IL MIO PRIMO LIBRO N.7: Claudia Palmarucci, un esordio che profuma di rosa

Davide Calì - 21.11.2011 testo grande testo normale

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A soli 26 anni, Claudia Palmarucci pubblica il suo primo libro, "La rosa", scritto da Ljudmila Petrusevskaja ed edito da Orecchio Acerbo.

Le illustrazioni di La rosa, scritto da Ljudmila Petrusevskaja, edito da Orecchio Acerbo, mi hanno colpito subito. Per l'originalità, per l'atmosfera, per i riferimenti e le continue citazioni alla pittura.
Ho contattato così Claudia Palmarucci per conoscerla un po' e ho scoperto che ha solo 26 anni e che questo è il suo primo libro.

D: Innanzi tutto, tu sei ancora una studentessa del Master di Ars in Fabula, all'Accademia di Macerata. Che impressione ti fa avere già un libro pubblicato?
R: A volte, durante la giornata, prendo una copia del mio libro e la osservo un po' diffidente, col timore che possa scomparirmi tra le mani. Stento ancora a crederci. Credo che quello dell'illustratore sia un mestiere fantastico, non ce n'è un altro che desidererei tanto fare. Questo libro rappresenta un punto importante del mio cammino professionale, che mi fa sperare che un giorno questa potrà davvero essere la mia professione.

D: E le tue compagne di corso cosa dicono?
R: Tra le tante cose positive che questo master mi ha portato, i miei amici di corso sono una delle più importanti. Siamo molto legati e collaboriamo ogni volta che possiamo, anche ora che abbiamo terminato il master. La stima, l'affetto e il rispetto sono più proficui e fruttuosi dell'invidia. Spero che questa empatia professionale e caratteriale sfoci un giorno in una concreta collaborazione professionale.

D: Ci racconti come è nato e come si è sviluppato il progetto di "La rosa"?
R: Il testo in questione mi fu assegnato da Fausta Orecchio durante la sua settimana di docenza al master Ars in Fabula. In realtà fu consegnato a me e a tutti i miei compagni di corso, affinché potessimo realizzare una prova di storyboard.
Già dalla prima volta in cui lessi il racconto, sentii che in qualche modo il testo mi apparteneva. Ma riuscire ad interpretare e concretizzare su carta ciò che avevo in testa non è stato semplice.
"La Rosa", come molti racconti della Petrusevskaja, è un testo surreale, visionario, estremamente contemporaneo a mio parere. La Petrusevskaja appartiene a quella generazione di scrittori sovietici vissuti durante gli anni in cui la lettura era costretta a subordinarsi al volere del regime politico, che imponeva allo scrittore di offrire al pubblico soltanto una verità molto limitata: erano censurati tutti gli aspetti più tristi e poveri della vita quotidiana sovietica.
Ma spesso, usando le innocue apparenze di una fiaba o di un racconto breve, gli scrittori riuscivano ad esprimere in egual modo la loro ideologia, e a farsi portatori di quelle idee e valori proibiti dal vigente regime.
Proprio questo concetto, questo non potersi esprimere in libertà, traspare secondo me molto evidentemente dal racconto in questione. Ed è proprio da questa riflessione che sono partita per cercare di dare forma alla mia interpretazione del racconto, che è poi l'aspetto a cui ho dedicato più tempo ed energie. Ho lavorato su questo testo per diversi mesi...mano a mano che disegnavo prendeva forma il mio stile, il mio immaginario, si componevano i miei colori, apparivano nei miei disegni i volti delle persone che avevo intorno e le loro espressioni, che diventavano quelle dei miei personaggi.
L'ho fatto senza nessuna aspettativa, perciò è stato ancora più emozionante quando Fausta Orecchio mi ha comunicato che le sarebbe piaciuto pubblicare il libro.

D: Mi sembri molto coinvolta dalla storia. Ce la racconti?
R: Il racconto parla di un uomo, un uomo qualunque, del quale l'autrice non racconta nulla, se non che all'improvviso cominciò a profumare come una rosa. E' un profumo intenso, penetrante, invadente, che copre tutti gli altri odori, fino alla nausea e all'invivibilità: le donne del palazzo dove quest'uomo abita non riescono a capire se le loro pietanze sono bruciate o inacidite e i gatti non riescono a scovare i topi.
A tal punto l'uomo, disperato, decide di rivolgersi ai professori dell'Accademia di Botanica, che fanno di lui un fenomeno da studiare e da esibire. Finché un giorno, all'improvviso, perde il profumo, e con esso la sua libertà.
Il profumo era dunque la sua caratteristica, la sua peculiarità, tutto sommato positiva perché di un profumo si tratta, un profumo che in qualche modo lo rende unico. Ma, si sa, la diversità non è sempre un valore aggiunto, non è sempre apprezzata.
La definizione di diversità è esposta a mille possibili interpretazioni: se da un lato abbiamo bisogno di essa proprio per celebrare la nostra individualità, dall'altro vi è troppo spesso nella società attuale un disprezzo del "diverso" che si manifesta quotidianamente sottoforma di intolleranza e pregiudizio.
Forse perché ciò che è più simile a noi ci risulta essere più rassicurante, riconoscibile e di conseguenza controllabile, mentre tendiamo a manifestare diffidenza verso ciò che è distante dalla nostra realtà, a causa di paure spesso evasive e difficili da identificare.

