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FutuRavenna

Luca Maggio - 23.02.2009 testo grande testo normale

I futurismi furono tanti quanti gli artisti futuristi e le città “futurate” da essi toccate: storia breve dei fratelli ravennati Ginanni Corradini, in arte Corra e Ginna.

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"Gli italiani sono buoni a nulla capaci di tutto." Leo Longanesi

Futurismo: Le Figaro, 20 febbraio 1909 o la bolognese Gazzetta dell'Emilia del 5 febbraio 1909?
E l'America? Merito di Colombo, dei vichinghi o degli asiatici (i primi futuri amerindi) attraverso lo stretto di Bering ghiacciato?
Tutto vero. Resta però il fatto che il mondo cominciò a parlare di Indie (l'America) dopo Colombo e di Futurismo dopo Le Figaro.
E a proposito del tema centenario del mese, di futurismi il Futurismo ne generò più d'uno: per questioni generazionali, dopo i marinettiani della prima ora, vennero i boccioniani e i balliani ("futurneologismo"?) della seconda, Depero, Prampolini, Iras, etc., fino agli echi che il Futurismo ebbe nella memoria di Lucio Fontana o nell'azione di Mario Schifano e di altri pop, come di altri contemporanei ancora, tutto ben documentato nella mostra passata della GAMeC-Bergamo, Il futuro del Futurismo (19 settembre 2007 - 24 febbraio 2008, catalogo Electa).
Senza contare poi che ogni settore creativo ebbe i suoi futurismi: arti tradizionali a parte (con manifesti vari, aeropitture, architetture e sculture dinamiche), la musica, la letteratura e il teatro, l'editoria, la gastronomia, il design e la grafica, la foto-cinematografia (con "l'officina" dei fratelli Bragaglia), direi quasi la religione futurista, il credo della velocità e della sua bellezza nuova.
Non solo: ogni città ebbe i propri futuristi con le mille declinazioni e performances (altra eredità futurista) del caso. E nel caso di Ravenna si trattò dei fratelli Ginanni Corradini, Bruno detto Corra (Ravenna, 1892 - Varese, 1977) e Arnaldo detto Ginna (Ravenna, 1890 - Roma, 1982), firmatari insieme a Marinetti, Settimelli, Chiti e Balla (autore dei loro due soprannomi tratti, con gioco linguistico, dalle parole correre e ginnastica) del manifesto La cinematografia futurista, pubblicato l'11 settembre 1916 sulla rivista L'Italia futurista.
Varrebbe la pena di leggerselo tutto questo incredibile, modernissimo testo, in cui sono enunciati propositi ed intuizioni che non solo si ritrovano nelle famose analogie di Eisenstein (a proposito, La corazzata Potëmkin è un film bellissimo, anche se la gag di Villaggio-Fantozzi resta un cult - e probabilmente sarebbe stata apprezzata da Tato, altro "matto" futurista bolognese-), ma anche nel miglior cinema d'autore che ha fatto la storia di questa straordinaria arte del ‘900, sinfonia poliespressiva nella definizione del manifesto in questione: "...Il cinematografo è un arte a sé. Il cinematografo non deve dunque mai copiare il palcoscenico. Il cinematografo, essendo essenzialmente visivo, deve compiere anzitutto l'evoluzione della pittura: distaccarsi dalla realtà, dalla fotografia, dal grazioso e dal solenne. Diventare antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero. (...) per raggiungere quella poliespressività verso la quale tendono tutte le più moderne ricerche artistiche."
Bene inteso: non che tutte le opere futuriste siano state capolavori. Anzi, spesso, col passar degli anni, "molti incendiari divennero pompieri" (L. Longanesi), scioltisi nella retorica fascista, ed esattamente come il duce, cominciarono a credere al mito vuoto di busti, feluche e parate, Marinetti in primis. E anche nel cinema, agli intenti non sempre seguirono fatti altrettanto brillanti, salvo qualche esempio fondamentale, quale Vita futurista del 1916, il primo film del gruppo (di cui non rimane quasi più nulla), diretto appunto dai nostri fratelli, Ginna in particolare.
Lasciata la città natale, l'attività dei due ravennati spaziò e si diversificò ulteriormente: sempre insieme scrissero l'Arte dell'avvenire (1910) e lavorarono ad alcuni cortometraggi astratti già prima del ‘16, cinepitture, esperimenti affascinanti di avanguardia pura (purtroppo perduti durante i bombardamenti di Milano nel secondo conflitto mondiale), mentre al solo Corra, che cominciò col teatro futurista, si devono varie opere poetico-letterarie, tra le quali va almeno ricordato il romanzo "sintetico futurista" Sam Dunn è morto (1915).
Ginna visse le maggiori esperienze tra Firenze e Roma, arricchendo il suo astrattismo lirico di partenza con interessi verso la pittura, la scultura, l'occultismo, l'antroposofia, la cinematografia e l'attualità di costume e politica (ad esempio sulla rivoluzione sovietica) che riversò anche nella collaborazione fiorentina tra il '16 e il '18 a L'Italia futurista, peraltro diretta dal fratello con Settimelli.
Pertanto è triste notare come oggi a Ravenna nessuno li ricordi, neanche la pinacoteca locale, dove pure sono conservate alcune opere di Ginna, Tato e Carlo Ludovico Bragaglia. Ma ora il MAR è impegnato nell'allestimento dell'importante mostra sulla figura dell'artista viaggiatore, da Gauguin a Ontani, che inaugurerà a breve (21 febbraio) e che sicuramente sarà un successo.
Però uno straccetto di conferenza sull'esperienza futurista (anche locale) e nel mese del suo centenario, proprio non sarebbe guastata: ci rivediamo tra cent'anni.

Immagini:
1- Inserzione per il film Vita futurista, 1916, tratta dalla rivista L'Italia futurista.
2- Ginna (Arnaldo Ginanni Corradini), Ritratto animico di signora, 1923, olio e pastelli su tavola, MAR, Ravenna.
3- Carlo Ludovico Bragaglia, Fotodinamica virata a seppia, MAR, Ravenna.
4- Tato (Guglielmo Sansoni), Guerriero gallo, 1923, olio su cartone, MAR, Ravenna.

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