Francis Bacon, pittore maledetto - A Milano fino al 29 giugno

Roberto Barzi - 10.03.2008 testo grande testo normale

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Dalla fine degli anni ‘30 alla sua morte, avvenuta nel 1992, la visione di Bacon è stata quella di un mondo senza sensibilità. Non ha mai smesso di dipingere il corpo umano, o parte del corpo, in stato di sofferenza, di bisogno o in agonia. A volte il tormento che rappresenta sembra sia stato inflitto, ma il più delle volte dà l’impressione di provenire dall’interno, dalle viscere stesse del corpo, dalla infelicità tangibile dell’esistenza.

Ho sempre sognato di dipingere un sorriso, ma non ci sono mai riuscito.” Francis Bacon

Bacon giunse in ritardo alla pittura, ma poi, una volta arrivatovi - direbbe Gertrude Stein - era come se fosse stato lì da sempre. Poiché Francis Bacon (Dublino 1909-Madrid 1992) può ormai essere considerato il pittore più classico che il '900 possa vantare. Ora la antologica che si è aperta al Palazzo Reale di Milano ne vuol esaltare la figura, con un'esposizione in cui ogni dettaglio è stato studiato per attrarre il visitatore in quel vero e proprio inferno privato che era il mondo di Bacon. Egli torna così a Palazzo Reale, dopo quindici anni di oblio nel circuito artistico italiano, benché sia considerato da sempre un indiscusso maestro del Novecento.

La rassegna punta a rilevare l'importanza di uno dei maggiori esponenti della seconda metà del XX secolo, nelle cui opere trovano espressione il sentimento interiore e individuale dell'uomo moderno, con immagini violente e rabbiosamente tragiche. Dai piccoli ritratti ai monumentali trittici i suoi quadri sono contraddistinti da una profonda partecipazione emozionale, nonché da valenze simboliche del tutto personali, ricche di allusioni cinematografiche, letterarie e religiose. Un corpus senza eguali nella storia dell'arte degli ultimi cinquant'anni. La particolarità della mostra è data tuttavia da una sessantina di capolavori quasi tutti inediti per l'Italia. Tra gli altri, alcuni dipinti degli anni '30 che rivelano la ricerca sul linguaggio condotta da Bacon, avvinta dalla deformazione e dall'ambiguità delle figure riprodotte.

L'esposizione ha inizio con una carrellata di importanti opere su carta, ritrovate soltanto dopo la morte dell'artista. Il percorso prosegue con i dipinti del primo dopoguerra, la serie delle Teste (1949), e i dipinti che affrontano la tematica dei papi. Seguono i ritratti degli anni Cinquanta e del decennio successivo. Degli anni '70 sono esposti i grandi trittici, che evidenziano l'esasperante attenzione rivolta al soggetto umano, seguono poi le produzioni degli ultimi anni con la loro predilezione per il racconto. L'allestimento della mostra è essenziale e minimalista, per meglio esaltare le opere di Bacon.

La rassegna tende soprattutto a mettere in rilievo uno scompiglio esistenziale che rivela, attraverso i dipinti dell'artefice, la vera essenza dell'uomo. La stessa confusione era presente nello studio di Bacon, l'atelier che ora viene integralmente riproposto grazie ad una serie di diapositive proiettate sulle pareti della prima sala della mostra, fotografie che costituiscono l'entità del disordine che quotidianamente circondava il pittore, un caos da cui nascevano come per incanto i suoi capolavori.

Sembra assurdo classificare l'artista britannico nell'Olimpo dei classici, eppure la sua pittura, pittura vera, intimamente e soffertamente vissuta, ha nelle proprie origini il seme dell'arte atemporale, come per ogni opera che si rispetti, classica appunto. Certo, per chi si accostasse per la prima volta alla visione delle tele di Bacon il termine “classicista” sembrerebbe l'unico cui l'artista non dovrebbe aver aspirato. Lui, infatti, si considerava solo per quel che era, un pittore maledetto dedito alle perversioni sia intellettuali che fisiche, un essere umano, insomma, che riteneva la propria esistenza come una semplice tappa in attesa della morte. Soprattutto per questo motivo Bacon è stato assimilato all'altro grande irlandese suo contemporaneo, Samuel Beckett. Stesse origini, stesse tematiche esistenziali, identico modo di porle tanto al lettore quanto all'appassionato di pittura: la vita e la morte, la sua attesa, la solitudine quotidiana. Stesso atteggiamento nel presentarle ai loro incauti spettatori: “Signori, questa è la vita, un'eterna crocifissione.” Proprio come il trittico intitolato, appunto, Tre studi alla base di una Crocifissione (1944).
In esso Bacon aveva identificato l'espressione suprema della sofferenza umana e delle sue metamorfosi quotidiane e, infine, della morte. Questo fu il suo “nutrimento” giornaliero, condito di figure ingabbaiate, imprigionate in se stesse, smembrate, sature di ferite mal curate e sanguinanti, di corpi atrofizzati, frantumati, il tutto analizzato nelle sue opere così come lo farebbe un anatomopatologo sul proprio tavolo di lavoro. Medesimo discorso va fatto per la solitudine umana, tema centrale di Francis Bacon, lo stesso concetto riscontrabile nell'opera letteraria di Samuel Beckett.

