Ricerca, curiosità e passione: intervista al critico Armando Ginesi - II parte

Annalisa Cameli - 16.09.2008 testo grande testo normale

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La seconda parte dell’intervista al critico d’arte e giornalista Armando Ginesi

La seconda parte dell'intervista al critico d'arte e giornalista Armando Ginesi.

D: Milano è considerato il centro dell'arte e della cultura, gli artisti migrano verso questa grande città con la speranza di far conoscere le proprie opere. Ma è "giusto" spostare il fulcro, l'attenzione alle grandi città, piuttosto che valorizzare i piccoli centri culturali?
R: Milano è ancora la città più europea (e perciò più internazionale) d'Italia. La mia opinione è che bisogna andarci, quando serve, per vedere, per incontrare, per verificare. Poi il marchigiano artista è bene che ritorni nel suo studio a rielaborare i dati percepiti, le suggestioni raccolte. Perché ha la fortuna di vivere in una terra a dimensione dove c'è un paesaggio baciato da Dio.

D: Tornando al libro “Le Marche e il XX secolo. Atlante degli artisti”e a “Cinquant'anni attorno all'Arte dalla A alla Z”: grazie anche ai due volumi in questione, la Commissione del Circolo della Stampa ha voluto premiare l'intera cinquantennale attività di ricerca che lei ha svolto sia in Italia che all'estero con il “Premio delle Arti e Premio della Cultura” (che lo scorso anno venne assegnato a Papa Ratzinger per il libro “Gesù di Nazareth”). Cosa ha provato all'annuncio del premio?
R: Di premi, in pochi mesi, ne ho avuti due. Il primo è stato la menzione d'onore al Premio di Storia dell'Arte e della Critica d'Arte “Salimbeni” (creato da Federico Zeri). Per la prima volta, nella sua storia venticinquennale, ha deciso di assegnare un riconoscimento ad un libro che tratta di arte contemporanea, quello mio appunto. La giuria internazionale era composta da nomi che fanno tremare le vene e i polsi e presieduta da Carlo Bertelli. Il secondo è questo del Circolo della Stampa di Milano. Che cosa ho provato all'annuncio di ogni premio? Soddisfazione, certo, un po' di emozione, anche perché non sapevo assolutamente di essere un concorrente, nel senso che le partecipazioni le decidono gli editori.

D: Perché ci sono ancora tanti pregiudizi nei confronti dell'arte contemporanea?
R: Perché la gente non ama faticare e per penetrare nei fenomeni in generale e in quelli dell'arte in particolare occorre invece spendere le proprie energie. Adagiarsi sulle certezze acquisite (il tempo, che è sempre galantuomo, ha accertato i valori passati e li ha legittimati) è più facile che sforzarsi di capire cose nuove e, magari, di mettersi in gioco con esse. Anche se tutto ciò suona come un'assurdità, in quanto si dovrebbe percepire meglio il tempo proprio che non quello passato: di quest'ultimo magari si sa pure poco dal momento che, per saperne di più, occorre informarsi e studiare e dunque affrontare fatiche. Chi non riesce a cogliere le qualità e i messaggi della contemporaneità è, a mio giudizio, culturalmente morto.

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