D: Ci racconti come hai lavorato per elaborare i personaggi e le tavole? Che riflessioni hai fatto?
R: Avrei potuto interpretare in mille modi la diversità del protagonista del racconto, ma alla fine ho scelto, seguendo un prezioso consiglio che un docente a me caro mi ha dato qualche tempo fa, di parlare soltanto di ciò che conosco personalmente, ovvero in questo caso della diversità nella forma che più mi è familiare, che è quella in cui si riconosce ogni artista. Un artista in qualche modo un "diverso" lo è, e spesso soffre della sua diversità, poiché, pur essendo la sua qualità più pregevole, lo porta spesso a non sentirsi in sintonia con il modo di fare dei normali e di conseguenza ad isolarsi. E' facile capire che egli diventa di conseguenza un personaggio scomodo entro il quadro di una società protesa al godimento e al progresso, come scomodo è anche il protagonista del surreale racconto della Petrusevskaja.
Perciò ho deciso che lo sventurato uomo sarebbe stato uno scrittore, o forse un illustratore, tant'è che nella prima tavola, forse in una sorta di personale identificazione, ho scelto di raffigurarlo davanti un foglio bianco, forse in procinto di scrivere o disegnare qualcosa.
A lui ho attribuito i tratti somatici e la corporatura di mio nonno, che da qualche anno non c'è più, ma di cui ho ancora un ricordo molto vivo.
Non so perché, ma l'ho subito immaginato con il suo viso; forse perché lui di rosa profumava davvero, tanto era l'amore con cui si dedicava ogni giorno a curare quelle del suo giardino, o forse perché anche lui in qualche modo era un diverso che sempre ha sofferto della sua diversità, una diversità fisica causatagli da una brutta malattia che lo colpì quando aveva solo due anni, la poliomelite, che lo costrinse tutta la vita ad un'incurabile claudicanza.
O forse semplicemente perché lui per me era davvero una persona speciale.
Più in generale, in questo libro ci sono molti dei volti delle persone a cui voglio bene, ma anche le loro mani, le loro espressioni, i loro colori. E poi ci sono i miei cani e i miei gatti, che mi sono stati sempre a fianco mentre dipingevo le tavole del libro.
Unica eccezione, i professori dell'Accademia di botanica: ho scelto di raffigurarli tutti con lo stesso volto grasso e freddo, tutti con la stessa inquietante espressione, quasi una sorta di maschera.

D: E il tuo rapporto con Orecchio Acerbo? Come hai lavorato con loro? Come sono intervenuti nel tuo lavoro?
R: Senza scadere nel dovuto e nel banale, ci tengo a dire che sono davvero felice che una casa editrice come Orecchio Acerbo abbia deciso di pubblicare il mio libro. Il mio primo libro!
Quello che si percepisce lavorando con Fausta Orecchio, Simone Tonucci e tutti i loro collaboratori, è l'amore e il rispetto che hanno per la loro professione. Quando scegli di pubblicare albi illustrati per l'infanzia, scegli di intervenire nella produzione e nella formazione della cultura: loro affrontano ogni giorno questa sfida con estrema responsabilità e consapevolezza.
Fausta è diventata per me, soprattutto dal momento in cui si è deciso di pubblicare il libro, un punto di riferimento fondamentale. I consigli che mi dava avevano sempre ragion d'essere, e questo perché non dettati da criteri quali l'ipotetica vendibilità del libro, ma dal fatto che lei ha creduto sinceramente nel mio lavoro e me lo ha fatto capire ogni giorno, spronandomi a fare del mio meglio.

