolate, alle esplosione di sensualità sempre del Bernini, quello però dell'"Estasi di Santa Teresa" o della "Beata Ludovica Albertoni", oppure alle iperboli immaginifiche dell'Algardi calate nelle figure degli Angeli o dei Pontefici, o ai realismi variamente espressi da Annibale Carracci da una parte e dal Caravaggio dall'altra. Il tutto manifestato con sensibilità, linguaggio e tecnologie del nostro tempo.
Forse un'ipotesi di uscita da quel "cul de sac" in cui sembra essersi infilata e impantanata l'espressività artistica contemporanea, mentre girano a vuoto milioni di immagini in movimento di una sedicente "video-arte", la quale, molto spesso, altro non produce che "corti" o "cortissimi" realizzati dopo la presa in presto di un linguaggio da un'altra musa, il cinema, o da un suo derivato, la televisione, per lo più risolti nella documentaristica: come dire nel testo di cronaca e non nella scrittura creativa, prosa o lirica che sia..

DIDASCALIE
1- Memorial #5 (2001-2002)
Fotografia
cm 80x100

2- Rogo Api. Corriere Adriatico (2005)
Laminato plastico
cm 63,5x35

3- Corpi di reato 12309 (2005)
Oggetti ricontestualizzati, pedane di compensato
cm 105x52x170

4- Bosco (2010-2012)
183 alberi di Natale
Veduta dell'installazione alla Mole Vanvitelliana di Ancona

5- Lety #4 (2009)
Fotografia
cm 100x210


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