Un fotografo per caso, da sempre amante dell'arte e della vita. Intervista a Carlo Francoglio. Prima parte

Roberto Barzi - 05.04.2009 testo grande testo normale

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Tags: Fotografia

L’immagine di un uomo vero e tutto d’un pezzo, ecco Carlo Francoglio, classe 1958, detto Chico. Un fotografo per caso, un amante dell’arte e della vita. Un sognatore, un cultore del bello, uno stravagante personaggio

D. Carlo, vorresti rivelare ai lettori di Whipart onlus qualcosa di te come persona e come artista?
R. Sono un uomo che si fa prendere dai facili entusiasmi, mi basta che qualcuno lanci un'idea, possibilmente la più stravagante e subito mi ci butto a pesce. Sono un ansioso di natura, dentro di me penso sempre che tutto possa andare male. Cosa non vera, dato che fino ad ora tutte le iniziative da me lanciate si sono poi avviate nei migliori dei modi. Bisogna essere dei pazzi sognatori, credere nelle favole e nell'impossibile per dar loro vita. Ma per fortuna io sono un pazzo sognatore e allora le cose mi riescono abbastanza bene. Sono stato un perdente, almeno per vent'anni della mia vita, fino al momento in cui ho detto basta e ho iniziato a pensare che i sogni possono avverarsi, basta volerlo ed allora ecco che come per magia realizzo tutto quello che non mi era riuscito prima. Giornalista, allenatore d'atletica leggera, presidente del nostro Circolo ricreativo, fondatore del Circolo fotografico. Come fotografo, non mi considero un artista, perché gli artisti sono quelli che riescono a regalare emozioni alla gente e in giro ce ne sono ben pochi. Mi giudico un tipo un po' particolare, che riesce ancora ad emozionarsi davanti ad una fotografia o ad una poesia ed è da ciò che traggo il filo conduttore dei miei lavori, che spesse volte rimangono nei cassetti perché nei miei confronti sono un critico incredibile! Per me esiste la fotografia perfetta, quella che non ho ancora scattato. In questo campo devi essere creativo, estroverso, incredibilmente pronto ad adattarti alle situazioni che si creano, ecco perché non mi fossilizzo solo su un genere di fotografia, né credo ai santoni dell'arte, poiché ciascuno a modo suo è artista e quando uno mi dice che sono un grande artista, dò di matto.

D. Cosa rappresenta per te la fotografia?
R. Un modo di esprimere i propri sentimenti, una maniera per comunicare al prossimo le tue sensazioni e per donare a chi ti sta vicino un attimo di gioia, perché per me vale molto più la gioia del comune uomo di strada davanti ad una mia fotografia, che tutti i premi che si possono vincere nei concorsi fotografici, poiché per me la fotografia è “dipingere con la luce”. Quando una persona esce con il sorriso da una mia mostra, so di avergli fatto un bellissimo regalo, avergli fatto dimenticare per un attimo le brutalità di questo mondo. Una maniera per far capire alla gente che ci vuole poco per cogliere l'attimo, ma ci vuole tanto per traslare le sensazioni che il soggetto fotografato ti stava trasmettendo. Fotografi si diventa, non si nasce, forse tranne qualche rara eccezione e il fotografare mi serve per comunicare il mio stato d'animo a chi guarda il mio mondo stampato su carta. Si può andare da una foto sportiva al nudo fino alla maestosità di un paesaggio alpino, perché tutto si può e si deve fotografare.

D. Mi hai detto che la tua avventura come fotografo è nata per caso sul famoso “cross del Campaccio”, quando da cronista sportivo ti sei ritrovato senza fotoreporter a disposizione. Com'è cambiata da allora la tua vita?
R. In maniera radicale, dato che non potevo sapere, allora, che quella piccola scatola di latta mi avrebbe regalato così tante emozioni e amicizie, poiché ti capitava di incontrare per strada un corridore che ti diceva “bravo Chico, gran bel pezzo! però, che foto! Posso averla?”, oppure di conoscere il collega di un'altra testata che ti chiedeva se potevi passargli qualche tua foto dell'evento, perché lui doveva andare da un'altra parte e naturalmente la cosa era reciproca. Ma anche tante delusioni perché spesse volte sei convinto di aver fatto una grande foto, ma poi non è così. E' lì che ti metti nuovamente in gioco, poiché la mia vita fotografica è un grande gioco in cui c'è spazio per tante avventure. E ogni volta che conosco un nuovo fotografo o nasce una nuova amicizia legata alla fotografia, beh, non posso che pensare a quel freddo gennaio di tanti anni fa... se il mio redattore non mi avesse detto “arrangiati”, probabilmente non avrei fatto mai fotografie e sarei rimasto un uomo qualunque e non sarei qui a raccontarmi.

