Archeologia - Ritrovata la più grande villa romana delle Marche

Annalisa Cameli - 19.10.2007 testo grande testo normale

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Tra Urbisaglia e l’Abbadia di Fiastra (PU) un’importante scoperta archeologica. La campagna di scavi ha riportato alla luce i resti di una villa padronale romana, la più grande finora mai rinvenuta nelle Marche, un complesso per lo sfruttamento agricolo tra i maggiori conosciuti in Italia.

Tra Urbisaglia e l'Abbadia di Fiastra (PU) l'autunno ha portato un'importante scoperta archeologica, grazie alla campagna di scavi condotta dall'Università di Macerata e dalla Sovrintendenza ai Beni archeologici delle Marche con la collaborazione della Fondazione Giustiniani-Bandini, proprietaria dell'area, e il sostegno finanziario della Fondazione Carima.
Sono stati riportati alla luce, infatti, i resti di una villa padronale romana, la più grande finora mai rinvenuta nelle Marche: un complesso per lo sfruttamento agricolo tra i maggiori conosciuti in Italia.

I reperti ritrovati si riferiscono soprattutto al livello di fondazione dell'edificio: purtroppo la parte innalzata è andata distrutta nel tempo. Restano ben conservate due poderose cisterne dalla capienza di migliaia di litri per la conservazione dell'acqua.

Rinvenute anche una serie di piccole vasche probabilmente usate per la torchiatura delle olive e la decantazione dell'olio. Una azienda agricola tutto fare: è probabile, infatti, che vi fosse prodotto anche il vino, come fa pensare il ritrovamento di un deposito di dolii, e allevati ovini e bovini.

Le prossime missioni mireranno alla ricerca della parte signorile della villa, destinata ad ospitare il dominus, e le strutture di servizio, come stalle, magazzini, depositi di attrezzi e mezzi agricoli, stanze per il personale addetto alla lavorazione dei campi, che doveva essere costituito da centinaia di persone.

«Date le dimensioni – ha spiegato il direttore del Dipartimento di archeologia dell'Università, Gianfranco Paci, direttore dei lavori insieme a Giuliano de Marinis della Sovrintendenza –, alla villa doveva far capo una grossa proprietà fondiaria, un vero e proprio latifondo, al centro del quale doveva trovarsi Villa Magna, in una posizione dominante da cui si gode ancora oggi il controllo su un ampio tratto del territorio marchigiano».

Giò da tempo si “sospettava” l'esistenza di un sito archeologico di rilievo. La zona è infatti chiamata “Villa Magna”, e proprio in questo territorio affiorano strutture murarie tra i campi.
Per l'Università e la Sovrintendenza, le aspettative sono andate oltre ogni attesa: l'insistenza dell'onorevole Roberto Massi, presidente della Fondazione Bandini, hanno consentito l'avvio di due campagne di scavi. La seconda, partita ad aprile, ha permesso di portare alla luce un'enorme struttura, che, nel suo nucleo originario, viene fatta risalire alla seconda metà del I secolo a.C. Questa antica “fattoria” unisce funzionalità alla cura estetica, come testimoniato da alcune parti di mosaico ritrovate e decorativi (antefisse) con teste di leoni.

«Successivi ingrandimenti, la cui cronologia deve essere ancora definita – continua il professor Gianfranco Paci -, hanno portato il complesso a una dimensione che non conosciamo per il territorio marchigiano: circa due ettari. Il rinvenimento di mattoni e tegole bollati ci permettono di ricondurre la proprietà di questa struttura alla famiglia degli Herennii, che nella medesima epoca esprime un magistrato al vertice amministrativo della città di Urbisaglia. I successivi ingrandimenti della villa devono aver coinciso con il cambio di proprietà, la cui identità, al momento, non conosciamo».

Nell'antica Roma esistevano principalmente due tipi di case, la domus e la insula. L'insula era quella che oggi chiamiamo casa popolare: gli edifici nascevano nell'Urbe, con la necessità di costruire “tanto” in poco spazio, visti gli alti costi delle terre, sfruttando lo spazio in altezza (a volte raggiungendo anche i sei piani). La domus era la tipica casa signorile: era strutturata su un piano e si estendeva in largo, a volte occupando un intero quartiere (da qui i due ettari occupati dalla casa romana di Urbisaglia).

La domus era chiamata ad otium quando era costruita in campagna, ed era usata dai signori per il riposo, ma potevano anche essere chiamate villa urbana, se erano nei pressi della città, e villa suburbana se lontane dalla città, mantenendo comunque (anche se in piccolo) la stessa struttura delle domus cittadine.

Vi erano poi le villae rusticae, vere e proprie case coloniche, anche se talvolta le villae potevano essere destinate contemporaneamente all'otium ed alla produzione agricola e/o all'allevamento di animali.


Immagini:
1,2,3,4 - I ritrovamenti di Urbisaglia
5- L'esempio di una Domus Romana

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