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Tom Fabritius - Suspicion, a Milano fino al 31 gennaio

Roberto Barzi - 18.01.2008 testo grande testo normale

Tom Fabritius. Voler dipingere quadri che somigliano a quello che si vede in televisione: esprime così il modello di quella “ipermedialità della digitalizzazione dell’immagine” che consente di alterare qualsiasi inquadratura in modo da non riconoscere più ciò che è reale da ciò che invece è artificiale.

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Il paragone fra pittura, fotografia e televisione non accenna a dissolversi, e mentre il confine tra loro si fa sempre più sfuggevole non è ancora chiarito a chi delle tre spetti il maggior realismo. Sebbene questi mezzi espressivi siano congiunti da un rapporto "osmotico", Tom Fabritius (1972, Radeberg - Germania) non rinuncia allo sviluppo di una loro comparazione dialettica giungendo così, senza intromissioni, prima all'immagine televisiva e in un secondo tempo a quella fotografica, per poi abbinarle alle stesse forme di fruizione della pittura.
Immagini di cronache, squarci di eventi realmente accaduti e sequenze di storie inventate sono così estratti dalla televisione, poi fotografati analogicamente, vagliati e alla fine riprodotti sulla tela: un procedimento sistematico di creazione attraverso cui l'artista trasmuta ogni fotogramma in un dipinto, da cui si libera un'atmosfera di enigmatica modernità.
L'originaria logica narrativa viene come sospesa: la realtà è infatti trasmigrata dallo schermo e, passando per la fotografia, si rispecchia nella rappresentazione pittorica dell'artista.

Fabritius d'altronde non coltiva una ricerca "semantico-tematica", ma come altri artisti germanici della sua generazione, fra i quali emergono Jörg Scheibe e Martin Borowski, riserva la sua concentrazione esclusivamente alla resa pittorica dei soggetti.
Per cominciare scatta direttamente allo schermo televisivo un centinaio di fotografie durante ogni sessione, le stampa tutte quante per poi selezionarne un numero esiguo da dipingere, mantenendo il supporto direttamente a terra a causa dell'eccessiva liquefazione del colore.

Ogni storia, che conserva una parte reale e una fittizia, si riporta in sintonia con la dimensione "mediatica" contemporanea e si schematizza, sintetizzandosi in immagini acquerellate contraddistinte da una veloce tecnica d'esecuzione. La realtà sembra così sottrarsi allo spettatore divenendo sfuggevole, mentre di fronte ai suoi occhi scorrono immagini che, seppur familiari, sono assai dissimili da quelle che è avvezzo a osservare. La televisione, infatti, ha un carattere così "localistico" che una stessa informazione è data e percepita in maniera diversa in base al luogo in cui ci si trova. La realtà diviene quindi "referente di un referente tanto della televisione che della fotografia e della pittura" e Fabritius prova a riconoscerla fino in fondo, passando dal piano reale "mediatico" a quello della realtà effettiva.

L'artista non si angustia a riprodurre immagini fedeli dell'originale ma, al contrario, rinuncia all'alta definizione sia dell'immagine televisiva sia di quella fotografica, tanto da imbastire i suoi quadri senza definire linee, contorni, forme e colori. Fabritius, infatti, è conscio che la realtà in sé non esiste e che quello che conta è la sua rappresentazione, solo una piccola parte delle realtà oggettive che possono essere percepite direttamente, senza contare che spesso si corre il pericolo di sconvolgere la narrazione o la descrizione di un fatto con ciò che è realmente accaduto.
L'artificiale si fa così reale, l'apparire essere.
Indubitabile tuttavia è l'affinità tra il mezzo televisivo e l'arte contemporanea, che si basa sia sull'appartenenza dell'artista all'era televisiva sia su alcuni aspetti peculiari della stessa arte contemporanea. Voler dipingere quadri che sono somiglianti a quello che si vede in televisione esprime così il modello di quella "ipermedialità della digitalizzazione dell'immagine" che consente di alterare qualsiasi inquadratura in modo da non riconoscere più ciò che è reale da ciò che invece è artificiale.

"Al di là della verità presunta delle immagini [...] quello che differenzia il nostro rapporto con la realtà-reale da quella mediata dalle immagini è la convinzione, che ci portiamo dietro da sempre, che nell'immagine ci sia una maggiore possibilità di comprendere la realtà-reale nel suo intimo. Diamo per scontato che quest'ultima nasconda un segreto che ci sfugge nel momento che è vissuta direttamente, e che di contro si rivela indagabile nella dimensione della rappresentazione". Per questo Fabritius ha scelto Suspicion come titolo per la sua prima personale in Italia che, tramite i suoi lavori più recenti come Messe, Sofa, Lagerhalle, Nase ed Explosion II, indaga nella sua complessità la realtà che è, come afferma il curatore della mostra Raffaele Gavarro "il nostro habitat, il nostro luogo, lo spazio che attraversiamo" e a cui "sono riconducibili le cause e le conseguenze della maggior parte delle nostre azioni".

Tom Fabritius - Suspicion
Antonio Colombo Arte Contemporanea
Milano

info@colomboarte.com
www.colomboarte.com
Dal 22 novembre 2007 al 31 gennaio 2008
Orario: da martedì a sabato dalle ore 15.00 alle 19.00


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