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Alexander Calder. L’equilibrio delle forme e colori nello spazio.

Antonio Fontana - 18.10.2009 testo grande testo normale

L’intero percorso artistico di Alexander Calder, l’artista che ha sovvertito la scultura moderna, per la prima volta in mostra dal 23 ottobre a Roma.

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Alexander Calder, come tanti altri artisti, nel panorama artistico del'900 è certamente protagonista di una sperimentazione del linguaggio espressivo che, a partire proprio dal 1930, ha avuto un'evoluzione straordinaria, sia figurativa che astratta.
Tra i principali interpreti del suo tempo, Calder è esuberanza, allegria, vigore, umorismo inteso come forza vitale: questi i tratti assegnati a Calder da James J. Sweeney, nel catalogo della retrospettiva al Museum of Modern Art di New nel 1943 che consacrò l'artista storicamente.

Cubismo, Surrealismo, Astrattismo Costruttivista, sono tendenze che hanno maggiormente caratterizzato la scultura moderna nel panorama internazionale e gli artisti artefici di tale rinnovamento furono molti, per citarne alcuni: Alberto Giacometti, Henry Moore, Fritz Wotruba, Costantin Brancusi, Marino Marini, Umberto Mastroianni, e Alexander Calder. Una metamorfosi del linguaggio scultoreo e pittorico che passa da forme figurative arditamente sintetiche ad altre decisamente astratte, capace di recuperare in una nuova chiave di lettura quelle radici storico-artistiche tradizionali espresse con una varietà di linguaggi liberi, innovativi e straordinari in una sorta di Nuovo Rinascimento, che ha dato origine alla dinamica della scultura. Si mossero in tal senso anche i futuristi, ma senza risultato, e in seguito, in Italia, solo Mastroianni riuscì ad interpretare la lezione futurista della dinamicità applicata alla scultura.

Calder, tra tutti, è certamente il più ingegnoso ed originale, capace di una immensa poetica giocosa: ispirato infatti da una fantasia infinita e dalla manualità di un meccanico, forgia strutture che conquistano lo spazio e l'universo con grande semplicità ed eleganza, mediante sottili equilibri, leggerezza d'elementi e fragilità di steli, e creando opere come gli Stabiles e Mobiles, così denominati rispettivamente da Hans Arp e Marcel Duchamp.
L'animo di Calder è intriso di una sensibilità disinteressata, innocente e incontaminata come la fantasia di un bambino, una ricerca della libertà espressiva senza la razionale logica maturità dell'Uomo, quasi come volesse, attraverso mezzi primari, educare l'Uomo a fare uso della propria fantasia oltre qualsiasi limite ragionevole.
Le ossessioni quotidiane della vita, un'epoca pronta solo ad inventare macchine di morte, devono distaccare infatti l'arte per liberare l'umanità dalle realtà con un equilibrio e purezza che non turbi: pensieri, questi, che si rifanno a quelli di Matisse dell'ultimo periodo. E se Matisse attraverso il suo colore suscita sentimenti personali che legano lo spettatore a sogni ed emozioni comunemente proprie della natura umana, Calder va oltre, le sue sculture inventano il movimento continuo dove non c'è né un principio né una fine ad una dinamica continuativa nel tempo, in uno "Spazio non Spazio" dove non esistono confini e limiti, provocando una rivoluzione totale dello spazio immaginato fino a quel momento nelle teorie accademiche e nelle realtà scultoree e pittoriche che ancora dettavano in qualche modo una predominanza di spazio finito, racchiuso e limitato. Sagome nuove che prendono forma in modo innovativo e personale componendo sconosciuti "spazi" e "tempi" mai prima immaginati dall'intelletto umano.

Alla domanda come nasce l'arte, Calder risponde nel suo scritto:Abstration Creation: Art non figuratif, del 1932, con queste parole: "...da volumi, movimenti, spazi taglienti nello spazio circostante, l'universo. Da masse diverse, compatte, pesanti, comuni, completate da variazioni di colore. Da linee direzionali, vettori rappresentanti movimento, velocità, accelerazione, energia, ecc..., linee che formano angoli e direzioni significativi, componendo una o molteplici totalità. Da spazi e volumi creati dal minimo contrasto con la massa, o penetrati da vettori percorsi da impulsi. Nessuno di questi è fisso. Ogni elemento può muoversi oscillare avanti e indietro, in un rapporto mutevole con ciascuno degli altri elementi di questo universo. Quindi essi rispecchiano non solo momenti isolati ma una legge fisica fra gli eventi della vita. Non Estrazioni, ma Astrazioni. Astrazioni che non assomigliano a cose viventi, se non nella maniera di reagire".
Questo Maestro non esplorò solamente la pittura e la scultura ma, avendo avuto il contatto diretto con le culture indiane d'America (Sioux e Arapahos), utilizzò materiali diversi per creare arazzi e gioielli che rispecchiarono fortemente le influenze di questi popoli. Nei gioielli si nota il sapore etnico ancor oggi attuale attraverso una ricerca di forme primarie e semplici, ed essi risultano leggeri come le sue sculture, apparentemente senza alcun peso fisico, ma in grado di esprimere in modo completo le origini da cui prendono ispirazione.

