GRILLO PARLANTE di Armando Ginesi - Arte e scienza come sorelle

Armando Ginesi - 31.10.2011 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, Armando Ginesi, arte, scienza

In anteprima, l'intervento alla Conferenza Internazionale Scientifica "Arte e Scienza nell'epoca moderna" indetta dall'Accademia Imperiale dell'Arte e dall'Accademia della Scienza Russe a San Pietroburgo dal 1 al 4 novembre 2011.

Queste mie sono considerazioni di chi da più di cinquanta anni studia le arti visive - sia antiche sia contemporanee - con particolare attenzione a quelle avanguardie della prima metà del XX secolo, eredi della rivoluzione linguistica dell'Impressionismo, con le quali ha inizio la grande avventura dell'arte moderna e con i cui modelli di fondo la produzione artistica si confronta ancora oggi. Considerazioni che potranno anche non avere - anzi che certamente non hanno - quel rigore di scientificità che si potrebbe pretendere in una occasione come questa, ma che certamente sono il distillato di mezzo secolo di esperienze, osservazioni, studi, riflessioni: possiamo dire di conoscenza empirica e sperimentale, dunque in qualche modo scientifica.
La separazione tra arte e scienza, i tentativi di renderle fattori contrapposti del sapere (che io non condivido: e mi pare che ciò appaia subito chiaro sin dal titolo del mio intervento) risalgono ad un atteggiamento culturale fiorito nel XVIII secolo, anche se alcuni antefatti possono essere individuati già nel pensiero cartesiano del centennio precedente, cioè nel Milleseicento. E' stato l'Illuminismo, con la sua esaltazione della ragione (che fu addirittura definita "dea"), a tentare di tradurre in atti concreti il razionale, il logico, l'essenziale, contro ogni forma di spiritualità, considerata inerte, e a decretare la separazione tra l'arte e la scienza, riconoscendo alle seconda un valore di superiorità rispetto alla prima: la superiorità della logica a fronte della fantasia. Anche se un grande filosofo del tempo, Emanuele Kant, aveva percepito i limiti di una tale contrapposizione dicotomica. Ma il processo di separazione andò avanti nel tempo, nel pensiero, nella prassi.
Eppure in un passato più lontano (si pensi al VI secolo a.C.) c'era stato un filosofo e matematico, Pitagora di Samo, il quale aveva posto il numero a principio di tutte le cose, facendo di esso - elemento quantitativo - anche il fondamento delle dimensioni qualitative. Se ogni aspetto della realtà, egli notò, ovverosia le forme, le dimensioni, i pesi, le qualità in cui consistono le differenze fra i corpi, sono tutte riconducibili a relazioni numeriche e a raffigurazioni geometriche (e l'arte, dalla musica, alla pittura, alla scultura, all'architettura e così via, non fa eccezione), vuol dire che alla base di tutto questo ordine agisce qualche cosa di non materiale (noi diremmo di spirituale), una idea unitaria che sfugge ai sensi e che si risolve in una Mente Ordinatrice dell'intero cosmo.
Muovendo dunque dalla razionalità, usando il pensiero come strumento di riflessione interpretativa del mondo e dell'esistenza, Pitagora e la sua scuola erano giunti all'intuizione monoteistica dell' Uno, principio superiore e trascendente dal quale discende la pluralità degli esseri razionali. Da ciò derivando la concezione dell'anima, della religione. Per questo si dice che Pitagora ha tratto dal numero l'anima e su di esso ha costruito una religione, anzi una vera e propria mistica.
Più vicino al tempo in cui lo stacco tra arte e scienza si è consumato (nel Mille e Settecento abbiamo detto) c'erano stati due secoli (il XV e il XVI) che, soprattutto in Italia, si erano identificati con quel fenomeno culturale, sociale, umano, di straordinaria rilevanza, che si è chiamato Rinascimento. Ebbene quello che è avvenuto dal secolo XVIII in avanti è stato esattamente il contrario di quanto si è pensato ed agito nei due scoli d'oro. A partire dall'Illuminismo, come già detto, sono state concepite due modalità opposte del manifestarsi dell'essere, l'arte e la scienza: l'una positiva e oggettiva (la scienza), l'altra intuitiva e irrazionale (l'arte). Concezione che colui che vi sta parlando in questo momento considera errata partendo proprio dalle esperienze storiche - e dunque concrete ed oggettive - del Rinascimento, quando i due ambiti del sapere e del sentire erano fusi all'interno di un orizzonte comune. Luca Paccioli, Leon Battista Alberti, Piero della Francesca, Leonardo da Vinci (solo per citare qualche nome) sono stati al tempo stesso artisti, scienziati, matematici. Piero della Francesca ha saputo trasformare in sublime poesia le sue straordinarie prospettive geometriche desunte dalla classicità romana di Vitruvio; Leonardo da Vinci, Andrea Mantegna, Michelangelo Buonarroti hanno trasfuso liricamente nelle loro figure un senso del reale derivato dagli attenti studi di una scienza come l'anatomia. Così come la decorazione floreale o zoologica nei paesaggi pittorici del Cinquecento e del Seicento, erano il risultato di studi attenti di piante e di animali che gli artisti sapevano trasmutare in forme di grande creatività. Così come facevano (ripetendo antiche tradizioni delle civiltà mesopotamiche, egizie, greche e romane) con le decorazioni geometriche.

