Valeria Ferronetti - 12.01.2010

Un giovane talento, appassionato e autodidatta, che trasforma ogni sua emozione in fotografia.
È sera inoltrata quando incontro Davide Maria D'Angelo. Ci accomodiamo nell'ufficio del suo negozio di componenti elettronici, perché si, lui ci crede nei sogni ma sa bene che, per potersi permettere il lusso di comprare le sue costose apparecchiature da fotografo, deve rimboccarsi le maniche e fare anche altro. Mi guarda un po' intimidito mentre sistema le sue foto sul tavolo, in modo che io possa vederle bene. E' entusiasta all'idea di poter fare questa intervista e mi chiede perché abbia scelto proprio lui. Sorrido e gli ricordo che qui sono io a far le domande. Davanti ad un buon caffè inizia la nostra chiacchierata.
Timido lo è, vero, ma quando gli si chiede delle sue foto, nei suoi occhi chiari passa una luce diversa.
La prima domanda è quasi d'obbligo.
D: Quando hai iniziato a fare foto?
R: Con mio padre. Lui era un fotografo amatoriale e io gli facevo da assistente. Mi ha insegnato i primi trucchi del mestiere, ma inizialmente era solo un gioco per me.
D: Quindi la passione te l'ha trasmessa lui?
R: Si, direi di si. Pensa che mio padre aveva in casa anche una camera oscura. Era impossibile non appassionarsi. Vedere un foglio che pian piano assume i connotati della foto è stupendo, è un'emozione che tutti i fotografi dovrebbero provare almeno una volta.
D: Tu di giorno lavori, poi se non sbaglio suoni in gruppo e sei un fotografo. Come concili tutte queste cose?
R: Da parecchio tempo ho capito che chi si ferma è perduto. Più cose fai meglio è, almeno potrò dire di non aver nessun rimpianto. Sono dell'idea che bisogna sparare tutte le cartucce che si possiedono. Intanto faccio. Ho passato troppo tempo a pensare. Ora ho scelto di agire mettendo da parte la razionalità.
D: Come presenteresti il fotografo Davide D'Angelo ai lettori che non ti conoscono?
R: Io? (e qui ride) Direi che Davide è un fotografo di istinto. Io penso poco quando faccio le foto. Solitamente bisognerebbe pensare di più alla luce o alle ombre, invece non ci riesco. Preferisco fare una serie di scatti. Ognuno di essi rappresenta l'impatto emotivo che vivo in quel momento e che cambia al mutare dell'attimo che sto immortalando.
D: Spiegami meglio.
R: Ci sono volte in cui sento il bisogno di prendere la mia macchina fotografica e lasciarmi ispirare dalla natura, dal contesto che ho intorno. In genere, vedo una cosa, avverto in me una sensazione che mi spinge a scattare la foto, faccio uno, due, tre anche sei scatti se serve, poi a casa me le rivedo, noto i particolari e scelgo quella che credo sia la migliore.
D: Quando poi decidi di stampare una foto piuttosto che un'altra non senti di tradire una parte di te? Come se in qualche modo tu stessi facendo una cernita dei tuoi sentimenti?
R: Si, infatti difficilmente butto via uno scatto. Di solito li conservo. La scelta ricade però sempre su quella che mi suscita ancora un'emozione profonda quando la guardo. Sono abbastanza critico sulle mie foto ma alle volte preferisco sacrificare la perfezione di uno scatto e stamparne un altro, magari meno preciso e nitido, l'importante è che la foto che scelgo, alla fine riesca a trasmettere esattamente la mia emozione o, meglio ancora, a suscitarne una di pari o superiore livello in chi la vede.
D: Quante foto "emozionali" hai salvato?
R: Abbastanza, perché in una foto emozionale non conta più se la luce è buona o se è dritta, conta solo l'emozione che ne traspare. In questo caso chi la vede difficilmente bada alle imperfezioni.
Sono una persona molto emotiva e i miei umori e i miei stati d'animo vengono fuori quando faccio le foto.
D: Cosa pensi del fotoritocco?
R: Io credo che una foto sia più bella, diciamo così, al naturale. Alle volte però, mi può capitare di dover aggiustare il contrasto e i colori proprio per quelle foto emozionali di cui parlavamo prima. Quando poi le luci non mi piacciono per niente utilizzo la sfondo nero per contrastare il soggetto.
D: Tra le tante foto scattate, c'è qualcuna a cui sei legato particolarmente?
R: Si. La mia foto preferita è quella di Budapest. L'ho scattata durante un festival, sessanta palchi con musica jazz, folk, pop, rock. E' uno dei ricordi più belli che ho.
D: I tuoi progetti futuri?
R: Da musicista sento la necessità di esaltare il momento della scena musicale attraverso le foto. In più la band con cui suono sta per far uscire un nuovo album. Io mi occuperò delle copertine. Ora sono arrivato a una concezione diversa. Davide D'angelo vuole essere un fotografo da concerti.
D: Bene Davide, credo a questo punto che la nostra chiacchierata sia finita qui, a meno che tu non abbia qualcosa da aggiungere.
R: No, niente. Solo grazie per avermi dato la possibilità di parlare di me.
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