PATArubrica N.5 - Come costruirsi una macchina del tempo in Zero Secondi

Giovanni Ricciardi - 06.10.2010 testo grande testo normale

Tags: Patarubrica, Patafisica, Ubu Re, Alfred Jarry

Se riuscissimo a rimanere immobili in assoluto nello spazio mentre il tempo scorre, se potessimo entrare all'interno di una macchina che ci isolasse dal tempo...

Che il viaggio sia da sempre stato oggetto di buona metafora è un dato di fatto, da Verne a Carrol, dall'Ulisse di Omero all'Ulisse di Joyce, ognuno affronta il suo di viaggio, a proprio modo, o meglio, a sua immagine ed eccezione! Tutto va in tilt però, il pensiero si blocca istantaneamente e si spalancano gli occhi, se manca un fattore apparentemente necessario: Il tempo. 'Ha!
Il tempo è di sicuro la prima cosa che mettiamo da parte prima di partire, prima di ogni viaggio, insieme a qualche aggeggio, accessorio, necessaire. Merdre! Faccio le valigie, preparo tutto, proprio tutto…e mi accorgo di non avere il tempo davanti. Ma quindi, sono nella direzione opposta? Non credo, in questo caso è meglio rimanere perfettamente immobili. Fermi tutti.

A questo punto, iniziare proprio qui una metafora sul viaggio mentale, sarebbe estremamente noioso, certamente non sarà così. E' l'essenza cinematica ad essere interessante, cercando di muoversi non in opposizione al tempo ma verso, eppure, rimanendo immobili. Tra l'altro, sembra proprio così che si possa tornane indietro nel tempo, Alfred Jarry nel suo trattato su "Come costruire una macchina del tempo", pone come soluzione ideale tale presupposto:

"Se riuscissimo a rimanere immobili in assoluto nello spazio mentre il tempo scorre, se potessimo entrare all'interno di una macchina che ci isolasse dal tempo, tutto il futuro e gli istanti che passano potrebbero essere esplorati successivamente, proprio come lo spettatore immobile di un panorama in movimento ha l'illusione di un viaggio rapido attraverso una serie di più paesaggi. [...] Il passato si trova al di là del futuro...".

Ebbene, tutto questo, sembra averlo trovato Antonio D'Antonio. HA! Egregio Patafisico, mette insieme da qualche anno la sua perfetta macchina del tempo, o probabilmente, ci è finito dritto dentro senza volerlo. In questo modo che di seguito illustriamo Antonio D'antonio, adesso, prima e dopo, viaggia il suo spazio tempo imperturbabile.

Gran Tour è il nome di questa serie a cui da qualche anno egli si dedica con quella cura che ha proprio chi raccoglie in un album le immagini dei migliori momenti della propria vita. Eppure, questo è un viaggio che avviene nel momento in cui lo si osserva, né prima né dopo esiste, lui non ne ha coscienza che per l'istante/eternità in cui l'ha realizzato. In quei posti il D'antonio non ci è mai stato fino a quando tu con lo guardi ne diventi principale testimone. In quell'istante, accade tutto realmente. D'altra parte il tempo ha bisogno di testimoni per esistere e Antonio ricrea una dimensione spazio/temporale continua e soprattutto improvvisa. E' lo spettatore che crea l'evento e non lui, lui non viaggia che nella sua immobilità, è una azione tagliente come un rasoio che azzera la sua immaginazione e la rimanda a chi l'osserva. Non si tratta di viaggio della memoria, non è un viaggio fisico. Non è assolutamente un viaggio. E' quell'impassibile presa di coscienza, di ritrovarsi ovunque e in nessun luogo, un viaggio iniziato nei tempi più remoti, soprattutto in una ottica ancestrale. Questo è un viaggio in cui non ci si sposta di un millimetro.

Cercando la definizione di Centauro sull' e-ncicplopedia on-line Wikipedia (già inconsistentemente Patafisica per antonomasia), la voce recita: "Il Centauro è una figura mitologica metà uomo e metà animale, nella mitologia è quasi sempre dipinto con carattere irascibile, selvaggio, rozzo e brutale, incapace di reggere il vino (apparentemente un ottimo Patafisico). Solitamente raffigurati armati di clava o di arco, emettevano urla spaventose".
Ebbene, di centauri nella storia sembra ce ne siano stati tanti, certi hanno leggende importanti, come Euritione, Nesso, Folo e Chirone, altri diventano in seguito, in epoca moderna e contemporanea, personaggi tipici della letteratura fantasy, creature immaginarie. Ecco che Antonio D'antonio si ritrova come nuovo Centauro, lasciando la sua contemporaneità, lo fa sovrapponendosi ad un corpo, uno dei Kuros dell'epoca Greca arcaica. In tale innesto, non conserva che le proprie spalle, la testa si fonde così ad un corpo statuario idealizzato, soluzione perfetta e inamovibile. Finalmente solo, l'Antonio, nuovo Artista Centauro, s'invola, e sparisce dal suo piedistallo che lo vorrebbe museificato nelle sue velleità d'artista, che lo vorrebbe trattenere in un luogo protetto per ipotetici mercati. Lui parte, si sottrae silenziosamente a se stesso.
Il nuovo Centauro vuole vederci chiaro, apre gli occhi quanto basta, non ha arco ne frecce, non ha armi che non sia la sua mente colma dei luoghi d'ovunque. Le mani sono bloccate, non può spostarle di un millimetro. Come un Cicerone di se stesso si avvia immobile. Perlustra mondi tanto incredibili come quelli più anonimi, luoghi talmente diversi da ricostruire una complessità totale attraverso le varie pause. Eppure, non si ferma un istante, (non muovendosi affatto) come per una tangente di un inconscio multiversale continua il suo percorso, inamovibile e sicuro, gira il volto, a destra (quando viene catturato da destra), a sinistra (quando viene catturato da sinistra), ma lo sguardo è impassibile. Tutto osserva come se niente gli procurasse novità. Grossi monumenti, luoghi improbabili, reali, Reali? HA!HA! Sindrome di Stendhal improvvisa e sotto controllo al cospetto di opere di Bosch, Dorè. Entra ed esce dall'inferno, sfiora Dante questo quasi avvizzito dal suo sguardo indifferente così come percorre ogni cosa e dove si addentra senza perturbazione alcuna.
Eppure il suo, non è uno sguardo passivo, è interessato e ammaliato come allo stesso tempo separato. Di gusto, passa ponti, boschi, castelli medievali, mulini a vento dove anche Don Chisciotte capirebbe finalmente che il mulino, è solo un mulino. Eppure D'antonio percorre, immobile, immerso a tratti nei suoi calzini verdi/blu/arancio...Tutto gli appare nella consapevolezza che il particolare e il tutto si eguagliano.
Antonio D'Antonio si fa estraneo e intruso di se stesso, che convive prolificamente con tutti i propri slanci e inutilità. Voyeur, osservatore distante, turista della traccia istantanea. Sembra più che convinto che non c'è più tempo per la gioia, figuriamoci per la tristezza.
C'è ancora la vita però e la possibilità di reinventarsela continuamente.

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