''Cuciture Tempo'' di Giacomo Orondini, a Roma fino al 29 febbraio
Marica Petti - 21.02.2008

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“Il tempo perso che vado recuperando è parlare della mia informalità della tecnica”. Ciò che è stato non lo sarà più: irraggiungibile, impalpabile, dolorosamente lontano. E' l'arte di Giacomo Orondini, a Roma.

Ciò che è stato non lo sarà più: irraggiungibile, impalpabile, dolorosamente lontano.
Tagli, cuciture, autoritratti, il tempo, i dolori, la non rimarginazione, la materia che inesorabilmente si consuma.
Religiosità rivista, i 7 peccati capitali: lussuria, ira, superbia, gola, avarizia, accidia, invidia.
Riallacciandosi a scandali del passato in un concettualismo ritrovato in polaroid immerse nel nuovo ritorno alle origini.
La lontananza: giorni, mesi, anni passano velocemente, mentre le mani rimangono vuote. Quel vuoto che non sarà mai colmato, quella lacerazione che non si rimarginerà mai.
L'artista Giacomo Orondini, fa un processo d'auto rigenerazione, tentando di bloccare gli attimi di vita, rappresenta però un futuro possibile, benché contornato da insidie.
Perché purtroppo anche l'arte in molti casi rientra nella mercificazione, rimanendo muta, e cercando a tutti i costi di essere fagocitata in questo circolo vizioso, che apparentemente cerca di sfuggire, perché si sa il mondo è popolato di geni.
La personale, dal 9 al 23 febbraio, è allestita,nel rinnovato Studio Caronte.
Come un bambino in una sala giochi, sì approccia a materiali come filo, ago, tela, colori, colla, per intraprendere la via della sperimentazione ponendo davanti a se, se stesso e il mondo. S'inventa e si rivendica in complicità con l'auto critica.
È qui che iniziano a giocare i toni della terra, quelle terre che si mischiano in toni più svariati, è qui che si ricuciono i tanti frammenti del passato che rappresentano il presente in strati di tela. Un filo nero, grosso, che unisce le tortuosità del pensiero, con forza e prepotenza, come a segnare un percorso, una strada. Come se ogni filo od ogni punto messo, non è altro che un particolare, una sensazione, un'emozione, cucite, segnate nella mente. Linee tracciate su un quadro attraverso il filo come se fossero le linee della vita sulla mano, che porta con se il presente, il passato , il futuro.
I suoi lavori, creano uno spazio scenografico a possibili eventi futuri. Creando così un percorso ludico, che porta lo spettatore, ad interagire con l'opera per capire, pensare e rapportarsi con un autoritratto, senza ritratto.
Epico: le Parche che tessevano il destino o Penolope che il giorno tesseva e la notte scuciva.
Processo di trasformazione, dove rimane sempre qualche zona d'ombra, non ci sono compromessi, la violenta carica esplosiva è la forza ispiratrice contro la propria razionalità temporale.
Materia, il bivio tra la vita e la morte. Ecco, il tempo che non si ferma, recuperando se stesso, la memoria e la fiducia. Sperando di far entrare il fruitore all'interno del suo processo creativo, strappandolo dalla sua quotidianità e donandogli la bellezza di un futuro incerto.
Il suo lavoro una metafora del concetto di tempo, al di fuori della mercificazione della fisica. Un processo questo, che non si può fermare, non lo si può arrestare.
Nelle sale di Studio Caronte, si è anche potuto assistere ad una performance, il 16 febbraio.
Un gioco fatto d'improvvisazione, che ha cercato di mettere a nudo attraverso gli occhi delle persone la curiosità: azione, improvvisazione, intuito che fuorisce dall'espressione della musica. Ecco che ritorna il corpo nella sua espressività, nel suo intuito, nel suo essere. Sul corpo dell'artista, come reagirà il suono? Cosa accadrà? E quale sarà la reazione del pubblico?
Suoni, vojerismo, saranno i fili conduttore tra il pubblico, l'artista e la polaroid.
Il tutto una sorta di rappresentazione d'oggi. Il mondo (e non per punto preso) continua a muoversi velocemente, non c'è più tempo nel riflettere su se stessi. L'artista e l'obbiettivo, non è altro che lo specchio dell'umanità rapportato ad un vojerismo globale, che, però non porta ad un'attenta osservazione rimanendo nell'apparenza di tutto quello che luccica. Un mondo malato, che benché si ritenta di superarlo e incidere un percorso, non si riesce a farlo risalire, camminando all'indietro.
Il punto tragico è proprio questo.
Un presente impregnato dei tabù del passato, una sorta di gotico moderno, dove si cerca in tutti i modi possibili di riportare il popolo all'ignoranza, all'ipocrisia della religione. Una sottomissione telematica, una lobolizzazione mondiale. Nessuno reagisce, immersi nel sonno profondo della bell'addormentata nel bosco, rinchiusi nel fantastico mondo di una favola.
A questo punto l'artista rientra in se stesso, per cercare di recuperare, ciò che apparentemente non è possibile.
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Studio Caronte nasce a Roma nel marzo 2006 come spazio espositivo, nella sede dell'associazione culturale il "Kantiere". Benché non sia uno spazio molto grande, Studio Caronte offre la disponibilità, a nuovi progetti e alla sperimentazione artistica.
Il nuovo locale ospita una libreria d'arte ed un'enoteca. Lo spazio libreria è specializzato in saggi e monografie legate al panorama internazionale dell'arte contemporanea.
La scelta vegetariana e animalista accompagna lo spazio dedicato all'enoteca ed alla degustazione, con diversi piatti freddi da associare al vino ed agli aperitivi, completamente privi di carne e di pesce.
Dal 9 al 23 febbraio 2008
Vernissage il 9 febbraio ore 18:30,19:30,21,ingresso libero,posti limitati.
Studio Caronte
V.M. Baratta 16 Roma
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