Roberto Barzi - 25.05.2008

La rappresentazione artistica del volto di Gesù narrata da un noto storico dell’arte. Due millenni di figurazioni: dalle catacombe a Giotto, da Tiziano a Caravaggio, da Gauguin a Pier Paolo Pisolini e Andy Warhol.
"Come mai solo la religione e conseguentemente l'arte occidentale -per tutto il tempo in cui la religione è stata il mulino che ha macinato la maggior parte dell'arte occidentale- hanno espresso il senso del tragico? Teste se ne sono tagliate e se ne tagliano da sempre in tutto il mondo, anche ai nostri giorni, purtroppo [...] Il dolore è il sale del mondo. Ma solo l'arte occidentale l'ha rappresentato, come abbiamo appena visto [...] in Masaccio."
All'inizio Gesù fu raffigurato con il volto di un abitante della Giudea, poi divenne biondo e imberbe, successivamente si trasmutò in castano, con tanto di barba incolta. Attualmente ha il volto di un palestinese. Ma qual'è il vero volto di Cristo, o per lo meno quale potrebbe essere il più obiettivo? Questo interrogativo è da sempre al centro degli interessi dei credenti, come degli storici della religione e dell'arte. A tale domanda nel corso degli ultimi due millenni le risposte sono state numerose, e in molti casi perfino paradossali. Ora Flavio Caroli con il suo saggio, dal titolo esplicativo Il volto di Gesù , ha donato all'interessato lettore il proprio riscontro. Una risposta ovviamente soggettiva, ma che conduce l'appassionato di storia dell'arte in una vivace peregrinazione attraverso i secoli. Si tratta di un testo di agile lettura che narra le vicende, o per meglio dire le vicissitudini, delle innumerevoli metamorfosi del volto di Cristo. Una progressione storica e non solo artistica, all'interno della Storia, che narra i suoi svariati mutamenti figurativi percepiti da artefici noti e meno noti, talvolta addirittura sconosciuti, che hanno affrontato questa tematica legata a filo doppio alla politica e alla religione.
Come sempre Caroli conduce la sua indagine basandosi sulla "fisiognomica", l'arte cioè di esprimere in una figura, in questo caso principalmente in un volto, la psicologia dell'essere rappresentato. Ed è proprio questo metodo di conduzione della sua ricerca ad avvalorare ulteriormente la validità storiografica/artistica del libro.
Ma come è nato nel celebre storico dell'arte l'interesse per questa particolare immagine? Lo racconta lui stesso nella premessa del volume: "Ho deciso di scrivere questo libro esattamente quarantatre anni fa, dopo aver visto per l'ennesima volta [...] Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini [...] quella sera, nella mia ingenuità di ragazzo a sua volta innamorato dell'arte, mi arrovellai intorno a una domanda [...] in quanti modi si può immaginare Gesù? Tutti coloro che l'hanno raffigurato, non l'hanno visto. E dunque il modo di pensarlo non è né oggettivo né innocente. Dietro a ogni fantasia che ricrea Gesù, c'è una scelta. A cosa è dovuta questa scelta?". Un quesito in realtà assai poco ingenuo, poiché lo studioso sapeva bene, nel lontano 1964, che la raffigurazione del volto di Cristo si deve principalmente alla politica dell'arte, o meglio all'arte che si adatta alle esigenze politiche e religiose di un preciso periodo storico.
Storia, politica, religione: è, e da sempre, questa triade a decidere quale deve essere l'icona, o per meglio dire l'immagine ufficiale che dà più risalto allo Stato. Gli artisti debbono adeguarsi alle loro disposizioni oppure essere condannati al limbo perpetuo. Però non tutti si sono remissivamente adeguati a queste direttive. Anzi, evidenzia Flavio Caroli nel suo libro, sono stati proprio i cosiddetti dissidenti, coloro che hanno innegabilmente donato alle nazioni, nel corso degli ultimi due millenni, le migliori effigi di Gesù. Che poi le abbiano concepite per puro spirito polemico, oppure per loro libero arbitrio, poco importa, contano invece le loro opere: i dipinti, le sculture, le incisioni, che durante i corsi e i ricorsi della Storia hanno glorificato Cristo.
