PATArubrica N.20 - Dell'urgenza contemporanea di risvegliare il sonno dell'immaginazione

Giovanni Ricciardi - 19.10.2011 testo grande testo normale

Tags: Patarubrica, arte contemporanea, patafisica, arte concettuale

Siamo d'accordo o non lo saremo mai, rimane l'urgenza di re-immaginare il presente al più presto. Riadattarlo a delle necessità che sono sempre più sbiadite, sempre più assimilate a quelle di altri. Tutta l'estetica nell'arte, nella moda, nel design, nella morale, dal folle tentativo iniziato verso la metà del novecento nel cercare soluzioni "valide per tutti", ci hanno fatto ritrovare per assurdo in una valle dove "tutto è valido".

..bando alle ciance! È ora del Caos!

Siamo d'accordo o non lo saremo mai, rimane l'urgenza di re-immaginare il presente al più presto. Riadattarlo a delle necessità che sono sempre più sbiadite, sempre più assimilate a quelle di altri. Tutta l'estetica nell'arte, nella moda, nel design, nella morale, dal folle tentativo iniziato verso la metà del 900 nel cercare soluzioni "valide per tutti", ci hanno fatto ritrovare per assurdo in una valle dove "tutto è valido", sebbene sempre supportati da logiche di mercato e tutto quanto fa trend e denaro.

Finalmente la cultura come "stato" o la cultura che è sempre "di stato" come affermava l'immortale Carmelo Bene, è in crisi, una crisi grave e in possibile definitiva caduta.
Non bisogna confondere però questa apertura con la "generalizzazione", la generalizzazione è un'altra cosa e sta portando un fattore grave, la perdita e l'assopimento dell'immaginazione restituendoci il frutto più amaro che potevamo attenderci: La noia.
C'è bisogno di riordinare un bel po' di cose insomma, per quanto ci riguarda siamo ancora nel quesito se tutto quello che si produce oggi sia arte o no. Si direbbe sempre più di si, ma solo perchè vanno sbiadendo i riferimenti necessari.
Non è un caso che proprio questa estate sulle pagine de "La repubblica" siano apparse un paio di discussioni tra i filosofi Ferraris e Vattimo sulla necessita del primo, di recuperare una verità che sfugge di mano.
Probabilmente non hanno convinto nella storia menti come Protagora, Heidegger, o Nietzsche il quale affermava definitivamente (e strapatafisicamente) "...non esistono fatti ma solo interpretazioni". Ferraris filosofo, vorrebbe riportare l'attenzione sui "fatti" come se ci fosse ancora speranza di parlare di un realismo oggettivo. Dopo aver letto quegli articoli la questione mi ha colpito subito per l'assoluta stranezza della posizione (e vi invito ad approfondire rintracciandoli su internet alle voci "nuovo Realismo" Vattimo e Ferraris al cui dibattito è stato invitato anche Umberto Eco), mi colpisce perchè ho sentito in essa un disperato tentativo di riordinare le cose in questo caos spaesante a noi contemporaneo, perchè quando si perdono i riferimenti e la cultura non ha più nessun tipo di controllo, senso o utilità comune come sta accadendo, l'affare si complica e sembra essere necessario ricostruire dei riferimenti per continuare quell'apparente processo culturale riconosciuto, quella cultura di "stato". L'uomo non ha avuto mai paura di perdersi, ha subito solo gli inevitabili eventi della storia. Ora dovremmo solo riordinare le idee, che per quanto centuplicate dovremmo accettarle tutte come vere. L'unica paura dell'uomo è quella di perdere il suo potere, in ogni sua grandezza o espressione esso si manifesti.

La Patafisica rimane un grido a ricordare che possiamo reinventare il nostro presente ad ogni istante, ognuno a proprio modo, agendo con ciò che riusciamo a porre quale soluzione immaginaria. Ma la patafisica di certo rappresenta solo un riferimento, uno stimolo e non una soluzione in se, in quanto questa non ha nessuna velleità di cambiare il mondo né noi poveri omuncoli di passaggio. Questa capacità onnicomprensiva, l'includere a sé il tutto e ogni cosa a cui stiamo arrivando e che rimane essere peculiarità strettamente patafisica, proprio questa capacità oggi viene esasperata dall'estetica onnivora contemporanea e sfiancata però in un modo del tutto pericoloso, generalizzando le questioni e ripetendo all'infinito le stesse soluzioni. Quanto diremo di seguito non vuole essere una critica di questa possibilità raggiunta, ma gridiamo questa immobilità dell'immaginazione che si rotola da quasi cinquant'anni nello stesso pantano estetico della maggior parte delle produzioni artistiche.

La veglia dell'arte.

