Piera Cristiani - 14.12.2009

A Milano, Palazzo Reale, una personale di Edward Hopper lascia il pubblico e la critica un pochino perplessi.
Le attese di Edward Hopper. La desolazione del quotidiano. I colori. L'incredibile rappresentazione del paesaggio deserto. Le ombre di Hopper visibili anche come ombre delle persone, senza volto. La rappresentazione della solitudine. Si può continuare a riempire pagine e pagine di concetti come questi, espressi in modi leggermente differenti, per parlare di Edward Hopper. In tanti l'hanno fatto, in tanti continuano a farlo.
Sicuramente vale la pena di attraversare l'oceano per andare incontro alla sconfinata produzione dell'artista americano e abbeverarsi dei suoi colori, dei suoi paesaggi, dei suoi personaggi.
Palazzo Reale a Milano ha cercato di strutturare una mostra antologica di Edward Hopper, ma francamente il risultato è un po' deludente. O meglio, è curioso avvicinarsi al percorso formativo di questo eclettico autore, ma non si può tralasciare tutta la sua produzione maggiore, tutto ciò per cui è famoso e tutto ciò che chiunque apprezzi Hopper si aspetta di trovare.
Ciò non toglie che l'allestimento è tanto ben organizzato da poter offrire un'autentica panoramica di tutte le fasi produttive che Hopper ha attraversato fin dagli inizi, ma francamente non ci si può permettere di promuovere una mostra come la prima vera personale di un artista in Italia senza mettere una parte consistente della sua produzione maggiore.
Sette sezioni in cui l'eclettismo di Hopper è più che evidente: i primi approcci con autoritratti, studi e molto, molto carboncino, passando per l'illustrazione, la contaminazione di Parigi, l'incisione, l'acquarello fino alle tele.
Nella prima sezione dei notevoli Studi sulle mani catturano l'attenzione, ma siamo attratti noi che Hopper lo conosciamo e non molto chi, dopo una coda estenuante, si trova a stretto contatto con la produzione minore.
Nella sezione dedicata alla sua permanenza a Parigi è quasi tangibile l'influenza degli impressionisti, nei colori sfumati, nei soggetti (Soir Bleu, così come Dandy seated at Café Table), nella scelta dei suoi personaggi.
La parte più sorprendente è quella che riguarda le incisioni e le acqueforti perché la tecnica costrinse l'artista a definire i dettagli in modo maniacale e ad avvicinare lo zoom su quello che sta accadendo: in Night in the park la distinzione dell'ambiente è estremamente netta e in The Balcony si inizia già ad intuire quale sia il tema centrale delle sue famose tele.
Vedremo qualcosa a partire dalla quinta sezione, tra le masse intente a seguire le guide, il caldo e una disposizione abbastanza labirintica.
Cape Cod Sunset è insieme a Second Story Sunlight la bandiera che Palazzo Reale ha ingiustamente utilizzato per la promozione, iniziata con una forte strategia di marketing, da mesi. Gli organizzatori hanno fatto costruire una casetta in esterno al Palazzo che ricorda Cape Cod Sunset, hanno messo un'installazione interattiva molto divertente di Gustav Deutsch dentro al percorso, ma non hanno perso il vizietto che avevano anche qualche anno fa di creare delle mostre business sulla tipologia di Linea d'Ombra, dove viene presentata una rappresentazione in modo un po' furbo.
Francamente trovo spunti interessanti in questo tipo di manifestazioni e ho l'occasione di visionare opere che diversamente forse non potrei, ma che questi signori, in un atto di onestà, lo ammettano! Avevano fatto un bel lavoro con Magritte e ci si illudeva che continuassero sulla stessa linea. Fortunatamente sono sempre in tempo.
Versione stampabile
Commenta questo articolo