Le opere d'arte del 1400 e del 1500 non erano prodotti di bravi artigiani, manualmente abili ma poco acculturati; erano espressione congiunta di soggetti preparati da un punto di vista scientifico e artistico, storico, mitologico, filosofico, teologico ed in esse le misure, le proporzioni, le forme, i punti di vista prospettici, i volumi, le verità storiche, finanche i colori, erano attentamente ricercati e calcolati prima di essere consegnati alle regole linguistiche della fantasiosa creatività artistica.
Oggi? Il rapporto tra arte e scienza è cambiato, rispetto a quel tempo, anche perché una gran parte di ciò che viene erroneamente chiamata scienza è in realtà tecnica, applicazione tecnologica. Da qui nascono molti equivoci, perché la tecnica, anzi le tecniche costituiscono supporto, ausilio tanto dell'arte quanto della scienza ma non sono, di per sé, arte e scienza. Sono mezzi: importanti, ma sempre mezzi, che rispondono a precise regole e metodiche oggettive le quali sono però soltanto strumenti applicativi. Tutto ciò che utilizza queste tecniche - ovverosia l'arte e la scienza - obbedisce in primis ad una sola regola, o meglio condizione, che è del tutto speciale e che si chiama intuito. Il quale poggia sull'ideazione, sulla creatività, sulla fantasia: peculiarità dello spirito a cui non sono estranei (anzi, ne fanno parte in modo deciso e fondante) i sentimenti, le emozioni, le vibrazioni dell'anima e, mi si consenta, finanche la preveggenza, quale capacità - certamente non razionale - di percepire alcuni respiri del Mistero.
Questa condizione primaria dell'intuito, senza la quale qualsivoglia procedimento può avere qualità tecniche, ma mai artistiche e neppure scientifiche in senso proprio, è comune sia all'arte che alla scienza. Dopo che l'intuito si è manifestato, diciamo meglio, è scattato, inizia il procedimento tecnico, sia dell'arte che della scienza, che lo concretizza in un'opera d'arte o in una azione scientifica. Che cosa ne sarebbe stato delle più importanti scoperte scientifiche (non a caso si chiamano scoperte, vale a dire svelamento di frammenti di verità che non si conoscevano e che si possono portare alla luce consegnandoli alla realtà e alla conoscenza razionale), che cosa ne sarebbe stato, dicevamo, delle più importanti scoperte scientifiche (dalla legge di gravità alla teoria della relatività fino a quella recentissima, se verrà confermata, delle velocità dei neutrini) se non ci fosse stato l'intuito, l'idea folgorante, la casualità? L'interrogativo vale anche nel senso di: che cosa ne sarebbe stato di tante opere d'arte - antiche e moderne - se l'anima e la mente degli autori (scrittori, pittori, scultori, architetti, poeti, musicisti eccetera) non fossero state attraversate , in una dato momento e in un certo luogo, da un'energia speciale, misteriosa, che la ragione non spiega ma che il cuore percepisce?
Pensiamo poi alle forme di frammenti di realtà, visibili attraverso strumenti tecnologicamente avanzati sia nel campo dell'infinitamente piccolo sia in quello dell'infinitamente grande, che oggi la scienza ci propone: immagini di cellule, di molecole, di atomi, di fibre, oppure di pianeti, di stelle, di comete, di galassie. Hanno tutte una straordinaria qualità estetica che suggestiona l'artista destando in lui lo stesso entusiasmo che quelle immagini fanno nascere nello scienziato ma anche nell'intera umanità che abbia la possibilità di coglierle, magari riprodotte. Esse sono figlie delle scoperte della scienza (la quale, mediante l'uso della tecnica, le rende visibili) e diventano oggetto di manipolazione dell'arte (la quale, usando le tecniche che sono proprie della sua specificità linguistica, ne ripropone le forme, i volumi, i disegni, le cromie.