Tuttavia, sin dall'inizio, la storia del volto di Gesù si è svolta in un susseguirsi di vicissitudini e guerre intestine fra gli artefici dell'iconografia e coloro che, al contrario - i cosiddetti "iconoclasti" -, proibivano qualsiasi raffigurazione di Dio. Caroli descrive tutto ciò con la sua consueta spigliatezza, manifestando nel lettore il desiderio sempre più manifesto di conoscere tali avvenimenti. Lo fa con particolare arguzia, miscelando l'arte ad avvenimenti religiosi, storici e soprattutto politici. Come si può constatare da questo passo: "Nel 726, un editto dell'imperatore d'Oriente Leone III [...] ordina la distruzione di tutte le immagini che rappresentino in forma umana Cristo, la Vergine, i santi e gli angeli. Perché proprio adesso? Perché una decisione così radicale? Gli storici pensano che l'inizio delle guerre iconoclaste abbia motivazioni non del tutto ancora chiarite. Fatto sta che il fuoco che covava sotto la cenere incendia il mondo. Il conflitto infuria per più di un secolo in tutto l'impero bizantino, fra gli iconoclasti (distruttori di immagini e quelli che gli stessi iconoclasti definiscono «iconoduli», cioè servi delle immagini." Ovviamente la storia ha avuto un lieto fine, ma quante catastrofi, prima della vittoria degli "iconoduli", per delle immagini: "E' un massacro. Il fatto stesso di conservare un'icona è punibile con la flagellazione, la marchiatura, la mutilazione o l'accecamento."
Si potrebbe perfino affermare che è da questa guerra iconografica che nasce ufficialmente l'arte sacra. Da allora è tutto un susseguirsi d'immagini di Cristo: c'è chi le concepisce, in pieno medioevo, " espressioniste" e chi "idealizzate". Chi le crea con somma retorica, secondo le direttive della Chiesa e chi, al contrario, raffigura Gesù coi lineamenti più popolani, ovverosia in un'altra forma di retorica visiva. In ogni caso questi artisti sono giustamente considerati dei sommi artefici, cui anche la Chiesa si deve, magari storcendo un po' il naso, inchinare. Tutto ciò avviene nel corso dei secoli attraverso alti e bassi, vicissitudini storiche, personali e culturali, che arricchiscono ogni volta il valore iconografico del volto di Cristo. Fino all'Ottocento è un profluvio di visioni evangeliche, poi l'arte sacra ha fine o quasi, poiché, con fini più politici che religiosi, l'iconografia di Cristo ha ancora i suoi cantori. Poeti dell'immagine del calibro di Honoré Daumier, Paul Gauguin, Emile Bernard. Già, la politica, è sempre lei che anche in pieno secondo conflitto mondiale donerà al mondo un capolavoro assoluto: la Crocifissione di Renato Guttuso. Un'opera nella quale, al posto di Gesù, è ritratto un partigiano, e che fa ovviamente scandalo, poiché Maria Maddalena e la Madonna vi appaiono nude: il volto del Cristo del XX secolo. Un Ventesimo secolo che raccoglie alcune altre strazianti figurazioni del Signore: immagini cinematografiche, come quelle di Pier Paolo Pisolini, che ricalcano però i capolavori di Rosso Fiorentino e di Caravaggio, e quelle più poetiche di Ermanno Olmi. Poi giunge l' Ultima cena , quella "pop", un po' trasgressiva di Andy Warhol, che pur rappresentando un'immagine sacra, magari del "consumismo", riproduce però fedelmente l'icona assoluta di Leonardo da Vinci.
"Nessun uomo (se non forse Buddha) - conclude Flavio Caroli - è stato rappresentato tanto quanto Gesù Cristo. E si può star certi che anche le immagini che produrrà su di lui la fantasia del futuro non saranno [...] né oggettive né innocenti.
Saranno le immagini - ad multos annos - del Gesù di cui avrà bisogno il mondo di domani".
Titolo: Il volto di Gesù
Autore: Falvio Caroli
Anno di pubblicazione: gennaio 2008
Editore: Arnoldo Mondadori Editore
Collana: Saggi
Numero pagine: 112
Prezzo: 17,00
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