Il pittore fu inoltre un feroce ritrattista poiché sapeva trarre dall'espressione di un corpo e di un volto l'estremo senso di sofferenza fisica e mentale. Volti e corpi contorti, sconvolti, asfittici sotto una luce spietata: “Talvolta passava uno strofinaccio sulla pittura fresca per sfigurarne i volti”, descrisse in un suo saggio Argan.
Anzi, sembra quasi che Bacon trasformasse i soggetti dei suoi ritratti in fantocci inanimati da poter collocare in qualche opera del teatro dell'assurdo, o meglio della crudeltà, come se volesse proseguire il discorso, iniziato negli anni '30, da Antonin Artaud. Ritratti creati grazie anche ad un continuo confronto con la letteratura, secondo la maggior parte dei critici, un raffronto che mai l'artista britannico si sarebbe sognato di vedersi affibbiare, dato che confessò: “da bambino non leggevo nulla.”

Bacon rimane assimilabile agli eccelsi pittori da lui amati: Michelangelo e Velázquez.
Come ci ricorda il suo quadro più noto: Studio del ritratto di Innocenzo X (1951), opera che compose e ricompose più volte, sulla base di fotografie del capolavoro dell'artista spagnolo, affascinato dalla sua inimitabile maestria. Lo si potrebbe comparare anche a Van Gogh, di cui riprese le suggestive immagini dai colori accecanti nelle elaborazioni dei campi arsi dal sole, contrastanti nei gialli del grano e nei neri dei corvi. Bacon amò il pittore olandese fino a ritrarlo più volte, come in Studio per un ritratto di Van Gogh III del 1957, in cui giunse al proprio culmine cromatico. Anche in quest'opera, così come in quella di Innocenzo X, Bacon non smentì il suo credo artistico fatto di convulsioni, storcimenti e struggimenti umani, gli stessi che lui viveva giorno per giorno, come confessò più volte, avendo “continuamente il senso della morte.”
Queste le sue motivazioni artistico/esistenziali, quasi un atto di costrizione per tutti quei critici che mal digerirono la pittura di Bacon, o che la considerarono poca cosa. Strano destino il suo: tanto poco considerato inizialmente in Patria quanto elevato a sommo grado all'estero, specialmente in Italia. Qui fu “scoperto” da studiosi del calibro di Testori e Brandi, qui fu ospitato più volte in mostre ormai storiche, qui fu considerato degno di avere una personale già alla Biennale del 1960.

Se “classico” può apparire un appellativo troppo impegnativo per un pittore come Bacon, ancor meno possibile sarebbe considerare amabile il suo modo di fare arte. Troppo per chi fece dell'orror panico il proprio motivo di studio pittorico. Eppure belle appaiono le sue opere, composte come solo un vero pittore sa fare grazie a studiate pennellate, a tocchi morbidi e vellutati o violenti e materici, per mezzo di sostanze ora grasse e opache, ora magre e traslucide, ma sempre elaboratissime.

Delle immagini che nonostante tutto non danno quel senso di fastidio che ci si può attendere dai suoi soggetti fatti di lucida violenza, consapevole follia anzi, come quella che quotidianamente perseguita l'intero globo. Come rivela il suo dipinto, sempre attualissimo, intitolato Figura sdraiata con siringa ipodermica (1963). Un'opera crudele e assurda che fece scrivere a Giovanni Testori: “Sarebbero queste creature, negate alla grazia estetica, avvicinate e abbracciate dalla terribile grazia dell'insurrezione religiosa? Verrebbe da rispondere di sì: se esse riescono a ottenere un grado di beltà di cui nessuna pittura, da sé, per magistrale che fosse, le avrebbe potute dotare.”

Francis Bacon
Palazzo Reale - Milano
Dal 4 marzo al 29 giugno 2008

Orario: lunedì dalle ore 14.30 alle ore 19.30
Dal martedì alla domenica dalle ore 9.30 alle ore 19.30
Giovedì dalle ore 9.30 alle ore 22.30
Biglietti: intero euro 9,00
Ridotto euro 7,00 Ridotto speciale euro 4,50
Catalogo Skira editore


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