Il packaging tra vista e tatto

Teodoro De Cesare - 10.12.2007 testo grande testo normale

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Tags: design, arte, confezioni, non vedenti

Packaging: oltre la vista il tatto per una leggibilità universale. A Milano una mostra e un incontro per parlare di imballaggi polisensoriali.

Il 27 novembre scorso passeggiavo all'interno dei modulari spazi del Politecnico di Milano, quando si è inaugurata l'esposizione “Packaging tra vista e tatto”, a cura di Valeria Bucchetti: mi chiedevo, vedendo le installazioni proposte, se anche il design potesse avere un senso estetico pensato e annullare le distanza tra oggetto e destinatario.

Era anche questo il motivo dell'incontro pre-mostra Scatole sensate. Il packaging tra vista e tatto organizzato dalla Pro Carton, associazione dei produttori e trasformatori di cartone e cartoncino, in collaborazione con la Facoltà del Design del Politecnico di Milano. Il punto di partenza è stato un dibattito a cui hanno partecipato i rappresentanti dell'industria cartaria e cartotecnica, del mondo del design, della progettazione, della ricerca, delle associazioni di settore e della distribuzione.

Il fulcro della discussione è stato l'interesse verso la dimensione della polisensorialità, cioè la necessità di coinvolgere gli altri sensi, oltre alla vista, per migliorare il risultato percettivo della confezione e dunque del prodotto contenuto. L'obiettivo del progetto è di grande importanza: in Italia i non vedenti sono circa 350.000 e gli ipovedenti 1.000.000, il 60% del quale anziani che non conoscono il linguaggio braille.

Nella maggior parte dei casi, i packaging forniscono informazioni percettibili solo tramite la vista, relative a data di scadenza, quantità, provenienza, numero per l'assistenza clienti, valori nutrizionali, ecc. Un ipovedente ne codifica il 10%, un non vedente nessuna. Il tentativo di superamento degli ostacoli sensoriali è l'obiettivo specifico dei quattordici progetti presentati dagli studenti del Corso di Laurea in Design della comunicazione: dal caffé al tabacco, dall'ombretto al collant, dalla canfora ai sali da bagno, dunque un universo intero dentro il cartoncino.

La domanda a cui il progetto intende dare risposta è: può il packaging migliorare la fruizione del prodotto attraverso un miglior sfruttamento del supporto del cartoncino? La risposta può essere affermativa proprio se si dà al design un senso estetico, che possa aiutare a superare la rigidità commerciale del prodotto. È d'obbligo chiedersi se anche il tatto possa rientrare nella categoria estetica; lo sforzo degli studenti è stato effettivamente quello di elaborare con assoluta libertà numerosi pack in cartoncino, affinché questo materiale possa essere uno stimolo per la ricerca di espressioni sensoriali nuove e sempre più coinvolgenti.

Se questa libertà progettuale dovesse compiersi in pieno, ci sarebbe l'annullamento della distanza tra il prodotto e il destinatario, soprattutto quando i fruitori sono persone che non possono apprezzare le cose attraverso la vista.
Il visitatore è invitato a riflettere su questa possibilità: sul pavimento sono visibili i progetti dei cartoncini, intorno ai quali si può girare e osservare il pensiero tecnico della cosa; sui tavoli, disposti in circolo all'interno della sala, si possono vedere i contenitori finiti e divisi per destinazione d'uso (caffé, tè, cosmetici); sopra i tavoli, dal soffitto, sono visibili delle installazioni fatte con le stesse confezioni, che diventano così opera d'arte, estetica unita all'utilità della cosa, messaggio sociale.

La riflessione tra vista e tatto sarebbe necessaria nel campo delle arti, considerate solo visive: al Politecnico di Milano, in Bovisa, lo si può fare fino al 19 dicembre.

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