Maria Chiara Salvanelli - 15.03.2009

Nell’arte contemporanea il volto umano viene spesso interpretato e percepito come una geografia socio-culturale, la cui espressività può inoltrarci verso un viaggio introspettivo alla ricerca di risposte
«È possibile inferire il carattere dalle sembianze, se si da per assodato che il corpo e l'anima vengono cambiati assieme da influenze naturali: dico 'naturali' perché se forse, apprendendo la musica, un uomo fa qualche cambiamento alla sua anima, questa non è una di quelle influenze che sono per noi naturali; piuttosto faccio riferimento a passioni e desideri quando parlo di emozioni naturali. Se quindi questo è accettato e anche il fatto che per ogni cambiamento c'è un segno corrispondente, e possiamo affermare l'influenza e il segno adeguati ad ogni specie di animale, saremmo in grado di inferire il carattere dalle sembianze.»
Aristotele, Analitici Primi, 2.27
Secondo la teoria delle passioni, tanto cara ad Aristotele, i temperamenti umani sono causati dal prevalere di un determinato liquido vitale nel corpo umano di un individuo. Sono questi fluidi che definiscono i diversi caratteri e manie che ci distinguono l'uno dall'altro e che ci differenziano anche a livello fisiognomico.
Joan Caspar Lavater nel suo Trattato sulla fisiognomica del 1774-1778, sosteneva che il modo migliore per leggere l'anima di un individuo è studiarne il suo profilo, perché esso è la forma "obiettiva" della persona. Quindi alcune caratteristiche somatiche e fisiche, possono rivelare la qualità di una persona.
Molti artisti sono stati influenzati da queste teorie, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui vedevano loro stessi o ritraevano gli altri, attribuendogli o negandogli determinate virtù.
Un esempio emblematico è il frontespizio delle serie de I Capricci di Goya, in cui l'artista critica e raffigura vizi e nefandezze della società spagnola a lui contemporanea.
Non a caso in questa prima incisione compare il pittore di cattivo umore, come riporta il Manoscritto della Biblioteca Nacional: «Verdadero retrato suyo, de mal humor, y gesto satirico». Un'altra caratteristica di questo autoritratto è l'insolita posa di profilo, segno della sua conoscenza dell'opera di Lavater e delle sue illustrazioni, ma anche dei vari trattati che circolavano a quel tempo sulle espressioni delle passioni, come quelli di Charles Le Brun del 1698 e del contemporaneo spagnolo Fermin Eduardo Zeglirscosac. Ma Goya fece di più, oltre che disegnarsi in questa posa di disprezzo e per giunta nella prima stampa della serie.
Operò una leggera torsione, così da rivolgere di sbieco il suo occhio verso l'osservatore, diventando allo stesso tempo soggetto e oggetto della rappresentazione. L'artista, dunque, utilizzando un semplice autoritratto, ci comunica immediatamente quale sarà la sua funzione e il suo ruolo all'interno della società e della serie di incisioni.
Dalla Spagna di Goya ai giorni nostri, molti artisti si sono misurati con ritratti e autoritratti, forse perché è il volto a narrarci la vera storia di un individuo e del suo tempo.
A Milano, presso la Galleria il Borgo, la mostra Volti e Storie ci vuol raccontare proprio questo: come il volto umano nell'arte contemporanea viene spesso percepito come una geografia socio–culturale, un terreno in cui l'individuo-artista si rapporta con se stesso e con gli altri, comunicando quel senso di alienazione che ci pervade, unito spesso alla volontà di confronto e dialogo.
Ed è così che nell'esposizione si susseguono tele, fotografie, disegni di artisti diversi per estrazione, età e formazione, ma tutti accomunati dalla stessa ricerca che conduce sì a dei risultati diversi, ma che parte dalla stesse domande: chi siamo? E come ci vedono gli altri?
Galleria Il Borgo - Milano
Volti e storie
A cura di Sabrina Falzone
Fino al 10 marzo
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