Intervista a Luca Boschi: quel che resta di quegli anni irripetibili - PARTE TERZA

Davide Calì - 08.02.2008 testo grande testo normale

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Tags: Luca Boschi: quel che resta di quegli anni irripetibili

Si conclude l’intervista a Luca Boschi. Luca ha vissuto molte stagioni del fumetto italiano e voglio chiedergli se ce n’è una in particolare che ha preferito o rimpiange.

Si conclude l'intervista a Luca Boschi. Luca ha vissuto molte stagioni del fumetto italiano e voglio chiedergli se ce n'è una in particolare che ha preferito o rimpiange.

Come vedi il futuro dei fumettisti in Italia? Gli autori che stanno emergendo hanno più o meno la mia età (per la cronaca sono35!). Non sono un po' vecchi per essere esordienti?
Certo! L'Italia è un Paese di adolescenza (e gioventù) negata, e che anche per questa negazione è fatta disperare. La nostra è la sciagurata penisola di giovani volutamente tenuti nell'ignoranza, in modo che non possano far funzionare più di tanto i neuroni e ribellarsi allo status quo deciso dai plurisessantenni ancorati al potere; l'allungamento della vita (lo dico tra il serio e il faceto) ha ostacolato il ricambio naturale anche alle leve del potere, e i giovani sono (siamo) stati temibili concorrenti degli anziani asseggiolati.
Guarda l'età media dei fumettisti di «XL», quella dei giornalisti che raggiungono stabilmente le pagine dei giornali, quella dei musicisti che si affermano, quella dei «nuovi comici» di Zelig. Alla faccia della gioventù!
Il nostro è anche un Paese di modelli di comportamento imbecilli, facili da seguire proprio perché vacui, ma che garantiscono la continuità col potere del passato che ogni giorno si rinnova in qualità di presente. Un Paese reazionario e razzista nel suo ventre profondo, che attende a braccia aperte i proclami in Piazza San Babila come alibi e giustificazione della propria immutabilità.

Da critico e appassionato hai vissuto diverse stagioni del fumetto italiano, e non solo. Ce n'è una alla quale sei rimasto più affezionato?
Penso che i primi anni Ottanta fossero pieni di promesse, anche se (ci saremmo accorti in seguito) spesso non mantenute. Per me sono vivi e presenti ancor oggi, benché molte delle persone di allora se ne siano andate.
Alla fine di quel decennio c'erano già quei pericolosi segnali di stagnazione che insospettivano alcuni di noi, facendoci pensare che fosse giunto il momento di «scivolare dall'altra parte» divenendo editori, non più semplici autori al servizio di altri. Ma per quanto mi riguarda, anche questo tentativo è stato illusorio. Troppi piccoli editori con poche risorse, e impegnati più a ristampare che a produrre.
Non posso amare gli anni Novanta, iniziati con quel terribile Mondiale (Italia '90) dalla vomitevole sigla cantata dalla Nannini con Bennato. Non li amo perché mentre si dipanavano, confermavano che il gioco si era spezzato, che il «fumetto da rivista» era in coma irreversibile. Ne ho parlato, in Irripetibili. Per quanto mi riguarda, quindi, mi sono concentrato sul fumetto più «per tutti» che si potesse immaginare, e ho incrementato le mie collaborazioni con Disney, mai perso di vista, pur dopo anni e anni di underground (o giù di lì).

C'è un progetto futuro al quale tieni, qualcosa di speciale che vorresti realizzare o al quale ti stai dedicando?
Da qualche anno, come molti ormai sanno, mi sto dedicando a un volume (o più volumi, perché ho capito che uno non basterà mai) sulla storia del Fumetto italiano negletto. Quello del Dopoguerra; quello degli editori minori e misconosciuti, e degli autori che nessuno (o quasi) ha mai invitato a una fiera o ha premiato. Il tutto al fine di una scoperta e di una rivalutazione delle loro opere e della loro arte (o artigianato). Ma anche per capire come anche in quel periodo (come nei decenni di Irripetibili) il Fumetto sia stato un riflesso e una chiave di lettura della società italiana.



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