Giovanni Carandente (storico dell'arte e critico tra i maggiori del 900) organizzò "Sculture nella Città" a Spoleto nel 1962 in occasione della quinta edizione del Festival dei Due Mondi, invitando artisti della levatura di Calder, Henry Moore, Anthony Caro, Umberto Mastroianni, Pietro Consagra, Arnaldo Pomodoro, David Smith, Beverly Pepper, a realizzare le loro opere monumentali per la città umbra. Questa mostra si configurò come la più imponente esposizione di sculture monumentali mai organizzata al mondo, ed ancor oggi mai si è riusciti ad organizzare una mostra così colossale.
Proprio Carandente, scomparso lo scorso giugno, ha donato al Comune di Spoleto la sua collezione di opere, gesto volto a promuovere la nascita dell'attuale Galleria Civica d'Arte Moderna, della quale è stato direttore, ossia il solo museo in Italia che dedica un'intera sala all'artista americano. E grazie a lui Spoleto gode della più importante opera monumentale di questo maestro donata alla città: il Teodolapio (stabile) posta nel piazzale della stazione.
Questa scultura, che Calder chiamava inizialmente semplicemente "The Object", prese il nome di Teodolapio in un momento di riflessione nell'hotel dove alloggiava, vedendo delle vecchie stampe esposte nella hall raffiguranti antichi duchi della città, tra cui Theodolapius duca longobardo figlio di Faroaldo vissuto nel 604, avente una corona sulla testa dalle punte acute che gli ricordava un po' la sua scultura.

Arriviamo ad oggi. Un'importante mostra dedicata dalla città di Roma a Palazzo delle Esposizioni al noto artista americano nato a Lawnton in Pennsylvania nel 1898 e deceduto a New York nel 1976. Oltre cento opere provenienti da importanti collezioni pubbliche e private e dalla Fondazione Calder, articolate in un itinerario cronologico mirato ad indagare l'intero percorso creativo dell'artista a partire dagli anni venti. Sarà in mostra una cospicua selezione dei suoi lavori più importanti, comprendente alcune delle sculture esposte nella mostra al Museum of Modern Art nel 1943, inoltre presentati anche aspetti meno noti del suo lavoro, con gruppi di opere raramente visibili dal grande pubblico.
Il percorso espositivo si articola dalle sculture in filo di ferro Wire Sculpture di acrobati, animali e ritratti, realizzate negli anni venti a Parigi, in alcune delle quali per la prima volta è contemplato il movimento in una dimensione di gioco e di divertita ironia, ad una serie poco nota di piccoli bronzi del 1930 con figure di acrobati e contorsionisti, che permette di osservare come l'artista abbia intuito l'idea di movimento tramite tecniche diverse sperimentali.
Calder aderisce all'astrattismo dopo la visita allo studio parigino di Piet Mondrian, documentato da un'importante selezione di opere. In questa mostra, con i capolavori realizzati intorno alla metà degli anni trenta, tra cui: Gibraltar (Gibilterra), Tightrope (Corda del funambolo), Yellow Panel (Pannello giallo), Orange Panel (Pannello arancione), tutte del 1936, si può notare l'interesse di Calder per le forme biomorfiche che approdano nel surrealismo. I Mobile sono opere che l'artista ha realizzato durante l'intero arco della sua attività sono la parte fondamentale ed importante della mostra, composti di lastre di metallo di fattura industriale lavorate artigianalmente a volte colorate, con una selezione degli esemplari più rappresentativi risalenti a periodi diversi si snoderà lungo tutto il percorso della mostra: Arc of Petals (Arco di petali) del 1941, Cascading Flowers (Fiori cascanti) del 1949, Le 31 Janvier (Il 31 gennaio) del 1950, The Y (La Y) del 1960. Ugualmente, sarà esposta una indicativa selezione di Stabile, le sculture da terra: da quelle risalenti alla seconda metà degli anni trenta, come Black Beast (Bestia nera) o Hollow Egg (Guscio d'uovo) del 1939, sino alle più recenti Cactus del 1959 o La Grande Vitesse (La grande velocità) del 1969. Questo artista si è espresso molto anche in pittura per mezzo della gouache su carta, parimenti documentata nel suo corso cronologico.
Il catalogo edito da Motta, con testi di Alexander S. C. Rower e di Giovanni Carandente e un'ampia antologia di testi dell'artista e di altri autori, molti dei quali compariranno per la prima volta in traduzione italiana.

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