Matteo Appignani: salviamo l'emozione

Enzo Rea - 09.06.2011 testo grande testo normale

Tags: pan, napoli

Matteo Appignani, un corto circuito fra suggestioni antiche e sussulti contemporanei.

L'opera d'arte come mimesi, cioè racconto e interpretazione della realtà del paesaggio o del soggetto ripreso.
Il rapporto fenomenico fra il mondo visivo e la sua rappresentazione pittorica.
Francois Jacob affermava: "Se la rappresentazione che la scimmia si fa del ramo verso il quale vuole saltare non avesse nulla a che fare con la realtà, non esisterebbe più una scimmia", e dunque nemmeno un artista, potremmo aggiungere.
Laddove non esiste la percezione personale della realtà non può esistere creazione, e forse nemmeno l'arte stessa!
La simbologia, la citazione, il riferimento sono componenti essenziali nell'esperienza estetica. L'artista in genere si avvale di un procedimento attraverso cui opera nel campo percettivo dell'immagine.
L'estro, la sensibilità e la creatività che possiede fa si che l'atto che ne deriva non risulti solo come fatto visivo o descrittivo ma un impulso di emozioni forti.

La ricerca di Matteo Appignani si fonda sul tentativo di salvataggio di questo sentimento. "Emotional Rescue" è il nome del suo progetto, come il famoso disco dei Rolling Stones.
Un progetto che comprende questa bella mostra ospitata al PAN/Palazzo delle Arti di Napoli che si articola in dieci opere monocrome di medio formato, sotto la cura esperta di Michele Bellamy Postiglione, Mario Franco e Maurizio Siniscalco.
Una tappa di un viaggio itinerante attraverso i paesaggi d'Italia.
Trame secolari sulle quali l'artista ricama un impianto contemporaneo come un artigiano moderno che usa colore e bulino.
E' una missione in cui si impegna, in un estremo tentativo di salvataggio dell'emozione, un sentimanto ormai smarrito nelle lande desolate del cinismo scontato e prevedibile di tanta arte contemporanea.
Colore, disegno, movimento, architettura e prospettiva sono gli ingredienti base delle composizioni di Appignani.

Incorniciati singolarmente in vivido rame, dieci luoghi simbolo della città prendono forma in altrettante differenti cromie di intenso smalto. Unico elemento in comune la linea sinuosa del vulcano come orma di riferimento scenico.
Un indizio identificante ma indefinito, fuori campo e fuori prospettiva, a cui è demandato il compito di tenere insieme la vena narrativa altrimenti libera verso l'astrazione.
Fuori da questo denominatore comune è il colore a farsi protagonista dell'opera, un colore impuro, contagiato da millesimali tracce di smog che conferiscono fedeltà oggettiva nella scelta del riferimento.
Ed è proprio il linguaggio dei colori a creare suggestioni particolari per ogni opera.
Un linguaggio estetico lontano dalla gouache ed estraneo al semplice stereotipo del vedutismo d'antan.
Capace di rinnovarsi nella comunicazione di diverse visioni d'immagine.
E' così che il rosso vermiglione accoglie il profilo affascinante del Castel dell'Ovo. Il verde smeraldo e il blu di prussia rispettivamente per le guglie avveniristiche del Centro Direzionale e per il mare delGolfo. Il grigio petrolio per il paesaggio dell'Ilva di Bagnoli, di cui Ermanno Rea si fece cantore, e poi ancora, tra avanguardia e tradizione trova spazio la citazione religiosa nel candore del bianco sacrale del Chiostro di San Martino, dove la tela si spalanca a quinte prospettiche vuote e sospese nel silenzio. Oppure nell'oro antico di San Gennaro con l'immancabile presenza del rosso del suo sangue.

Ma non inganni tuttavia l'elencazione topografica: Appignani è, si, testimone del suo tempo, ma usa l'immagine simbolica come materia da elaborare, come creta da modellare, priva di ogni orpello decorativo, fuori da ogni illusione di uno sguardo riconoscibile, alla ricerca della sua più profonda essenza.

Monocromi per Napoli di
Matteo Appignani
PAN/Palazzo delle Arti di Napoli
27 maggio - 12 giugno 20011

Foto di Antonio Colecchia

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