Paris en Couleur (dai fratelli Lumière a Martin Parr) - Fino al 31 marzo a Parigi

Matteo Innocenti - 11.03.2008 testo grande testo normale

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Tags: Paris, Coleur, Mostra, Fotografia

Pure esiste una strana equazione per cui ogni traccia, ogni documento, persino ogni memoria d’inizio Novecento resta chiusa in uno scrigno a tinte bianconere. Prendete Parigi per esempio, fiore meraviglioso d’arte e cultura sul far del secolo, da noi sempre ricordata in quegli anni attraverso istantanee d’impermeabili spenti, sigarette al fumo d’avorio, strade d’asfalto scuro.

Pure esiste una strana equazione per cui ogni traccia, ogni documento, persino ogni memoria d'inizio Novecento resta chiusa in uno scrigno a tinte bianconere. Prendete Parigi per esempio, fiore meraviglioso d'arte e cultura sul far del secolo, da noi sempre ricordata in quegli anni attraverso istantanee d'impermeabili spenti, sigarette al fumo d'avorio, strade d'asfalto scuro; persino il cuore della città – pulsante tra café, boulevard ed eccentrica vita notturna - inevitabilmente incolore. I geni pittorici delle avanguardie? Condannati anch'essi: facce d'artista in scala di grigi.
Eppure tale scenario, comunemente accettato, è quantomeno infondato; un po' per ignoranza, un po' per scarsità di notizie. Perchè i celeberrimi fratelli Lumière, pionieri dell'immaginario moderno ed inventori del cinematografo, crearono nel 1903 e commercializzarono nel 1907 l'autochrome; un'ingegnosa lastra di vetro a due strati interni, uno con pigmenti di fecola di patata - viola, arancio e verde - l'altro con una striscia di bromuro d'argento: i raggi luminosi filtravano dai colori e poi impressionavano la pellicola che, sottoposta al processo d'inversione, diventava simile a una diapositiva. Ciò comporta oggi la possibilità di rivedere le strade, i monumenti, i negozi, le persone - tutto ciò che pensavamo sbiadito - al massimo della verosimiglianza.
La mostra rivelatrice è Paris en Couleurs; percorso iconografico rigorosamente a colori con tema la capitale, dai primi esperimenti etnografici-voyeuristici, fino agli scatti di moda e alla contemporaneità. Nel totale tre sezioni ben distinte.
Innanzitutto la Belle Époque, osservata come dall'esterno; poche tracce dello sfavillante Moulin Rouge o dei tecnologici palazzi dell'esposizione universale, piuttosto il sorriso di una fioraia, la faccia nera di un venditore di carbone, il gioco di un bambino con i ginocchi sbucciati. Eppure più che dalle persone, testimonianza viva di forti squilibri sociali, il fascino di questi scatti deriva dal variegato apparire di quartieri e abitazioni. L'urbanesimo cittadino è protagonista assoluto, nel suo darsi come distesa infinita di forme e gradazioni cromatiche. Le immagini in questione provengono dall'archivio di Albert Kahn, eccentrico banchiere che entro il 1930 fece realizzare ben 72.000 autochrome in 50 paesi diversi, secondando il titanico progetto di tracciare un'antropologia del pianeta terrestre.
Il percorso prosegue con gli anni del secondo conflitto mondiale e dell'occupazione tedesca; in generale si tratta di materiale scarso, viziato dai divieti di un totalitarismo che volle accettare soltanto l'arte propagandistica. Un cambio improvviso di rotta avviene con la Liberazione, quando i fotografi sembrano risorgere dalla moria bellica: bandiere francesi e statunitensi incrociate in ritratti di capitale nuovamente affrancata, capace di festeggiare, sorridere, misurarsi in bellezza con il resto del mondo. Gli artisti che ritraggono l'evento hanno importanza di primo rilievo, Robert Doisneau, Ernst Haas, Robert Capa, Ihei Kimura e altri ancora. I diversi stili variano poeticamente da un registro ufficioso - che potremmo definire storico - ad uno intimista, affascinato dal dettaglio più che dalle manifestazioni massive .
Nell'ultima fase il colore, divenuto materia essenziale per le riviste di moda, si fa incanto. Il vertice artistico è segnato da Vogue Paris; con i contributi di talenti quali William Klein, Helmut Newton, Guy Bourdin, Dennis Hopper. La nuova generazione fotografica consacra Parigi come luogo del sogno, della magia, del fascino; essa è set ideale per ogni sperimentazione tecnica ed artistica.
Una piccola parentesi si apre anche sul contemporaneo, soprattuto su quel rinnovamento formale dell'architettura cittadina che trova la più celebre e compiuta espressione nel Centre Pompidou. Negli scatti dell'Italiano Massimo Vitali, o in quelli di Ermin Wurm e Philippe Ramette, traspaiono in modo esatto i tratti salienti dell'odierna metropoli: cultura, etnie, tendenze, rigore, caos. Formidabile bellezza. Una Parigi che ancora, almeno una volta nella vita, conviene vedere. Naturalmente a colori.

Paris en Couleurs (dai fratelli Lumière a Martin Parr)
4 dicembre 2007 – 31 marzo 2008
Hotel de Ville
5 Rue Lobau 4EME Paris
Tutti i giorni, eccetto la domenica : 10 – 19
Ingresso gratuito

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