Alberto Bragaglia, il pictor philosophus
Roberto Barzi - 20.07.2008

Tags: Pittore surreale ante litteram
Uno spirito libero Alberto Bragaglia, nato a Frosinone il 26 gennaio 1896 che, pur essendo figlio del suo tempo, fu sempre ritroso agli allori in un periodo -quello del ventennio- in cui tutti cercavano di fregiarsene.

I fratelli lo chiamarono «pictor philosophus» per la sua erudizione che spaziava dall'arte alla filosofia, dall'architettura alla scenografia, dal teatro alla teoria estetica. Amico dei futuristi, non esitò nel 1921 a decretare il loro «de profundis» con l'articolo Il fu... futurismo. Di carattere taciturno, usciva dal suo isolamento per insegnare nei licei. Collaboratore di quotidiani fascisti come «Il Tevere», in gioventù scrisse per il foglio anarchico «Umanità Nuova».
Stiamo parlando di Alberto Bragaglia, l'ultimo occulto fratello dei più celebri Anton Giulio (1890-1960), Carlo Ludovico (1894) e Arturo (1893-1962), i «tre moschettieri» dell'arte d'avanguardia.
Uno spirito libero, Alberto Bragaglia, nato a Frosinone il 26 gennaio 1896 che, pur essendo figlio del suo tempo, fu sempre ritroso agli allori in un periodo -quello del ventennio- in cui tutti cercavano di fregiarsene. Indipendente per carattere, un solitario che preferì vivere tra le quinte di quella Roma divenuta, fin dalla metà degli anni '10, il centro propulsore di tutte le avanguardie. Un artista in ombra per scelta, ma anche perché cercò sempre di distanziarsi dai successi e dagli eccessi di Anton Giulio, il quale scrisse di lui nel 1929: «I miei fratelli prendono parte alla mia vita come pezzi di me stesso. Io sono me più loro; per ciò posso sembrare più bravo di quello che sono [...] Il terzo fratello è Alberto, mente geniale, vasta cultura, fantasia estetica speculativa di indirizzo rivoluzionario; ma per carattere indipendente. Alberto non ha collaborato al nostro sforzo, sebbene spiritualmente ci stia vicino nelle sue concezioni estetiche. È il più vero degli Indipendenti, Alberto».
Dove però il «regisseur» ciociaro disse solo una mezza verità, poiché il suo più giovane consanguineo non gli fu vicino solo «spiritualmente», ma lo aiutò materialmente in più occasioni.
Dei quattro fratelli Bragaglia Alberto fu l'ultimo, ma solo anagraficamente, per il resto non solo fu alla loro altezza, ma fu l'unico a saper conciliare i proprî interessi con i desiderî dei genitori, il padre soprattutto, laureandosi nel 1920 in Giurisprudenza e nel 1923 in Lettere e Filosofia. E se la filosofia divenne per lui pane quotidiano -si realizzò professionalmente come insegnante e ne fece viatico personale, assorbendo e meditando il pensiero di Giovanni Gentile, di cui fu allievo e 'sodale', così come fu amico e assistente di Ardengo Soffici e poi di Curzio Malaparte- non per questo rinunciò alla sua vera vocazione, l'arte e in particolare alla pittura.
Inclinazione più genuina che lo attrasse fin dalla giovinezza quando, tredicenne, s'iscrisse di nascosto alla «Scuola libera del nudo». Di nascosto dal padre, che impegnato come direttore amministrativo alla «CINES -prima vera industria cinematografica italiana- non si accorse, o forse non volle, che anche il suo ultimogenito stava, in parte, seguendo le orme di Anton Giulio, il quale per fare il giornalista dovette scappare di casa.
Sebbene i due fratelli si assomigliassero fisicamente, tanto che in età matura Alberto fu a volte scambiato per Anton Giulio, i due non potevano essere più diversi per carattere: tanto era tranquillo e sereno il primo quanto irascibile e ribelle alle convenzioni il secondo, e se una cosa li accomunava era la loro pungente ironia di marca.
Alberto iniziò contemporaneamente a frequentare gli ateliers di via Margutta e di Villa Strohl Fern, facendo la conoscenza dei più rinomati pittori del primo '900, passatisti o futuristi che fossero. Fu tuttavia nel 1912 che individuò il proprio percorso artistico, quando entrò in contatto con Giacomo Balla, iniziando le sue prime esperienze di pittura non oggettiva. Ebbe anche modo di conoscere Umberto Boccioni e, pur essendoci anche con lui una netta differenza d'età, ribadirà sempre la propria stima e amicizia per il celebre artista. Qualità da questi ricambiate, ma non con il fratello maggiore, dato che nel 1913 Boccioni scriverà al gallerista Sprovieri: «Escludi qualsiasi contatto con la fotodinamica del Bragaglia», che reputava un arrivista.
Furono questi storici incontri a solidificare le sue concezioni estetiche e pittoriche, idee condensate nel proprio ego poiché Alberto Bragaglia fu soprattutto un grande visionario, ne sono testimonianza le sue innumerevoli opere. Pitture fantastiche, surreali ante litteram, visionarie appunto, in cui espresse le proprie facoltà creative in stretta simbiosi con il suo stato d'animo, traducendo in immagini oniriche ciò che gli proveniva dal subconscio. Artefatti che vanno da personali rivisitazioni dell'avanguardia italiana come in Macchina del futuro (1916) o Ragno futurista (1919), a più libere e spontanee associazioni visive come in Meteore (1919), Veggenze e Paesaggio con guglie, entrambe del 1920. Nella maggior parte dei suoi lavori si può rilevare il suo DNA artistico, composto d'astrazioni ritmiche ispirate al mondo vegetale, animale e minerale poi riportate sulla tela in immagini ingradite, deformate, ricostruite: una vera e propria concezione panica dell'universo.
