Everywhere but not here: la ricerca di un altrove mentale

Cristina Pontisso - 09.05.2009 testo grande testo normale

Tags: Marcaccio, fotografia, everywhere but not here

Un Luna Park abbandonato e una donna bendata sono i soggetti delle fotografie in bianco e nero con cui l’artista Francesca Marcaccio analizza il modo in cui ci rapportiamo con gli altri e con la nostra realtà

Nuovo appuntamento al Caffè del Viale di Macerata con la curatrice Simonetta Angelini, che questa volta ci presenta le fotografie della giovane artista Francesca Marcaccio nella mostra Everywhere but not here.
Gli scatti sono realizzati in un Luna Park abbandonato, tra le rovine di strutture ludiche, lontano da centri abitati e manifestazioni chiassose della quotidianità, in una sorta d'incantata fantasia. È un mondo onirico quello dell'artista di Rieti, presente essa stessa nelle fotografie digitali in bianco e nero, immobile e bendata, a volte sola, oppure accompagnata dalle figure di altre persone.
La presenza dell'artista all'interno del lavoro è un modo di vedersi dal di fuori, infatti lei stessa afferma che “è una presa di coscienza, corrisponde a dire che sto vivendo queste cose, per esprimerle ho questo mezzo fotografico, devo provare a guardarmi dall'esterno, da un altro punto di vista, ed è così che decido di mettermi lì, ferma immobile in Everywhere but not here”.
Ovunque ma non qui, alla ricerca di un altrove non tanto fisico quanto mentale. Il fil rouge che lega le fotografie è la donna bendata, che più che non vedere fisicamente, vive una forma di alienazione, una necessità di essere altrove rispetto a ciò che accade intorno a lei. E' dunque uno stato mentale, “una cecità da cui vuole essere destata” dice l'artista.
L'affidarsi metaforicamente ad altri sensi equivale ad affidarsi agli altri -coloro che sono presenti nelle foto– e “l'essere statica e bendata non vuole essere un rifiuto della vitalità ma anzi, è il mio tentativo disperato di esprimere tutta la forza intrinseca alla persona e la necessità di trovare un modo di farlo anche grazie agli altri”. Con queste parole la Marcaccio descrive il proprio ruolo nelle fotografie. Una presenza-assenza, uno spazio interiore che diventa più forte della realtà che ci circonda e che l'artista ricerca con passione e dolore. Un'energia che dev'essere trovata al'interno di noi ma che non può prescindere dallo scambio con l'altro, che sembra però avvenire ad un livello di comunicazione mentale e percettiva.

Qui però la dislocazione non è solo della figura umana, infatti è impossibile non pensare alle numerose riflessioni artistiche sui cosiddetti non-luoghi che hanno riguardato anche i parchi gioco negli ultimi decenni: pensiamo alla ricerca contenuta in New Armony del duo Dellbrügge & De Moll, o al progetto Playgrounds dell'artista Linda Fregni Nagler.
In tutti questi casi il Luna Park non è fotografato nei suoi momenti di attività, ma anzi, in stato di abbandono o di notte quando è chiuso. Questi luoghi e gli oggetti in essi contenuti, hanno la funzione di divertire, di incoraggiare le manifestazioni più gioiose della vita, mentre in assenza di chi li fruisce, assumono un fascino crepuscolare, dato dal silenzio, dall'assenza di musiche e risate, di bambini che giocano e colori che vibrano. Il Luna Park deserto, che invece siamo abituati a vivere animato e con sentimenti di allegria, s'impadronisce dei nostri pensieri e ci ipnotizza. Ci affascina la rarità insospettabile di quel silenzio, ci sconvolge il sentimento di solitudine e malinconia che affiora dalle strutture abbandonate. I dinosauri di plastica su cui si adagia Francesca Marcaccio diventano allora metafore di abbandoni interiori, di nostalgie, di assenze.
La benda che rende cieca l'artista è un ulteriore strumento per ricercare la solitudine, dargli spazio, e fare in modo che indichi la strada giusta per il riconoscimento di un mondo che esiste solo dentro di noi. Un viaggio lontano dalle città, dalla confusione, dalle nevrosi, che attraverso il silenzio e l'assenza di accessori faccia ritrovare una comunione intima e profonda con gli altri. Che l'essenziale sia invisibile agli occhi è una verità che ci accompagna da tempo e gli scatti della Marcaccio ci lasciano come sulla soglia di uno spazio della mente e di un tempo onirico, sull'ingresso di un altrove che non si può definire ma che è ovunque tranne che qui.

Immagini:
1 alla fine- opere dell'artista

Everywhere but not here - Francesca Marcaccio
A cura di Simonetta Angelini
23 aprile 2009 - 23 maggio 2009
Caffè del Viale, viale don Bosco 6, 62100, Macerata
Tutti i giorni 07.00 – 22.00 (chiuso domenica)
Ingresso libero



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Gli ultimi commenti

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Nome: Francesca M.
Commento: grazie mille per il bellissimo articolo!
F.


Nome: Serena
Commento: Trovo molto interessante la ricerca che fa questa fotografa, così come anche Cristina è riuscita ad esprimererla. Leggendo questo pezzo non ho fatto altro che pensare alla doppia faccia del Luna Park, un luogo di divertimento e gioia, ma non sò perchè che mi ha sempre trasmesso solitudine e malinconia. Un pò come il circo. Poi una persona che si affida agli altri sensi, bendata che non ha appigli. Perchè noi che vediamo utilizziamo la vista come un senso primario di orientamente in tutto quello che facciamo. Invece il bendarsi il lasciarsi andare, significa fidarsi, e la fiducia non è facile da raggiungere pienamente.
Complimenti Cristina che sei riuscita a scrivere un pezzo che apre molti spiragli di riflessione.
Serena


Nome: vittorio sgarbi
Commento: io ci aggiungerei..me cojoni!...hehheheh


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