Il cosmologo e matematico inglese John David Barrow ha recentemente detto: "Personalmente amo considerare la matematica, la meccanica dei quanti, le strutture molecolari e altre costruzioni scientifiche, come espressione assoluta di arte astratta. C'è una bellezza intrinseca nelle leggi della natura che non è facile cogliere, così come non è facile apprezzare all'istante un quadro di Picasso". Si pensi a due tipologie d'arte del disegno: una antica e persistente, come l'architettura; una sostanzialmente moderna, come il design. Ebbene, non hanno entrambe bisogno di coniugare il sapere cognitivo, razionale, matematico con quello della fantasia, della creatività, delle emozioni? Il primo di questi saperi serve a dare funzionalità all'edificio o all'oggetto, il secondo alle forme che ne rendono piacevole l'uso.

Io credo che proprio l'evoluzione tecnologica del nostro tempo ci costringa al recupero del senso olistico (parola derivata dal greco antico, òlos, che vuol dire totalità) delle due manifestazioni (l'arte e la scienza) di un unico sapere, che non vanno più considerate come "opposte" ma concepite come complementari e intersecanti, aventi una comune matrice e destinate, nel futuro, a palesarsi come fusione dell'essere sociale e dell'anima.
Nella prospettiva neopositivista degli inizi del XX secolo, la scienza è stata ritenuta una modalità verificabile di conoscenza empirica, un processo intellettuale e di ricerca che non modifica l'oggetto ma lo studio, che punta a conoscere la verità di natura senza modificarla a scopi strumentali (se mai lasciando queste funzioni alle proprie metodiche applicative tecnologiche quali l'ingegneria e l'industria, per esempio). La scienza di oggi (ingegneria genetica, bioscienza) manipola l'oggetto e lo trasforma. Come fa l'arte che dal vero di natura trae modelli da trasformare (il filosofo tedesco da pochi anni scomparso Hans Georg Gadamer direbbe: da trasmutare) mediante l'invenzione e l'interpretazione.
Dunque tra arte e scienza - ieri come oggi - esistono fortissime analogie, contaminazioni e comunanze tra l'operatività, le fonti e i risultati delle due sfere, che ci fanno capire quanto sia labile il confine, ammesso che esso esista. Tra l'altro riflettiamo su un dato: arte e scienza (come hanno sottolineato la storica dell'arte americana Caroline A. Jones e lo storico della scienza tedesco Ernest P. Fischer) utilizzano entrambe in maniera prevalente le immagini come strumento di visualizzazione del sapere, ma anche di riflessione e quindi diventano, nella scienza spesso in modo involontario, fonte di riflessione estetica, al punto da far presupporre l'esistenza di una "estetica della scienza". Rimando alla considerazione sopra riportata di J. D. Barrow alla quale voglio aggiungere la teoria matematica dei frattali che, resa in immagini, acquista una valenza estetica di notevole rilevanza, peraltro suggerendoci di ricercare, nella costante simmetria perfetta delle sue figure, quella mente ordinatrice a cui hanno pensato Pitagora e tanti altri filosofi dopo di lui.
Scienza ed arte, diciamolo francamente, ricercano la verità (al pari della teologia), in modo tra loro diverso, ma con l'identico obbiettivo. E il sociologo e filosofo viennese Paul Feyerebend ( molto critico nei confronti del pensiero del proprio concittadino Karl Popper) ha sottolineato come "la scienza non consta solo di fatti e di conclusioni, ma anche di interpretazioni, di errori, di sentimenti e pregiudizi che lo scienziato porta con sé nell'universo della scienza". Come avviene nel mondo dell'arte.
Sempre citando il pensiero di Feyerebend diremo che "la scienza non è né superiore ad altri campi del sapere né essenzialmente ragionevole e metodica". Ciò vuol dire che essa non si sviluppa e progredisce solo quando è compresa negli ordinati e rigorosi confini della razionalità e del metodo, ma è anzi proprio nel momento in cui supera questi confini che, grazie alla casualità, a interpretazioni devianti, a paragoni infondati, consegue risultati di grande rilevanza e novità: ciò che si chiama scoperta e che è figlia dell'intuito, della fantasia, dell'occasionalità, del possibile. A dimostrazione di quello che si è già detto sopra e che potrebbe condurre ad affermare - come ha fatto lo studioso Luigi Ghezzi interpretando Feyerebend - che "la scienza è un'arte della ricerca della verità, mentre l'arte, così come la consideriamo noi, ha il compito di offrire le scelte multiple della verità e della realtà ". Due ruoli diversi, due compiti distinti ma esercitati all'interno di uno stesso ambito d'origine. Due sorelle, come dice il titolo, che sono nate da comuni genitori e che vivono nella stessa famiglia per il cui bene operano. Una famiglia ampia che si chiama Umanità.



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