L'arte contemporanea continua a produrre sempre più scorie isotrope, masse e diramazioni estese verso le infinite possibilità e combinazioni estetiche quali residui di una società che non usa più il soggetto ma esclusivamente l'oggetto per rappresentarla. Difficile rintracciare in questi tempi quell'umanità che ha alimentato per secoli le produzioni artistiche di ogni tempo. La pittura e ancora più la scultura vengono ricomposte unicamente sotto forma di installazione, vulcanizzazione di processi sempre più artificiali, soluzioni, accostamenti ibridi, questi escludono sempre più quei sentimenti che le hanno alimentate fino ad oggi.
L'umano è definitivamente dichiarato assente.
Ad oggi l'arte contemporanea produce unicamente "arte contemporanea" tra le proprie logiche immobili, milioni di soluzioni estetiche si nidificano tra mobili di salotti new- minimal-borghesi, ugualmente a quando un tempo non lontanissimo si pavoneggiavano paesaggi e marine appese ai camini delle belle dimore. Tante avanguardie di rottura hanno solo mutato estetiche ma non il punto della situazione. Forse solo l'artista contemporaneo ha reso eterno il suo operato rendendo immobile la sua opera che rimane nella sua compiaciuta soluzione estetica immobile a scrutarci, in troppi casi nata morta con la sola attesa che qualcosa accada in chi l'adopera e la fruisce. Ma così come ho affermato più volte:"...E' necessario raggiungere un punto distante da se per comunicare, poco distante da se per rimanere in possibilità di rilancio, allo stesso modo l'opera deve parlare fuori dal suo corpo, non su se stessa, può rimandare altrove per ripensare nei luoghi di origine la sua deposizione il suo tramite interlocutore. I messaggi plasmati sul corpo dell'opera rimangono in autoriflessione, il corpo del significante rimandato altrove rimane sempre attivo. E' fuori l'opera che si comunica non su di essa, è al centro tra noi ed essa che avviene il punto di incontro, né su di essa né tra i pensieri di chi la fruisce. E' poco distante dall'opera l'azione primaria, la leva che porta il messaggio più acuto, in fila gli infiniti restanti."[...] da Tutto nel nuovo/tutto di nuovo 2002.

L'unica responsabilità di questo processo in cristallizzazione è rintracciabile nel passato nell'arte concettuale, fino ad oggi questa ha avviato il vero trauma tra significato e significante, e per un errore o distrazione, proprio quando si voleva rafforzare l'opera in quanto mezzo e contenitore di significanti, questa è stata talmente sovraccaricata degli stessi da perderne per paradosso ogni energia e contenuto, spogliato dell'intenzione il prodotto artistico concettuale perde la sua funzione di media, assumendo quella di prodotto dell'arte stessa, scoria, massa inerte, Impenetrabile. E se questo fosse stato l'intento di quegli artisti che hanno messo in campo un'arte che riportasse il tutto alle "strutture originarie del linguaggio", hanno fatto si che l'opera come "operato" si assentasse completamente, così è stato dall'arte concettuale ad oggi. Da allora in poi non si è prodotto altro che "arte concettuale" . Appaiono ben lontani i tempi e le rivoluzioni simili a guerre lampo del bauhaus, del situazionismo, del futurismo, unica paternità rintracciabile a tutto questo invece, risiede nel concretismo di Théo Van Doesburg in cui già si gettavano le basi per una crisi del soggetto e l'edificazione di un'opera separata prima di tutto da se stessa.
Ma il punto cruciale è che un'estetica immobile non può mai appartenere al contemporaneo per molto, eppure viviamo dentro un'estetica e una pratica del "concettuale" da oltre cinquant'anni.
Nonostante tutto questo, un'opera che non sia nell'opera ha fatto si che le produzioni diventassero da allora immortali, e questo avrebbe un certo fascino se tutta questa immobilità non avesse prodotto allo stesso tempo quell'inevitabile immobilità delle produzioni che divenute statiche, si ripetono all'infinito come uniche portatrici della propria verità. Per questa immobilità ed estensione oggi l'arte, più che in ogni altro momento della storia è sempre più paragonabile a un Dio che si cela per la sua "infinita moltitudine", proprio per questo lo scotto più alto che stiamo pagando è l'aver elevato ogni cosa proposta a titolo artistico come "produzione artistica", quale opera d'Arte.
Questa immensa pluralità di possibilità aperte definitivamente dal concettuale ha distrutto per assurdo ogni tipo di soggettivizzazione estendendosi anche ad espressioni differenti come la pittura, la fotografia, producendo di conseguenza pochi soggetti di ricerca, poche personalità, che possono essere riassunti in linea di massima in due grandi branche di ricerca dedite ad un lavoro o per "addizione" o per "sottrazione". Così, quasi per amplificare o mimare una respirazione, (ma degli occhi), milioni di immagini si ammassano ibride o si svuotano candide negli altrettanti milioni di luoghi sacri addetti all'arte, che siano gli studi, gallerie, musei. La contemporaneità viene filtrata dagli artisti che la percepiscono attraverso le loro maglie sempre più impercettibili e personali, ma l'assoluta mancanza di riferimenti, di percorso, ne fanno perdere i confini unificando tutti in un'unica grande estetica. Un'estetica sempre più adulcorata da immagini massificate fuse tra colorazioni artificiali e il recupero di una certa natura resa feticcio, risultato è sempre più questa spasmodica carrellata di corto circuiti estetici e di infiniti significanti, che si traducono per contrasto in un silenzio spaesante.

Anche quando la gestazione lascia sperare sempre il nuovo salvatore possibile,(un'opera d'arte che realmente cambi le direzioni o semplicemente le indichi) la maggior parte delle opere contemporanee nascono già morte e noi, ci ritroviamo sempre più spesso in esposizioni di gallerie, spazi museali, come in enormi cimiteri monumentali. A tutta questa generalizzazione dunque c'è bisogno sempre più di riferimenti precisi, inevitabile necessità ancor più antica di quella estetica e comunicativa. Senza riferimenti non è possibile attuare una comunicazione, un cammino credibile, per quanto immaginato. di cosa staremmo parlando altrimenti? Come un orgasmo che non arriva dal nulla ma è lenta preparazione per una gioia improvvisa. Questo tempo "di mezzo" in cui ci ritroviamo dovrà ripartire dalla necessità di recuperare dei riferimenti in iter per poter poi di nuovo costruire e demolire ancora una volta in questo gioco meraviglioso che è l'arte e la vita.
Per ora ci ritroviamo e muoviamo tra discariche e cimiteri.



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