D: Che rapporto hai con gli insegnati del master? Ti hanno guidato durante la realizzazione di questo libro?
R: Durante il master ho conosciuto illustratori bravissimi, di fama internazionale, e posso dire che tutti loro hanno contribuito, in maniera più o meno incisiva, alla mia formazione.
Anzi, in realtà credo che il punto forte di questo master sia proprio il fatto che ti consenta di stare a contatto con molti illustratori aventi personalità e quindi stili assolutamente differenti tra loro, poiché ciò ti impedisce di omologarti eccessivamente allo stile di uno di loro soltanto, magari di quello che professionalmente apprezzi di più.
Ogni illustratore ha qualcosa da insegnarti che un altro non può darti, e io sono felice di aver lavorato con tutti loro.
Ammetto che quelli che più mi hanno seguito sono Mauro Evangelista, che è poi il docente coordinatore del master Ars in Fabula, e Maurizio Quarello. Per me sono entrambi due punti di riferimento di cui non posso davvero fare a meno, anche ora che ho finito il master. Sono due grandi illustratori, ma anche due ottimi insegnanti. Mi lega a loro una profonda stima e affetto.

D: Quali sono i tuoi riferimenti? I tuoi modelli?
R: Ne ho davvero un'infinità, e amo molto citarli nelle mie illustrazioni.
"La Rosa" è affollata di citazioni e riferimenti, a partire dalla più visibile, quella in copertina, un chiaro omaggio a Magritte. Questa scelta non è stata fatta soltanto perché amo particolarmente il lavoro di quest'artista e il Surrealismo in genere, ma anche perché credo ci sia un'analogia tra l'uomo Magrittiano e il protagonista del racconto della Petrusevskaja; la mela verde posta sul viso dell'anonimo signore con bombetta diventa espressione di una guerra che ha operato un annullamento della personalità dell'individuo, di cui la cancellazione dei lineamenti del volto è un efficace metafora, e questo è a mio parere un rimando a ciò che accade al protagonista all'interno del libro: un altro uomo, anonimo, vittima di un'altra grande guerra, quella che caratterizza la nostra società e che ci predispone ad allontanare e ad eliminare tutto ciò che è diverso.
Oltre a Magritte e ai surrealisti in genere, apprezzo molto i grandi pittori fiamminghi come ad esempio Bruegel, ma anche gli olandesi Bosch e Rembrandt. Ad esempio è da una nota opera di quest'ultimo, "Lezioni d'anatomia", che sono partita per risolvere la tavola che raffigura l'interno dell'Accademia di botanica. Il meraviglioso olio di Bosch, "Ecce Homo", in cui Pilato mostra Gesù flagellato e incoronato di spine alla folla, ritratta con accenti grotteschi, mi ha dato spunto nel raffigurare la scena in cui i professori dell'Accademia di botanica annunciano di aver creato una nuova varietà di rosa, e ciò il momento in cui il protagonista perde il suo profumo.
E poi ci sono il pittore e illustratore statunitense Norman Rockwell, da cui ho ripreso la composizione, l'artista Duane Hanson, il fotografo David LaChapelle. Molti spunti mi sono stati offerti dal grande cinema, come quello del grande regista, sceneggiatore, drammaturgo, scrittore svedese Ingmar Bergman, di cui amo i tagli, le inquadrature, i personaggi.
Dal punto di vista letterario, c'è Franz Kafka e la sua più grande opera "La metamorfosi", in cui si evidenzia in modo brutale la netta e ormai irreversibile "deformazione" di uomo, caduto tanto in basso a livello di stima di sé da sentirsi un immondo scarafaggio. Comunque, in generale, non potrei fare a meno dei riferimenti iconografici della storia dell'arte, del grande cinema, della fotografia e della letteratura in genere, anche se spesso ad ispirarmi sono le situazioni quotidiane più banali.

D: A questo punto dovrei chiederti: progetti per il futuro?
R: Forse sì, ma per ora non posso anticipare nulla nello specifico.
Quello che posso dire è che ci sono alcuni scrittori con i quali mi piacerebbe molto collaborare (alcuni li ho già contattati), e che desidero iniziare a lavorare al più presto ad un nuovo progetto libro. E quello che posso garantire invece è che sarò caparbia nel tentare, negli anni a venire, di fare di ciò che amo di più e di cui non posso fare a meno la mia professione.
Più in generale, spero entro l'anno di discutere la tesi di laurea specialistica e anche di fare qualche viaggio all'estero che mi consenta di migliorare il mio inglese.

Claudia Palmarucci è nata a Tolentino nel 1985. Nel 2009 si laurea in Decorazione all'Accademia di Belle Arti di Macerata, dove attualmente è specializzanda in grafica per l'illustrazione.
Segue corsi di illustrazione con Vitali Konstantinov e con Maurizio Quarello. Si iscrive al Master ARS IN FABULA, dove lavora al libro "La rosa", progetto assegnatole dall'editore Orecchio Acerbo, uscito a luglio 2011.
E' stata selezionata alla Mostra Illustratori della Fiera del Libro di Bologna 2011.


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