A proposito del Futurismo: riflessioni a cent'anni dalla nascita

Daniela Ambrosio - 20.02.2009 testo grande testo normale

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È passato un secolo da quel venti febbraio 1909, data della pubblicazione del “Manifesto del Futurismo” di Filippo Tommaso Marinetti sul quotidiano francese “Le Figaro”. Cento anni che hanno visto il tanto odiato-amato movimento artistico e letterario (ma non solo) italiano protagonista di polemiche, critiche, riabilitazioni, consacrazioni

Nei primi anni Dieci del Novecento, l'Italia non godeva senza dubbio di quel primato delle arti che era stato, per secoli, il suo vanto: gli artisti erano chiusi in una sorta di “provincialismo” che lasciava il Paese all'ombra di una Parigi ricca di fermenti e meta obbligata per chi, come tanti, era in cerca di stimoli e avventure. Milano, rappresentava, in quegli anni post-unitari ancora traballanti, la culla delle riforme, il punto di partenza per un Paese che, da agricolo, si stava ammodernando e soprattutto, prendeva coscienza di se stesso: la città meneghina era la speranza di una trasformazione definitiva che non si era ancora verificata e che tutti attendevano.
E proprio a Milano, in via Senato, Filippo Tommaso Marinetti redigerà il manifesto che sarebbe poi stato pubblicato, con una risonanza internazionale, a Parigi (due settimane prima c'era stata una prima pubblicazione nelle cronache letterarie su “La Gazzetta dell'Emilia”). A partire dall'anno successivo alla pubblicazione del Manifesto Futurista, Marinetti cominciò a “reclutare” artisti: furono Carrà, Boccioni e Russolo i primi a firmarlo; il vero e proprio Manifesto dei pittori futuristi sarà invece presentato al pubblico in una serata al Teatro Chiarella di Torino e definito un “grido di ribellione” rivolto “agli artisti giovani d'Italia”. Per la prima volta nella storia dell'arte, un movimento artistico viene portato alla ribalta mediante un evento che oggi potremmo definire “mediatico”, e che avrebbe posto le basi per la diffusione di altre avanguardie che, di lì a poco, si propagheranno in tutta Europa. Le serate futuriste consistevano in eventi durante i quali gli artisti si esibivano di fronte al pubblico e rendevano nota la propria arte, servendosi di strumenti come la provocazione e lo scandalo e soprattutto, l'ironia.

Il Futurismo è stato il primo movimento artistico d'avanguardia organizzato. Un'organizzazione che potrebbe definirsi politica, dato che il movimento nasce con un preciso manifesto e con suoi adepti che esprimono apertamente un preciso programma ideologico. Il Futurismo, inoltre, non doveva presentarsi solo e semplicemente come una rivoluzione delle arti, ma doveva essere la causa scatenante di un rinnovamento totale che interessasse e coinvolgesse tutti i settori della società: dalla poesia alla politica, dal costume alla morale: esso rappresentò l'urgenza di dare vita a nuovi linguaggi che fossero in linea con i profondi mutamenti dati dalla modernizzazione e dal passaggio, in Italia, da un mondo agricolo a uno industrializzato e dinamico. Non a caso, i futuristi fanno della velocità e del movimento i pilastri portanti del loro pensiero: opere come “La città che sale” di Boccioni del 1910, è esemplare per comprendere una visione che contemplava la realtà come un vortice ascendente e la materia come miriadi di atomi in movimento, in un eterno e fluido svolgersi, sottraendosi alla staticità degli oggetti e alla definizione di forme.
Il movimento non fu accolto con grande entusiasmo dal mondo artistico e culturale dell'epoca, anzi: la querelle più famosa fu con il toscano Soffici, il quale, in un articolo su “La voce” del 1911, definisce le opere futuriste esposte alla mostra d'Arte Libera presso il Padiglione Ricordi di Milano “sciocche e laide smargiassate di poco scrupolosi messeri [..]”. La polemica finirà in una poco elegante e sicuramente insolita scazzottata fra “vociani” e “futuristi”.

Il Manifesto del Futurismo era diviso in due parti: nella prima, Marinetti paragona la nascita del nuovo movimento artistico ad una corsa in automobile mediante la quale, sfidando la morte, si può metter fine al vecchio modo di fare arte e dare inizio ad una nuova visione. Il programma degli “allegri incendiari” (è così che si definiscono i futuristi) è espresso in undici punti che esaltano la bellezza moderna della velocità e delle macchine e bistrattano l'arte del passato, i musei e le biblioteche, i capolavori immortali come la Gioconda e la Nike di Samotracia. Esaltando e glorificando la lampada elettrica, si rivendica il Divisionismo come condizione necessaria e fondamentale per la nuova pittura: ed è proprio la corrente affermatasi sul finire del XIX secolo il punto di partenza del Futurismo.
La visione dell'uomo moderno appare trasformata rispetto al passato ed arricchita di una nuova sensibilità in grado di percepire forme e volumi non più come oggetti chiusi entro un contorno, ma come flussi di particelle in continuo moto. “Tutti gli oggetti –afferma Boccioni– tendono verso l'infinito mediante le loro linee-forze [..]. Noi dobbiamo appunto disegnare queste linee-forza per ricondurre l'opera d'arte alla vera pittura. Noi interpretiamo la natura dando sulla tela queste linee come i principi o i prolungamenti dei ritmo che gli oggetti imprimono alla nostra sensibilità”.
Non a caso, il Futurismo si presentava come un'estremizzazione dei principi dell'impressionismo e del cubismo, del quale riprendeva la costruzione architettonica dei volumi. Inoltre, recuperando la teoria della relatività di Albert Einstein, i futuristi affermano la fine del concetto di spazio e tempo tradizionali ed il trionfo della simultaneità. Il tema del dinamismo si arricchisce grazie ai nuovi esperimenti fotografici svolti da Muybridge e Marey, nei quali si percepisce il movimento non più come elemento statico, ma come sequenza moltiplicata e sovrapposta. Per i futuristi la sperimentazione e la commistione con altre arti è senza dubbio fondamentale: gli artisti vanno a ricercare la sinestesia nell'arte, per cui un dipinto non è solo e semplicemente una immagine visiva, ma la si può arricchire di rumori, suoni, odori e parole.

La morte di Umberto Boccioni nel 1916 segna simbolicamente la fine del Futurismo storico. L'Italia era entrata in guerra e una delle sue vittime era stato proprio il trentaquattrenne artista interventista. “Noi vogliamo glorificare la guerra -sola igiene del mondo- il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore […]". Carrà passò alla pittura metafisica e Carrà al cubismo. Milano non sarà più la capitale del Futurismo: il primato passerà a Roma, dove continua a operare Balla e dove si radunano altri artisti. Tristan Tzara e Francis Picabia, i padri del Dadaismo, di lì a poco esclameranno:<>.