Claudia Esposito - 03.06.2009

Anche i morti si rivolteranno nelle tombe, vedendo quello che accade in terra?
Il 15 aprile 1967, alle 03:30 del mattino, nella sua casa dei Parioli, spuntarono le ali all'attore (di teatro e cinema), compositore e poeta napoletano (basti ricordare tra le varie la poesia "A'livella" e la canzone "Malafemmina" ) Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis Di Bisanzio Gagliardi, da tutti conosciuto come: Antonio De Curtis, alias Totò.
Da sempre un personaggio rivoluzionario, in primis come persona e conseguentemente nella sua arte. Nacque da una relazione segreta tra la madre ed il marchese Giuseppe De Curtis che lo riconobbe legalmente solo nel 1937. Adottato nel 1933 dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, in cambio di una rendita. S'innamorò dell'attrice genovese Liliana Castagnola (poi seppellita nella tomba di famiglia ed oltremodo onorata dall'attore che battezzò sua figlia col nome dell'amata) che alla fine della tormentata storia d'amore che li univa, si suicidò. Si sposò ben due volte, prima con la fiorentina Diana Bandini Lucchesini Rogliani, da cui ebbe la figlia Liliana e poi con una donna più giovane di lui di trentatré anni, Franca Faldini, che gli stette accanto fino alla fine dei suoi giorni.
Iniziò la sua carriera di attore a soli quindici anni nei teatri di periferia e quando approdò al cinema, nel 1937, lo fece prendendo in giro il Duce, sfumatura antifascista che caratterizzò sempre le sue produzioni, tanto che minacciato di arresto insieme ai fratelli De Filippo, fu costretto a rifugiarsi a Valmonte, rientrando solo dopo la liberazione di Roma, naturalmente non in maniera silenziosa, ma con la pubblicazione della rivista "Con un palmo di naso", in cui liberamente poteva dare vita alla sua satira contro Hitler e Mussolini.
Un attore poi tormentato dalla cecità a partire dalla sua fase artistica più produttiva e riconosciuta, fino alla morte. Un uomo che ha dato vita a molti personaggi, ma rimasto fedele a se stesso sempre, in qualunque tipologia di esternazione.
Sepolto nella cappella di famiglia nel Cimitero del Pianto (al funerale partecipò una folla di oltre duecentomila persone), costruì con le sue mani lo stemma di famiglia che fino al 31 maggio 2009, era affisso sulla cappella del Principe della risata. Degli ignoti vandali l'hanno rubato lasciando un vuoto profondo non solo nel marmo in cui era stato apposto, ma soprattutto nel cuore della popolazione napoletana, nonché della figlia Liliana che in lacrime dal Mozambico, dove si prende cura dei bambini africani, commenta: "Napoli mi ha sconvolto, è come se la città ci avesse traditi" ed aggiunge: "Non era facile smontarlo, è un lavoro che dura delle ore eppure ci sono riusciti, senza che qualcuno se ne accorgesse. Strano, molto strano".
Alcuni gesti, commessi nei confronti di determinati simboli, assumono giustamente una gravità maggiore. Non che rubare sia un atto giustificabile o giusto in altri casi, assolutamente no, però quando ci si scaglia anche contro un idolo che ha contribuito a migliorare Napoli e la visione della stessa nei confronti degli altri, significa non avere rispetto di nulla, neppure di se stessi.
Purtroppo è proprio il concetto di rispetto, col tempo, che va disperdendosi soprattutto in determinati contesti sociali ed è logorante, vedere come a causa di una minoranza assidua, le spese debbano essere pagate da tutti. Però la popolazione napoletana è forte e riuscirà a sorreggersi nonostante quest'ennesimo sgambetto. E che il caro Totò dall'alto non giudichi, poichè siccome a tutto c'è una spiegazione, in questo caso particolare noi non la vediamo ed assumiamo quindi la posizione delle vittime, ma lui avendo potuto vedere, sa e poi, in fondo: la vita è una livella!
Tributo: da "A'livella" di Totò:
"Ma chi te cride d'essere...nu ddio?
Ccà dinto,'o vvuo capi,ca simmo eguale?...
...Muorto si'tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'na'ato é tale e quale.
Lurido porco!...Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?
Tu qua' Natale...Pasca e Ppifania!!!
T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella
che staje malato ancora e' fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella.
'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
suppuorteme vicino-che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"
Traduzione:
"Me chi ti credi di essere, uno dio?
In questo luogo, lo vuoi capire, che siamo tutti uguali?...
...Sei morto tu, così come sono morto io;
come quando nascemmo, tutti uguali.
Lurido porco!...Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?
Non esiste Natele, Pasqua o Epifania!!
Vuoi convincerti che soffri ancora di
Una malattia che si chiama fantasia?...
Lo sai cos'è la morte?... è una livella.
Qualunque re, magistrato o grande uomo che sia
Entrando da questo cancello si rende conto, facendo
Il punto della situazione, che oltre alla vita ha perso anche qualunque titolo gli
appartenesse:
tu ancora non l'hai fatto ancora questo punto della situazione?
Per questo, ascoltami...non incaponirti
E sopporta la mia presenza - che te ne importa?
Queste scenate sono tipiche dei vivi:
noi siamo seri... apparteniamo al regno dei morti!"
Immagini:
1- stemma apposto sulla cappella
2- interno della cappella
3- tomba di Totò
Versione stampabile
Commenta questo articolo