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Il mestiere di vivere di Mario Sironi

Pinuccia Flore - 12.12.2009 testo grande testo normale

Al Museo delle Icone Russe di Peccioli, una mostra ricostruisce il percorso artistico di Mario Sironi, a metà strada tra Futurismo e Metafisica, tra solitudine interiore e partecipazione ai valori collettivi.

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Nel cuore della Valdera pisana, in una quantomeno insolita sede espositiva, il Museo delle Icone Russe nel centro di Peccioli, trovano collocazione 40 opere provenienti dalla collezione londinese di Eric e Salome Estorick, 40 disegni, oli e tempere in omaggio all'arte di Mario Sironi (Sassari 1885-Milano 1961), scelti a suo tempo personalmente dal mecenate inglese che tanto elogiò la modernità dell'artista.
La mostra quindi, inaugurata a Peccioli lo scorso 3 ottobre, rientra, certo, in quel panorama più vasto di celebrazioni del Movimento Futurista, a distanza di un secolo dalla pubblicazione del manifesto marinettiano; però, al contempo, già il titolo della mostra, Mario Sironi tra Futurismo e Metafisica, ci fa presagire tutta l'originalità dell'esposizione, lungi dall'essere etichettata come un semplice tributo al Futurismo.
Infatti l'arte di Mario Sironi va ben oltre i suoi esordi al cospetto di Marinetti e, nonostante l'euforia dell'artista quel 31 maggio 1915 in cui scrisse di sentirsi rinascere per l'ammissione al gruppo futurista, da parte sua non vi fu mai una perfetta adesione alle linee guida dettate dal manifesto del 1909.

Parafrasando, infatti, alcune affermazioni di Maurizio Calvesi, la pittura di Sironi fu sempre, paradossalmente, priva di moto, "tragedia senza azione drammatica, conservata nella stasi, risolta nell'insopportabile gravità di un peso schiacciante". E questa zavorra inalienabile non fu altro, per l'artista, che l'eterna contrapposizione tra la sua profonda solitudine interiore e la volontà di condividere dei valori collettivi.
Infatti Sironi viene da sempre dipinto come persona particolarmente solitaria e taciturna, preda di un disagio esistenziale che l'accompagnerà tutta la vita e che viene descritto senza mezzi termini da Umberto Boccioni, come una malattia, una continua sofferenza, tanto da auspicare, nelle parole di Gino Severini, addirittura un suo internamento in una casa di salute.
Sironi però, come è naturale, seppe reagire trasferendo in pittura questa sua personalissima visione drammatica della realtà, come si evince dalle ieratiche figure dell'Allieva, dell'Architetto e della Solitudine, o dal grande Autoritratto introspettivo e dalle tante periferie urbane, luoghi dell'anima, desolanti nella loro spazialità e poste ai limiti dell'astrazione.
A questa ritrosia nei confronti del mondo esterno fa però da contraltare, come già accennato, l'impegno di Sironi in seno al movimento novecentista, nato a Milano nel salotto letterario di Margherita Sarfatti e, per mezzo de "Il Popolo d'Italia", portavoce in arte del regime fascista.
Anche in questo caso però la posizione dell'artista sassarese, negli stretti ranghi del fascio, comporta almeno un giudizio non assoluto: Sironi infatti attribuì al fascismo il compito di far rinascere l'Italia, di recuperare la grandezza del passato, ma la sua fu un'arte indirizzata più che mai al popolo, non fruibile esclusivamente nei salotti dei ricchi collezionisti, ma accessibile a tutti nelle piazze e nei muri degli edifici. Alla luce quindi di queste considerazioni, Arturo Martini affermò a suo tempo che, a proposito dell'adesione sironiana al regime, è necessario parlare di un "fascismo di sinistra", alimentato da un animo bolscevico e quasi abissale.
Così, anche la testimonianza martiniana offre un contributo essenziale nel comprendere, come si sta tentando di fare in questo caso, la complessa personalità di Mario Sironi.

Le opere esposte poi al Museo delle Icone Russe di Peccioli continuano ad arricchire il quadro fin qui delineato, il cosiddetto mito sironiano tra Futurismo e Metafisica.
Infatti, l'artista novecentista è ben lontano dall'essere etichettato come un perfetto seguace marinettiano, anche se, all'inizio del nostro percorso museale, tutto sembrava farcelo credere: intanto la Città futurista, con chiari rimandi alle architetture di Léger, e poi il Cavallo e cavaliere geometrico nel segno di Carrà, Balla e Boccioni, o Il ciclista a matita, vera opera futurista, con ciò che ne consegue in fatto di dinamicità e movimento del tratto.
E poi inevitabilmente la modernità sironiana in senso metafisico ha la meglio e possiamo scorgerla anche a Peccioli, pur nell'allestimento precario che la stanza di un piccolo museo di provincia (per altro adibito a tutt'altre esposizioni) può riservarci, tra piante di kenzia che inspiegabilmente inquadrano lo spazio espositivo e pannelli di un blu intenso dove miseramente ma con molta buona volontà trovano collocazione, semplicemente allineati e raggruppati tra di loro, i disegni in mostra.
Ecco quindi che lo spettatore può passare in rassegna i vari Manichini di Sironi, figure misteriose su cui spesso e volentieri incombe un paesaggio urbano di periferia, trasognato, privo di riferimenti reali, senza crocevia o segnali certi di urbanesimo, ma senza dubbio metafisico. In senso sironiano, però, non come immagine mitica propria di De Chirico, ma come rappresentazione inequivocabile della bruciante desolazione storica, contro la quale nulla può l'individuo, né tanto meno il disperato e drammatico Sironi.

dal 3 ottobre 2009 al 7 gennaio 2010
Mario Sironi tra Futurismo e Metafisica
Museo delle Icone Russe F. Bigazzi
Piazza del Popolo, 5 - 56037 Peccioli (PI)
Orario: mercoledì, sabato, domenica e festivi ore 10-13 e 15-20
Ingresso: intero € 5,5; ridotto € 3,5
Catalogo disponibile
Info: tel. +39 0587672158; info@fondarte.peccioli.net

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I VOSTRI COMMENTI:

Nome: davide
Commento: L'ho vista anche io, è bellissima!!!!

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