Rossana Calbi - 15.07.2009

Pinti narra la sua città, Roma, nei quartieri periferici e nei luoghi di passaggio, quegli spazi in cui non ci si trattiene, li oltrepassiamo senza prestarvi interesse.
Un piccolo ristorante totalmente bianco all'interno pochi tavoli, qualche turista, una tipica fotografia di un angolo di Roma. A volte ritornare ad un ricordo, forse mitizzato, magari mai vissuto, serve a far dimenticare la velocità del quotidiano, per ricreare quest'atmosfera, il locale PugliaMonti , in via Urbana 104, sceglie, nella selezione artistica dei lavori da esporre, artisti che hanno chiari riferimenti alla tradizione.
Daniele Pinti risponde a questa selezione artistica nella sua scelta bicromatica. Le sue foto sono realizzate con tecnica digitale, ma conservano quell'unicità tipica dello scatto che è propria del fotografo che lavora con la pellicola.
"Fotografo da dieci anni e solo da due sono passato al digitale" ci spiega mentre racconta le sue "storie" fotografiche. "Ho dovuto abbandonare la pellicola solo perché non potevo avere più una camera oscura, la stampa in pellicola richiede spazio" .
Le sue foto riescono a conservare nella stampa un sapore di unicità. Lo sforzo di Daniele Pinti, classe '77, è quello di usare carta semiartigianale: la reperisce da una cartiera tedesca, perché questo tipo di materiale riesce a interpretare al meglio le sue intenzioni nelle foto.
"Provo ad andare oltre l'attimo cristallizzato e impassibile" , dice mentre mostra il passaggio di un uomo in una stazione. La luce è l'unica spiegazione di queste foto. Nessuna costruzione, solo il desiderio di raccontare dei momenti.
Black Tales / White Tales sono due percorsi paralleli che Daniele Pinti percorre con lo scopo ultimo di cercare i resti e le reliquie, nel primo caso e nel secondo, le persone. Queste ultime, però, diventano esattamente come le prime, non esprimono un loro senso, ma diventano un momento espressivo di una solitudine urbana.
Pinti racconta la sua città, Roma, nei quartieri di periferia e nei luoghi di passaggio, quegli spazi in cui non ci si sofferma, li attraversiamo senza prestarvi attenzione, e ci pare di non lasciar nulla del nostro passaggio se non il nostro tempo. Invece, Daniele Pinti, cerca il momento in cui il nostro passaggio diventa parte integrante di quel paesaggio urbano.
Trova in un linguaggio classico e semplice, e per questo, elegante, il modo per descrivere delle solitudini, senza morbosità e senza cercare di colpire il suo interlocutore, lo spettatore.
Un cane che guarda l'obiettivo in modo stranito, delle vasche da bagno che servono, presumiamo, come sistema d'irrigazione sono momenti in cui ci siamo imbattuti più e più volte, ma a cui non abbiamo prestato attenzione. Il compito del fotografo è quello di ricordare dei momenti che appartengono alla nostra memoria e che potremmo dimenticare.
Con questo spirito, privo di sensazionalismo, Daniele Pinti ha presentato le sue storie in foto fino al 7 luglio 2009, mentre un suo lavoro policromatico è esposto attualmente presso la Galleria GARD , via dei Conciatori 3/I a Roma. Oltre a raccontare solitudini urbane in bianco e nero, questo giovane fotografo dichiara la sua volontà di aiutare la ricostruzione di una bottega artigianale distrutta dal terremoto con la vendita di una sua opera dedicata proprio al sisma dell'Abruzzo.
Versione stampabile
Commenta questo articolo