Politica della fotografia - David Levi Strauss
Roberto Barzi - 28.02.2008

Tags: Fotografia, politica e arte
Di fronte al moltiplicarsi dell’uso che si fa della fotografia, all’ubiquità dell’immagine e alla pressante e stressante alacrità dei messaggi, che richiedono tutti con massima urgenza la nostra attenzione, non manca chi si è messo a riflettere sui quesiti che tutto ciò solleva, sugli shock e le conseguenti assuefazioni che derivano da queste frequentazioni.

“Non è che noi scambiamo la fotografia per la realtà: noi la preferiamo alla realtà. Non ce la facciamo a sopportare la realtà, ma sopportiamo le immagini, come se fossero stigmate, bambini, compagni caduti. Noi le soffriamo, le idealizziamo, ci crediamo perché abbiamo bisogno che ci dicano ciò che siamo.”
Di fronte al moltiplicarsi dell'uso che si fa della fotografia, all'ubiquità dell'immagine e alla pressante e stressante alacrità dei messaggi, che richiedono tutti con massima urgenza la nostra attenzione, non manca chi si è messo a riflettere sui quesiti che tutto ciò solleva, sugli shock e le conseguenti assuefazioni che derivano da queste frequentazioni.
I saggi, che a queste tematiche ha dedicato David Levi Strauss, occupano un posto particolare nella storia della critica fotografica poiché tutti gli argomenti, le suggestioni, le diatribe e le susseguenti connessioni, vengono non solo ripensati e riproposti, ma anche riscontrati, ampliando il discorso all'intera situazione culturale e politica. Focalizzando una rete di “linguaggi” nella continua evoluzione della fotografia che spargono luce nuova ed eterogenea sul fenomeno e consentono una ricapitolazione stimolante quanto approfondita.
Di solito si legge per puro diletto, informarsi, studiare. Certi libri invece sono scritti per far riflettere, ricordare, approfondire. E' il caso del bel volume Politica della fotografia di David Levi Strauss, nel quale l'autore imprime a termini ambivalenti come politica e fotografia particolari significati, giungendo a legarli in un binomio indissolubile: politica della fotografia, appunto.
Ovviamente questa espressione è stata analizzata nei suoi innumerevoli ambiti, alcuni dei quali ambigui per definizione: ci si riferisce soprattutto alla cosiddetta politica editoriale, pubblicitaria, ma anche prettamente artistica. David Levi Strauss si chiede quali significati si possano attribuire alla fotografia attuale, in un'epoca dominata da Internet. Come viene usata e/o distorta dagli artisti, fotoreporter e mass media. Le sue risposte sono molteplici, proprio come lo sono gli usi che se ne fanno a fini politici.
Già, politici, come da sempre è capitato alla scultura e alla pittura, divenuti - da semplici mezzi comunicativi ed espressivi - dei simboli politico/culturali della società, ed in particolare del potere, qualunque esso sia. Nessun tipo di società è mai stata sovrastata dalle immagini come quella attuale, eppure la capacità di comprenderne a fondo i messaggi sembra diminuita rispetto al passato, poiché è sempre più facile manipolarle, aggiustarle, correggerle quel tanto che basta per rettificarne il messaggio o il significato originale.
In Politica della fotografia Strauss analizza vari contesti: dall'impiego della fotografia nella propaganda politica all'immagine intangibile dei sogni, dall'epos sociale di Sebastião Salgado alle rivelazioni intime di Francesca Woodman, dalla frenesia mediale dopo la tragedia dell'11 settembre alle denunce di genocidio del Rwanda nelle opere di Alfredo Jar. “Rwanda, Rwanda, Rwanda. Rwanda: ora questo nome ci rimanda a tante immagini, cadaveri lividi e gonfi che galleggiano sul fiume Kagera, alla deriva come legna in fondo ad una cascata; corpi smembrati e dispersi nel cortile di una chiesa, ai piedi di una luccicante statua del Cristo Salvatore con le braccia al cielo in segno di benedizione […] Le immagini servivano per illustrare le notizie, ma alla fine agivano per conto loro. La verità è che nessuno legge queste notizie: se la gente le leggesse, avrebbe reagito per fermare il genocidio […] ”
Alla sorte ancor più allarmante dei Bambini di strada: “ […] Ogni anno, negli Stati uniti, un milione e mezzo di ragazzini fuggono di casa. Molti di loro finiscono per strada. Contrariamente a quanto si pensa, la maggior parte di loro fuggono non perché vogliono, ma perché devono; persino le strade sono più sicure rispetto a quello da cui fuggono […] ” A quello che le fotografie, soprattutto quelle digitali - o più in generale le immagini -, ci rappresentano. Anche se ormai siamo più abituati a collezionarle, classificarle, soprattutto scaricandole da Internet, che non ad osservarle, interpretarle e valutarle per ciò che veramente ci appaiono, e in moltissimi casi non sono.
Con la sua incessante denuncia dello sfruttamento del mezzo fotografico lo scrittore intende portare alla luce e analizzare le controversie culturali, sociali e artistiche che dominano gli ultimi due secoli. Lo fa per mezzo della propria forza intellettuale, poetica, critica, segnalando al contempo i difetti che la fotografia, per quanto realistica e innocente possa essere, si porta dietro dalla sua nascita.
Non mancano ovviamente, quali fondamenti estetici, dei capitoli in cui è l'immagine artistica ad emergere, anche se non rinuncia a denunciare, in questi casi, come persino l'arte possa essere, inconsciamente o consciamente, condizionata e manipolata dalla personalità del suo autore, come si deduce leggendo le magistrali pagine dedicate alle solenni immagini di Joel-Peter Witkin.
Tutto questo in un volume che si legge con scioltezza, nonostante gli argomenti trattati facciano ricordare anche ciò che si è tentati di obliare, ma soprattutto pensare. Uno di quei saggi da tenere sempre a portata di mano, per rileggerlo, per approfondirne le tematiche e per non dimenticare che l'attuale politica delle immagini è divenuta la nostra nuova, ambigua, quanto efficace dittatura.
David Levi Strauss
Politica della fotografia
postmedia, Milano, 2007
Prezzo euro: 19,00
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