P.S.: Ritratto allo specchio, alla scoperta del senso dell'arte
Susanna Crispino - 04.11.2007

Tags: Vito Pace, P.S., Casa di tolleranza, Giorgio del Basso
Che cosa significa arte contemporanea? Il magma incandescente del XX secolo, ribollente di -ismi (cubismo, astrattismo, espressionismo, surrealismo...) si è disperso in mille rivoli, tanto da dare oggi l'impressione che non si possa più individuare una vera e propria "arte", ma si debba parlare di "arti" contemporanee.

Che cosa significa arte contemporanea? Il magma incandescente del XX secolo, ribollente di -ismi (cubismo, astrattismo, espressionismo, surrealismo...) si è disperso in mille rivoli, tanto da dare oggi l'impressione che non si possa più individuare una vera e propria "arte", ma si debba parlare di "arti" contemporanee.
Maestro del paradosso e dell'esagerazione, ironico e dissacrante, poetico e razionale, Vito Pace è uno degli artisti del contemporaneo che meglio le rappresenta: dai video alle performance, dal disegno alle installazioni e alla fotografia.
Nato nel piccolo centro lucano di Avigliano, ha studiato all'Accademia di Belle arti di Firenze, ed è stato assistente di studio dello scultore Franceso Somaini a Milano; oggi vive a Pforzheim, in Germania.
Tra le sue esposizioni: Aural Sculpute(s) and Bad Seeds a Potenza, Turn to Stone a Vico Equense, Ein Hut und ein Kräutelikör a Stoccarda e Gastrocnemius a Pforzheim.
La sua ultima mostra, una personale intitolata P.S., si inaugura il 10 novembre nella Casa di Tolleranza di Milano, un luogo che, come racconta, è in linea con il suo pensiero: «La Casa di Tolleranza è lo spazio di Giorgio del Basso, attivo sulla scena culturale dal 1995, che invita gli artisti che gli interessano all'interno della sua casa a fare mostre. Il nome “casa di tolleranza” deriva da questo: l'arte è tollerata in tutte le sue forme. Non è solo una sua galleria, è un modo di esporre».
P.S. ha una genesi molto personale: «L'idea è nata da un quadro che ho visto tempo fa nel mio paese, dipinto nel 1948 da Vincenzo Claps, esponente del neorealismo lucano degli anni '40. Ha fatto diversi ritratti nel corso della sua attività artistica, tra cui il Ragazzo delle elementari, da cui sono partito per fare quasi un'autoanalisi: capire il ritratto, per capire forse me stesso. Non è un'autoanalisi psicologica, intendevo solo mettere il ritratto come primo elemento per un altro passo artistico, mettermi a confronto con un'opera d'arte che è nata dove sono nato anch'io. Il mio rapporto, nato col ritratto per poi abbandonarlo, è di uno a uno: sono andato alla sua scoperta da un punto di vista storico (chi è l'autore, che tecnica ha usato, chi era il soggetto) poi ho cominciato ad abbandonarlo per fare il mio ritratto, ma naturalmente non poteva essere realizzato nello stesso modo. Sono andato oltre il quadro e quindi oltre me stesso, per definire una nuova identità di ritratto».
Il percorso è esemplificato dalle opere in mostra: un altare che sorregge una cornice vuota, la stessa cornice utilizzata per fotografare dei paesaggi, la riproduzione del ritratto, la scritta P.S.: «P.S. come post scriptum o post mortem: è il dopo, è un appunto che si aggiunge al primo ritratto, ma anche a me stesso». Alla ricerca di un senso profondo: «L'arte può diventare tutto e il contrario di tutto, è questo che mi permette di scrutare il ritratto di un pittore e fare il contrario di ciò che ha fatto lui. È la libertà che permette l'arte. Mi ha sempre interessato il raccontare, perciò unisco diversi elementi che fanno parte di una storia. Non faccio altro che andare alla ricerca di questi elementi, anche se penso che tutta questa ricerca alla fine porta al niente: nella scatole non c'è nulla, la storia del Gastrocnemius (esposizione che ruotava intorno al muscolo del polpaccio ndr) non esiste, quindi la cosa più giusta sarebbe giusto annullare tutto: solo con l'azzeramento nasce un'altra forma vitale. È questo il senso dell'arte secondo me, non esiste negli strumenti. Non esiste un metodo o una tecnica per fare arte. Per le mie storie parto da ciò che mi è più vicino. Mi piace esagerare, fino al punto di assumere il polpaccio come elemento più importante del discorso artistico: se prendi sul serio degli elementi della vita, puoi anche banalizzarli e farli diventare importanti».
Un viaggio lungo la via del paradosso: «L'assurdo, secondo me, deve mantenendo un filo conduttore; non mi interessa il disordine intellettuale dell'arte». Sempre con ironia, mettendosi in discussione: «Dopo questa mostra, voglio cantare una canzone... C'è un progetto dedicato al compleanno dell'arte che viene festeggiato ogni anno a gennaio, a cui sono invitati artisti da tutto il mondo a partecipare. Viene organizzato in Austria e si svolge via radio... questo è il mio disordine: cantare una canzone! È intitolata Malgrado e ho scritto il testo a insieme a un carissimo amico musicista, che scrive musica per i miei video e le mie performance. Il titolo deriva da un'opera di alcuni anni fa: mi sono fotografato con la scritta "Malgrado" sulle mani, come interrogativo e provocazione».
Vito Pace - P.S.
Inaugurazione 10 novembre 2007, ore 19:00
Casa di Tolleranza - Milano
Via Ingegnoli 17 I
(citofono Surico-Del Basso, palazzo interno, 1 piano)
Aperta fino al 25.01.2008 per appuntamento
tel/fax +39 022610360
Maggiori info sul sito dell'artista
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