Idee che rafforzò in due brevi saggi d'estetica, a tratti non poco farraginosi, -ma a quell'epoca era attorno ai vent'anni- composti tra il 1916 e il 1919, poi apparsi a puntate sulla II serie delle «Cronache d'Attualità» nel '19. Erano intitolati Policromia spaziale astratta e Panplastica, e pur trattando soprattutto di pittura, «bidimensionalità della tela», rapporti di tonalità, prospettiva e piani di luce artificiale, vi si possono individuare anche punti concernenti le sue teorie sulla rivoluzione teatrale, sulla coreografia e su una moderna scenografia astratta. I concetti erano i medesimi: ritmicità, panicità, luce, composizioni astratte ai quali aggiunse la preminenza della danza sulla musica.
Notazioni ampliate nella sua Teoria orchestica, anch'essa pubblicata in quell'anno sulle «Cronache», in cui Alberto sottolineava il proprio ideale di una «danza senza musica», concettualmente vicina a quella «euritmica» di Rudolf Steiner, basata sulla «Eine sichbare Sprache», idea traducibile in «Visibile parlato».
Un teatro più incentrato sui movimenti scanditi dei ballerini che sulla musica, sulla mimica più che sulla parola, ma soprattutto visivo.
Questi erano le dottrine di Alberto Bragaglia, simili a quelle che Anton Giulio traduceva con successo sul palcoscenico del suo teatro alle Terme degli Avignonesi, denominato «degli Indipendenti». Ne scaturirono spettacoli come la pantomima Il Cabaret Epilettico, -alla quale cooperò Marinetti- rappresentata nella stagione 1922/23, in cui vivaci scenografie basate su colori iridescenti e giochi di luci artificiali s'intrecciavano al ritmo ossessivo delle coreografie a loro volta accompagnate da sincopate musiche americane. Questa rappresentò la traduzione parziale di una delle tante proposte di Alberto per un «Teatro visivo... », come intitolerà nel 1926 in un suo articolo apparso su «Spirito Nuovo»», uno dei tanti fogli intellettuali fondato dalla "fronda" fascista.
Lo stesso Anton Giulio non potè che riconoscere, anche se tardivamente, al fratello lo «spirito» dello spettacolo nel suo libro Il segreto di Tabarrino (1929): «Vedemmo che le scene in moto durante l'azione mimica, sono state ideate per la prima volta da Alberto Bragaglia in una serie di articoli pubblicati nelle Cronache d'Attualità (1919), articoli tradotti anche in lingua tedesca. Queste scene dinamiche applicate al Balletto Il Cabaret Epilettico hanno anche ispirato il maestro Casavola». Certamente un riconoscimento al consanguineo, ma anche un debito che il «regisseur» ciociaro non poteva non pagare. Debito contratto da tempo e nel tempo accresciuto, poiché come hanno rilevato alcuni storici del teatro -Alberto Cesare Alberti e il più noto Mario Verdone- il «pictor philosophus» lo aiutò in più occasioni componendo o correggendo parte dei suoi libri ed articoli. Non sta a noi ribadire se quanto scritto dagli esperti sia del tutto vero, ma certamente Anton Giulio Bragaglia non poteva arrivare dappertutto con le sue sole forze fisiche, artistiche, morali e intellettuali.
Nel frattempo Alberto, costatando che «molte sue idee e sue opere, fatte proprie da altri, venivano divulgate senza il riferimento storico alla sua paternità culturale» si chiuse sempre più in se stesso, come riferito dal suo secondogenito Leonardo che tanto si prodica, anche grazie all'apporto dello storico e critico d'arte Professor Carmine Benincasa, al quale si devono numerosi progetti culturali, nonché accurate retrospettive. Continuò quindi la propria vita insegnando e dipingendo quelle tele che nulla hanno da invidiare a quelle di più acclamati artisti a lui contemporanei, se non addirittura al di là da venire.
Scrisse poi nutriti articoli in veste di critico d'arte per quotidiani e periodici come «L'Interplanetario», «Nuovo Paese» e più tardi, nel 1934, per «Il Tevere» anche grazie a vari pseudonimi. Pubblicò persino una raccolta di saggi ed articoli sull'urbanistica intitolata L'Avvenire delle città, nel 1938.
Visse un'esistenza senza grandi soprassalti, appartato -almeno ufficialmente- dai fratelli.
Apparentemente appunto, poiché ancora il 24 febbraio 1939 Anton Giulio -su carta intestata del «Teatro delle Arti»- gli scriveva: «Caro Alberto,/rispondi tu per me a queste domande come credi meglio e firma tu stesso per me./Tanti saluti./ Anton Giulio». Lettera che Alberto Bragaglia, uomo di spirito, conservò incorniciata per il resto dei suoi giorni, giorni che durarono ancora a lungo visto che morì ad Anzio il 30 aprile 1985.
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