D. Dai campi d'atletica leggera a quelli della Bosnia: so che il tuo è stato l'ultimo reportage prima dell'invasione jugoslava. Vuoi raccontare le tue sensazioni di allora?
R. Sapevo della guerra, quella vista in televisione o raccontata da mio nonno, fante nella prima guerra mondiale, ma non avevo idea di che cosa fosse davvero. Almeno fino a quando non sono entrato a Mostar , una città spettrale: edifici sventrati, chiese bruciate, moschee distrutte e cosa terribile, nessun bambino in giro per le strade, nessuna donna per le vie, solo soldati, pochi terrorizzati cittadini, già, perché i cecchini sparano sulla popolazione inerme, come se fossero sagome da tiro a segno. Un ospedale dove si può morire per nulla, perché non c'è più nulla da dare a chi arriva ferito sia dal fronte sia dalla città. Sentire l'odore della morte che aleggia sul parco trasformato in cimitero, perché non c'é più posto per le bare, al cimitero. Com'è stupida la guerra, quanto è idiota la guerra. Tuttavia è continuata senza vincitori né vinti. Ma la cosa che mi ha fatto più male è stato constatare che i nostri aiuti lasciati ai preti erano venduti al mercato nero da loro stessi e che per i musulmani non esisteva alcun aiuto... già, loro non erano come noi. Forse qualcuno si è dimenticato di chi si è fatto crocifiggere non in nome solo dei cattolici ma per tutta l'umanità. E quel ponte -che poi verrà distrutto- protetto dalle lamiere, perché chi passa sopra è morto, perché da lì si spara sulla gente... Poveri stupidi esseri umani!

D. Carlo, o meglio Chico come ami essere chiamato, cosa vuol dire per te e la tua associazione fotografica "Obiettivo Valsesia", poter collaborare con la fotografa e artista Rossana Cagnolati? Mi hai riferito che Roxx ha contribuito al tuo primo vero progetto Bosnia. una Guerra Dimenticata, una video-proiezione con testi letti dagli attori della compagnia teatrale di Cavaglia. Ne vorresti parlare?
R. E' una cosa nata a casa mia, nel settembre dello scorso anno, quando Rossana Gagnolati ricevette il premio “Fotografo dell'anno” a cura del nostro Circolo. Eravamo seduti a tavola e il discorso cadde sulla Bosnia e sul reportage che io feci e che non fu mai completamente pubblicato, tranne qualche scatto. Roxx mi chiese i negativi promettendomi che a novembre mi avrebbe dato il tutto scannerizzato. Quando andai a trovarla a Parma, mi disse che era un vero peccato tenere nel cassetto un tale documento e seguendo i suoi consigli ne parlai con i ragazzi della compagnia teatrale di Cavaglia. Il risultato? Una video-proiezione con i testi letti da loro in una fredda serata del tre gennaio, al termine della proiezione, un lungo agghiacciante silenzio, lo stesso che ho sentito a Mostar nella piazza principale, davanti alle rovine di una banca e poi un grande applauso. E la voce di Gianni che commenta “Bravo Chico, ci hai fatto rivivere le sensazioni di quell'inverno del 1944, quando i fascisti arrivarono in paese e fecero quello che tu sai...”. Ho capito che grazie a Roxx posso raccontare una storia vera, una guerra che è stata dimenticata, un conflitto che anch'io non ricordavo più. Grazie a lei, al suo intuito artistico e alla grande collaborazione della compagnia teatrale di Cavaglia, almeno in Valsesia e nel biellese si saprà che la guerra dei Balcani non sarà dimenticata.

D. Cosa significa per la tua associazione essere diventata a tutti gli effetti e nel giro di soli pochi anni membro della FIAF?
R. Alla FIAF ci siamo associati noi, perché ci sembrava giusto entrare in una Federazione che potesse rappresentare l'arte fotografica. Poi sta a chi è socio decidere se limitarsi a ciò o se viceversa organizzare qualcosa. Io ho optato per la seconda soluzione ed è nato il Concorso nazionale valido per la statistica FIAF “Ricordando Marcello”, che quest'anno ha portato a Varallo Sesia 165 partecipanti provenienti da 13 regioni italiane. Abbiamo creato il premio “Marcello Rossetti Arte”, che vanta tra i suoi vincitori nomi notevoli della fotografia come Carlo Durano di Grosseto, Lella Beretta di Vercelli, Gianfranco Capuccini di Alessandria. Quest'anno il premio sarà una vera sorpresa, ma ne parleremo quando ne sarà ora. Abbiamo invitato a Cavaglia, non dimentichiamo che siamo in 30 persone in paese, grandi fotografi come Cristina Garzone di Firenze, Giulio Veggi di Vercelli, il circolo fotografico “Il Cupolone” di Firenze e un docente “DAC” del calibro di Carlo Ciappi, anche lui toscano. I circoli a noi vicini, sempre associati alla FIAF “Fotoart” di Cossato e “L'incontro” di Borgomanero. Poi ci siamo ricordati anche di un grande viaggiatore accademico del CAI e nato a Cavaglia come Jan Sterna, che negli anni '70 ha visto veramente mezzo mondo e conosciuto personaggi come Carlo Mauri e Walter Bonatti. Insomma, noi ci muoviamo e l'iscrizione alla FIAF serve per conoscere nuove persone che accettano sempre di buon grado di collaborare con noi, anche se non siamo a Milano e non siamo un Circolo grandissimo, sono l'immobilismo e la presunzione che uccidono la fotografia.

Immagini:
1 alla fine- fotograie di Carlo Francoglio



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